Mentre il Nord Italia affronta una delle crisi idriche più severe degli ultimi anni – più grave persino di quella del 2025 – il Po scorre con portate ridotte lungo quasi tutto il suo corso, il lago Maggiore e molti altri bacini del Nord sono ai minimi storici e nelle risaie della Lomellina l'acqua per irrigare viene razionata a turno. L'Osservatorio Permanente sugli Utilizzi Idrici del Distretto del Po parla apertamente di "severità alta" e di un fiume in siccità estrema, con il rischio concreto che questa situazione diventi la nuova normalità. In Lombardia le riserve idriche restano abbondantemente sotto la media storica, e secondo le stime di Coldiretti oltre il 60% del territorio nazionale si trova sull'orlo della crisi idrica, con danni all'agricoltura che quest'estate hanno già superato i 3 miliardi di euro.

C'è un paradosso alla base di tutto questo: l'Italia è tra i Paesi europei con le maggiori risorse idriche pro capite, eppure riesce a trattenere appena l'11% dell'acqua piovana che cade sul proprio territorio. Il resto scorre via, si disperde nelle reti colabrodo o defluisce rapidamente verso il mare, senza alimentare le falde né mitigare le ondate di calore che, quest'estate, hanno spinto decine di città italiane in bollino rosso.

È in questo scenario – fatto di siccità che si alternano a bombe d'acqua, perché sono le due facce dello stesso clima che cambia – che il concetto di "città spugna" (Schwammstadt, sponge city) assume un'urgenza particolare. Un recente Fact Sheet dell'Agenzia federale tedesca per l'ambiente (Umweltbundesamt), pubblicato a luglio 2026, ne sintetizza i risultati principali e offre indicazioni preziose anche per il contesto italiano.

Mentre il dibattito pubblico continua a oscillare tra la difesa del capitalismo di mercato e la nostalgia di modelli pianificati falliti, esiste da oltre quindici anni una terza via concreta, già praticata da migliaia di imprese in tutto il mondo: l'Economia del Bene Comune (Gemeinwohl-Ökonomie, ECG). Un modello che merita molta più attenzione di quanta ne riceva oggi, perché affronta di petto il limite più evidente dell'economia contemporanea: misuriamo il successo di un'impresa con un solo numero, il profitto, ignorando sistematicamente tutto ciò che quel numero non racconta.

Un'idea nata dalla crisi, non dall'ideologia

L'Economia del Bene Comune è stata ideata nel 2010 dall'economista e attivista austriaco Christian Felber, già fondatore di Attac Austria, insieme a un gruppo di imprenditori che condividevano la stessa insoddisfazione verso un sistema che, nelle parole dello stesso Felber, "sta funzionando al contrario": il denaro è diventato un fine in sé, invece di restare un mezzo per ciò che conta davvero, una buona vita per tutti. Non è un progetto teorico rimasto sulla carta: oggi coinvolge oltre 7mila persone e più di 2mila imprese nel mondo, di cui circa 500 aderiscono a tutti gli effetti stilando un vero e proprio bilancio del bene comune, verificato da un audit esterno tra pari. Il movimento è attivo anche in Italia, con una rete di associazioni locali che supportano le imprese interessate a intraprendere il percorso.

Il cuore del modello: il Bilancio del Bene Comune

Lo strumento operativo centrale dell'ECG è il cosiddetto Bilancio del Bene Comune, una sorta di bilancio parallelo a quello finanziario tradizionale. Le imprese si autovalutano, con verifica esterna, su cinque valori fondamentali — dignità umana, solidarietà e giustizia sociale, sostenibilità ambientale, giustizia economica e cogestione, trasparenza e partecipazione democratica — nei loro rapporti con tutti gli stakeholder: fornitori, soci e finanziatori, dipendenti, clienti, comunità di riferimento. Il risultato è un punteggio pubblico, che rende visibile e confrontabile ciò che il bilancio finanziario tradizionale lascia sistematicamente fuori campo: quanto un'impresa contribuisce davvero al benessere collettivo, non solo ai profitti dei suoi azionisti.

Perché è un'idea potente: le opportunità concrete

Rendere finalmente visibile ciò che oggi resta invisibile. Il bilancio finanziario tradizionale non registra il benessere dei dipendenti, l'impatto ambientale reale, il contributo di un'impresa alla propria comunità. L'ECG capovolge questa logica: costringe le imprese a rendere conto pubblicamente anche di ciò che finora restava fuori da ogni rendicontazione, in modo strutturato e comparabile tra aziende diverse.

Un modello di mercato, non contro il mercato. A differenza di proposte più radicali che vorrebbero abolire la proprietà privata o il profitto, l'ECG non nega l'economia di mercato: la orienta verso obiettivi diversi dalla pura massimizzazione del profitto. Le imprese restano imprese, competono, innovano — ma lo fanno secondo un codice etico condiviso e con l'obiettivo dichiarato della cooperazione, non solo della competizione a somma zero. Questo lo rende un modello molto più facilmente adottabile dal tessuto imprenditoriale esistente rispetto ad alternative più radicali.

Il potenziale, ancora largamente inespresso, degli incentivi legati al punteggio. L'idea più ambiziosa di Felber, finora sperimentata solo in alcuni contesti locali (soprattutto in Austria e Germania, con criteri di preferenza in alcuni appalti pubblici comunali), è che le imprese con un punteggio di Bene Comune più alto dovrebbero ottenere vantaggi concreti: aliquote fiscali ridotte, corsie preferenziali negli appalti pubblici, condizioni di credito migliori. Se applicata su scala più ampia, questa leva trasformerebbe il mercato stesso in un meccanismo che premia sistematicamente chi genera valore sociale e ambientale, invece di lasciare che sia solo il prezzo più basso a vincere ogni gara.

Sinergia naturale con le normative europee già in arrivo. L'ECG si inserisce in un momento storico particolarmente favorevole: la CSRD europea impone già la rendicontazione di sostenibilità alle grandi imprese, e strumenti come il Passaporto Digitale di Prodotto renderanno tracciabile l'intera filiera produttiva. L'Economia del Bene Comune offre alle imprese un framework valoriale già pronto, collaudato da oltre un decennio di pratica, in cui inserire questi obblighi tecnici che altrimenti rischiano di restare puri adempimenti burocratici, privi di una visione d'insieme.

Un antidoto alla sfiducia verso l'economia. In un'epoca segnata da crisi finanziarie, precarietà diffusa e crescente disillusione verso il capitalismo tradizionale, l'ECG offre qualcosa che le pure statistiche di crescita del PIL non riescono a dare: un modello in cui i valori costituzionali di dignità, solidarietà e giustizia sociale, già scritti in gran parte delle costituzioni democratiche, tornano a orientare concretamente l'attività economica quotidiana, invece di restare principi astratti confinati ai testi di diritto.

I limiti da non sottovalutare

Un'analisi onesta non può ignorare le difficoltà reali. Lo stesso Felber ammette che il movimento "cresce troppo lentamente": la maggior parte delle imprese aderenti restano PMI o realtà del terzo settore già sensibili al tema, mentre la conversione di grandi multinazionali è ancora rarissima. Gli incentivi fiscali e di appalto immaginati da Felber restano perlopiù proposte politiche, non norme vigenti su scala nazionale o europea. E compilare un Bilancio del Bene Comune richiede tempo e competenze che molte piccole imprese, prese dalla gestione quotidiana, faticano a trovare, mentre il sistema di verifica tra pari non ha ancora la robustezza istituzionale di uno standard contabile internazionalmente riconosciuto.

In sintesi

L'Economia del Bene Comune resta oggi più un movimento culturale e un laboratorio di policy che un sistema economico pienamente istituzionalizzato. Ma proprio in questo sta il suo potenziale più interessante: dimostra, con oltre 500 imprese già certificate nel mondo, che è possibile costruire un modello economico praticabile, non ideologico, capace di misurare e premiare ciò che davvero conta per una società — dignità, solidarietà, sostenibilità, giustizia — senza rinunciare ai meccanismi di mercato che conosciamo. La domanda aperta non è se il modello funzioni a livello di singola impresa, cosa già dimostrata, ma se la politica avrà il coraggio di trasformare questi principi in leve fiscali e normative concrete, capaci di farlo crescere dalla nicchia virtuosa in cui si trova oggi verso una vera alternativa di sistema.

Fonti: Christian Felber, "L'economia del bene comune" (Tecniche Nuove); economia-del-bene-comune.it; Avvenire; Vita.it

Dal 31 luglio 2026 diventa applicabile in tutta l'Unione Europea il "diritto alla riparazione", sancito dalla direttiva (UE) 2024/1799. Una svolta potenzialmente storica contro l'obsolescenza programmata e le logiche del consumismo usa-e-getta, ma che porta con sé criticità concrete, a partire proprio dall'Italia, dove il recepimento è tutt'altro che completo.

Cosa prevede la direttiva

Il principio di fondo è semplice: se un prodotto è ancora tecnicamente riparabile, il produttore deve ripararlo anche oltre il periodo di garanzia legale di due anni, a un prezzo e in tempi ragionevoli, senza poter rifiutarsi arbitrariamente. Le aziende dovranno mettere a disposizione i pezzi di ricambio a prezzi accessibili e non potranno più utilizzare ostacoli contrattuali, tecnici o informatici pensati per impedire la riparazione. Non sarà più possibile negare l'intervento solo perché il prodotto è stato precedentemente riparato da un professionista indipendente o perché sono stati utilizzati ricambi non originali, compatibili, di seconda mano o persino stampati in 3D — salvo che il guasto sia stato effettivamente causato da quella riparazione scorretta.

I numeri che hanno spinto il Parlamento Europeo ad approvare la direttiva, con 584 voti a favore e appena 3 contrari, sono eloquenti: lo smaltimento prematuro di beni ancora riparabili genera ogni anno nell'UE circa 261 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, consuma 30 milioni di tonnellate di risorse e produce 35 milioni di tonnellate di rifiuti.

Le criticità: l'Italia arriva in ritardo

Qui emerge il primo problema concreto. Il termine del 31 luglio 2026 era la scadenza per il recepimento della direttiva da parte di tutti gli Stati membri, ma in Italia il percorso normativo non risulta ancora concluso. Il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo attuativo solo in via preliminare, il 2 luglio 2026: il testo deve ancora ricevere il parere delle commissioni parlamentari, tornare in Consiglio dei ministri per l'approvazione definitiva ed essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Le stime più aggiornate indicano che le nuove norme diventeranno effettivamente operative in Italia solo nella seconda metà di agosto 2026.

Non è un dettaglio formale: una direttiva UE non ancora recepita non può essere invocata da un privato cittadino nei confronti di un'azienda. Fino alla pubblicazione del decreto italiano in Gazzetta Ufficiale, i nuovi diritti restano quindi sulla carta, non concretamente esigibili in tribunale o in sede di reclamo. Il ritardo normativo, secondo alcuni operatori del settore, rischia inoltre di aver rallentato gli stessi investimenti della filiera, lasciando produttori, distributori e centri di assistenza in una situazione di incertezza proprio mentre il mercato dell'elettronica si sta riorganizzando attorno alle nuove regole.

Altri limiti della norma

Anche una volta pienamente in vigore, la direttiva presenta alcuni limiti strutturali che vale la pena conoscere:

  • Non retroattiva: si applica solo ai contratti di vendita conclusi dopo il 31 luglio 2026. Chi possiede già uno smartphone o un elettrodomestico acquistato prima di questa data non può invocare le nuove tutele, ma resta comunque protetto dalla garanzia legale di due anni già esistente.
  • Riparazione a pagamento, non gratuita: l'obbligo previsto è di riparare a un prezzo ragionevole, non sempre a titolo gratuito. Il risparmio rispetto al riacquisto non è quindi garantito in automatico, ma dipenderà da quanto i produttori fisseranno prezzi effettivamente competitivi.
  • Copertura graduale dei prodotti: l'elenco dei beni coperti è legato ai regolamenti Ecodesign europei e potrà ampliarsi solo progressivamente nel tempo, man mano che nuovi regolamenti entreranno in vigore.
  • Efficacia legata alla rete di riparazione reale: la vera domanda è se l'Italia riuscirà a costruire una rete di centri di riparazione all'altezza della domanda, e se la disponibilità effettiva dei ricambi rispetterà le intenzioni della norma. Il diritto, per ora, esiste sulla carta: renderlo concretamente utilizzabile è un'altra sfida.

Perché questa norma è comunque importante

Al di là dei limiti, il valore simbolico e pratico di questa direttiva è difficile da sottovalutare. Per decenni il modello industriale dominante ha premiato la sostituzione rispetto alla riparazione: prodotti progettati con una durata volutamente limitata (la cosiddetta obsolescenza programmata), batterie non rimovibili, viti proprietarie, software che rallentano artificialmente i dispositivi più vecchi, assistenza negata a chi si rivolge a riparatori indipendenti. Un modello che ha alimentato per anni le strategie di marketing basate sul rinnovo costante del prodotto, spesso più che sul suo reale bisogno.

La direttiva capovolge questo paradigma imponendo per legge, e non più solo per buona volontà aziendale, che riparare costi meno che buttare e ricomprare. È un principio che incide direttamente sulle strategie industriali dei produttori, spingendoli verso una progettazione più duratura e riparabile dei prodotti, e che restituisce ai consumatori un potere contrattuale che negli ultimi vent'anni si era progressivamente eroso.

L'altra faccia della medaglia: un'opportunità industriale, non solo un vincolo

C'è però un aspetto della norma che rischia di passare in secondo piano rispetto alla narrazione dell'obbligo normativo: per i produttori, il diritto alla riparazione può trasformarsi in una leva di business, non solo in un costo di conformità.

Fidelizzazione del cliente attraverso il post-vendita. Ogni intervento di assistenza rappresenta un nuovo punto di contatto diretto tra produttore (o rivenditore) e consumatore. Chi entra in un punto vendita o si rivolge a un centro assistenza per sostituire una batteria o riparare uno schermo diventa anche un potenziale acquirente di accessori, servizi premium, coperture assicurative o, in prospettiva, del prossimo dispositivo dello stesso marchio. In un mercato sotto crescente pressione competitiva da parte dell'e-commerce puro, la qualità del servizio di assistenza post-vendita può diventare uno dei principali elementi distintivi rispetto alla concorrenza, specialmente per il retail fisico e i negozi specializzati.

I dati disponibili confermano questa dinamica: secondo un'analisi di Confindustria, le imprese italiane che hanno già adottato strategie di riparabilità hanno registrato un aumento della soddisfazione del cliente del 20% e una riduzione dei resi per malfunzionamento del 15%, a conferma che durabilità e riparabilità possono tradursi in vantaggio competitivo concreto, non solo in un onere normativo.

La nascita di una vera filiera dell'assistenza. La normativa obbliga produttori, importatori e distributori a mettere a disposizione ricambi, manuali tecnici e strumenti diagnostici anche ai riparatori indipendenti, non solo ai centri autorizzati. Questo apre uno spazio economico che prima era fortemente limitato: officine e negozi specializzati che per anni hanno operato con accesso ridotto a ricambi originali e documentazione tecnica possono ora strutturarsi come vero e proprio anello della filiera ufficiale, anziché restare ai margini del mercato. Stanno già emergendo attori specializzati nella gestione del post-vendita su scala industriale: aziende che offrono ai produttori reti organizzate di centri di assistenza tecnica, gestione integrata della logistica dei ricambi e dei magazzini, proponendosi come partner esterno per l'intero ciclo di vita del prodotto, dall'installazione fino alla dismissione finale. Anche i consorzi di produttori si stanno muovendo in questa direzione: app come MyRaee, sviluppata dai consorzi Ecoped e Ridomus, permettono già oggi al consumatore di fotografare un apparecchio guasto per identificarlo automaticamente, verificarne la copertura di garanzia e geolocalizzare i centri di assistenza più vicini, filtrati per marca.

La saldatura con l'economia circolare e lo smaltimento. Il punto più rilevante in ottica di economia circolare è che la stessa infrastruttura logistica costruita per la riparazione — raccolta del prodotto guasto, valutazione tecnica, gestione dei ricambi — può essere riutilizzata a valle, quando il prodotto arriva davvero a fine vita, per una gestione più efficiente dello smaltimento e del riciclo dei RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) e delle batterie. Un produttore che dispone già di una rete di centri di assistenza organizzata riduce i costi di questa cosiddetta "logistica inversa", perché lo stesso canale attraverso cui il prodotto entra per essere riparato può diventare il canale attraverso cui, se ormai irrecuperabile, viene correttamente instradato verso il riciclo dei materiali, invece di finire disperso in smaltimenti impropri. In questo senso, il diritto alla riparazione non è un ostacolo isolato all'economia circolare del prodotto, ma può diventarne il primo anello strutturale: dalla riparazione, alla rigenerazione, fino al riciclo controllato dei materiali quando la riparazione non è più possibile.

Restano naturalmente delle condizioni perché questa opportunità si traduca in pratica: i produttori devono garantire realmente la disponibilità dei ricambi per tutto il periodo previsto dalla normativa, e i tecnici, sia interni sia indipendenti, devono avere accesso effettivo a manuali ufficiali e strumentazione adeguata — condizioni che oggi non sono ancora uniformemente garantite in tutta la filiera.

Cosa succede fuori dall'Unione Europea

Il tema del diritto alla riparazione non è una battaglia esclusivamente europea, anche se l'UE resta probabilmente l'attore più organico e avanzato su questo fronte.

Stati Uniti: il panorama è frammentato e affidato quasi interamente ai singoli Stati, in assenza di una legge federale. Nel 2026 il diritto alla riparazione è stato introdotto in una qualche forma in tutti i 50 Stati, ma solo alcuni hanno leggi realmente operative: California, Colorado, Minnesota, New York e Oregon coprono l'elettronica di consumo, mentre Washington ha leggi dedicate anche alle sedie a rotelle motorizzate. Connecticut e Texas hanno normative in arrivo nel corso del 2026. Il mercato statunitense della riparazione vale già oggi circa 189 miliardi di dollari, con un risparmio stimato per i consumatori di quasi 50 miliardi di dollari l'anno grazie a un mercato della riparazione più competitivo.

Canada: il percorso è più lento e discontinuo. A livello federale sono state approvate modifiche al Copyright Act per favorire la riparazione e l'interoperabilità di elettronica, elettrodomestici e macchinari agricoli, ma senza obbligare i produttori a fornire manuali, software o ricambi. A livello provinciale, il Quebec è andato più avanti, obbligando le aziende a dichiarare se un prodotto resterà riparabile nel tempo e includendo anche i veicoli nel proprio ambito.

Australia: l'approccio si basa più sull'enforcement che su nuove leggi organiche. L'Australian Competition and Consumer Commission ha già sanzionato Honda Australia per aver impedito ai riparatori indipendenti l'accesso al software diagnostico senza un abbonamento a pagamento, segno di una vigilanza attiva sul rispetto delle regole esistenti.

India e Nuova Zelanda: entrambi i Paesi hanno avviato percorsi per introdurre un quadro normativo nazionale sul diritto alla riparazione, ancora in fase di elaborazione.

In sintesi

Il diritto alla riparazione europeo rappresenta un cambio di paradigma importante contro decenni di consumismo usa-e-getta e obsolescenza programmata, ma la sua efficacia reale dipenderà da tre fattori: la rapidità con cui l'Italia (e gli altri Stati membri in ritardo) completeranno il recepimento nazionale, la disponibilità concreta di ricambi a prezzi davvero accessibili, e la capacità del sistema di riparazione di reggere l'urto della nuova domanda. Ma lette dal lato delle imprese, le stesse regole che oggi vengono percepite come un vincolo normativo possono trasformarsi in un vantaggio competitivo strutturale: fidelizzazione del cliente attraverso il post-vendita, nascita di una filiera dell'assistenza più solida e diffusa, e integrazione naturale con la logistica dello smaltimento e del riciclo in chiave di economia circolare. Rispetto al resto del mondo, dove il diritto alla riparazione resta frammentato tra leggi statali americane, iniziative provinciali canadesi ed enforcement caso per caso in Australia, l'Unione Europea si conferma comunque l'attore con l'approccio più sistemico e ambizioso, anche se l'esempio italiano dimostra che tra il principio sancito a Bruxelles e la sua reale applicabilità nei singoli Paesi può ancora passare del tempo.

Una transizione verso diete più sane e sostenibili non è solo una questione di salute individuale: secondo una nuova ricerca pubblicata su Nature, potrebbe ridurre in modo significativo lo sfruttamento del suolo a livello globale, con effetti misurabili già entro il 2050. Allo stesso tempo, però, non tutti hanno interesse a che questo cambiamento avvenga.

I numeri di partenza

Il sistema alimentare attuale, fortemente orientato alla carne e basato su un'agricoltura di scala industriale, pesa sulla salute e sull'ambiente in modo sproporzionato: è responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra di origine umana. Quasi metà della superficie terrestre abitabile del pianeta è oggi impiegata per l'allevamento e la coltivazione di mangimi destinati agli animali. Nel frattempo, circa un terzo di tutto il cibo prodotto viene perso o sprecato lungo la filiera.

Lo studio: cosa cambierebbe con una transizione alimentare

Un gruppo di ricerca guidato da Matthew Gibson della Cornell University, in collaborazione con l'Università Humboldt di Berlino e il Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha confrontato due scenari al 2050 utilizzando dieci diversi modelli globali dei sistemi alimentari: uno scenario "business as usual" e uno scenario di trasformazione basato su diete più sane (sul modello della "Planetary Health Diet", a base prevalentemente vegetale), maggiore produttività agricola e dimezzamento dello spreco alimentare.

I risultati, coerenti su tutti i modelli utilizzati, sono netti: rispetto allo scenario inerziale, la transizione alimentare potrebbe ridurre l'uso globale di suolo agricolo del 9% entro il 2050, e il valore della produzione zootecnica del 60%. La produzione agricola complessiva scenderebbe del 17% rispetto allo scenario di riferimento, un calo dovuto soprattutto ai cambiamenti nella filiera della carne. Questi cali sarebbero in parte compensati da una crescita del 23% nel valore della produzione di verdura, frutta, legumi e frutta secca.

Sul fronte ambientale, lo scenario di trasformazione porterebbe entro il 2050 a una riduzione del 76% delle emissioni nette di CO₂ legate ai cambiamenti d'uso del suolo agricolo, e a un calo di un terzo delle emissioni dirette di metano e protossido di azoto dalla produzione agricola. Un ulteriore studio collegato stima che una dieta di questo tipo potrebbe evitare fino a 15 milioni di morti premature ogni anno a livello globale.

Una transizione più economica, non più costosa

Un punto controintuitivo emerso dallo studio riguarda i costi: secondo i ricercatori, continuare sulla rotta attuale è in realtà l'opzione più costosa. Nutrire una popolazione mondiale in crescita fino al 2050 con una dieta sana manterrebbe il valore complessivo della produzione agricola su livelli simili a quelli del 2020, riducendo al contempo i costi ambientali e sanitari rispetto allo scenario inerziale. Le regioni più dipendenti dall'allevamento, tuttavia, rischiano di subire pressioni economiche significative, motivo per cui i ricercatori sollecitano politiche agricole e alimentari coerenti, capaci di sostenere queste aree durante la transizione.

Chi ha interesse a rallentare il cambiamento

Se i dati scientifici sono chiari, altrettanto documentate sono le resistenze organizzate da parte di alcuni settori industriali. Diverse inchieste giornalistiche e report di think tank indipendenti hanno ricostruito, negli ultimi anni, le strategie con cui l'industria della carne e dei prodotti lattiero-caseari cerca di rallentare le politiche di transizione alimentare.

Un'analisi ha rilevato come le principali aziende del comparto zootecnico abbiano costruito narrazioni pubbliche in aperta contraddizione con le raccomandazioni scientifiche dell'IPCC e con la revisione EAT-Lancet del 2019 sulla transizione verso sistemi alimentari sostenibili. Tra le tattiche più comuni segnalate figurano la messa in dubbio del consenso scientifico, l'invocazione della necessità di "più tempo" prima di agire, e l'uso della sicurezza alimentare locale come argomento per bloccare qualunque riforma del sistema, senza però riconoscere il ruolo degli alimenti di origine animale nell'insicurezza alimentare stessa.

Un'altra ricerca ha documentato quasi un milione di contenuti social classificati come disinformazione riconducibile agli interessi dell'industria della carne e dei latticini, spesso mescolando teorie del complotto con proposte politiche reali per alimentare l'opposizione pubblica a riforme concrete.

Le porte girevoli tra industria e politica restano un ulteriore nodo critico: inchieste giornalistiche hanno documentato figure con ruoli di responsabilità politica sull'agricoltura provenienti direttamente da organizzazioni di settore legate a carne e latticini, un elemento che secondo diversi osservatori contribuisce a rallentare l'adozione di politiche allineate alle raccomandazioni scientifiche su clima e alimentazione.

Il nodo di fondo

Lo studio della Cornell University dimostra che il cambiamento nella direzione di diete più sane e sostenibili sarebbe tecnicamente ed economicamente vantaggioso su scala globale, oltre che benefico per salute e ambiente. La distanza tra questa evidenza scientifica e le politiche effettivamente adottate a livello europeo e globale sembra spiegarsi, almeno in parte, con gli interessi economici di filiere che oggi traggono profitto dal modello attuale di consumo, e che dispongono di risorse significative per influenzare il dibattito pubblico e le decisioni politiche in materia.

Fonti: studio pubblicato su Nature (Gibson et al., Cornell University, Università Humboldt di Berlino, Potsdam Institute for Climate Impact Research); natur.de; rinnovabili.it; ESG News; LifeGate; economiacircolare.com

In Germania esiste dal 1984 un modello di rete d'impresa per la sostenibilità ambientale che l'Italia, a oggi, non ha ancora replicato in forma altrettanto compiuta: il Bundesdeutscher Arbeitskreis für Umweltbewusstes Management e.V., meglio noto con l'acronimo B.A.U.M. Vale la pena capire come funziona, perché si è dimostrato utile in oltre quarant'anni di attività, e cosa manca realmente al panorama italiano per avere qualcosa di equivalente.

Cos'è il B.A.U.M. e perché funziona

Nato ad Amburgo nel 1984 per iniziativa di un gruppo di imprenditori, il B.A.U.M. si definisce fin dall'origine come un'iniziativa ambientale dell'economia sovrapartitica, cioè esplicitamente indipendente da qualsiasi schieramento politico. Oggi conta oltre 500 soci tra imprese di ogni dimensione, associazioni di categoria, istituzioni e singoli professionisti, il che ne fa la più grande rete d'impresa per la sostenibilità in Europa.

Il suo punto di forza non è tanto la dimensione, quanto il meccanismo: le aziende che aderiscono possono sottoscrivere volontariamente il cosiddetto "Ehrenkodex", un codice d'onore per una gestione d'impresa ecologicamente responsabile, che si traduce in impegni concreti su uso efficiente di risorse, energia e acqua, coinvolgimento dei fornitori nella catena di sostenibilità, e formazione interna dei dipendenti sui temi ambientali. Non è quindi solo un'etichetta valida per il marketing, ma un impegno pubblico verificabile tra pari.

Accanto a questo, B.A.U.M. funge da cinghia di trasmissione tra imprese, politica, scienza e media: organizza scambi di esperienze pratiche, porta le istanze delle aziende aderenti davanti alle istituzioni tedesche (è regolarmente iscritto al registro delle lobby del Bundestag) e ha lanciato iniziative satellite come il B.A.U.M. Zukunftsfonds e il BAUM Fair Future Fonds, veicoli che permettono a investitori privati di orientare il capitale verso efficienza energetica e piccole-medie imprese sostenibili.

Cosa manca all'Italia

L'Italia non parte da zero: esistono realtà come l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), la Fondazione Symbola, il Global Compact Network Italia e le sezioni dedicate alla sostenibilità delle grandi associazioni datoriali come Confindustria. Sono però iniziative frammentate, spesso sovrapposte tra loro, con missioni diverse: alcune orientate alla ricerca e all'advocacy sui grandi obiettivi ONU (ASviS), altre alla promozione dell'immagine "green" del made in Italy (Symbola), altre ancora legate a un quadro internazionale già esistente (Global Compact).

Ciò che manca è un contenitore unico, nato direttamente dall'iniziativa imprenditoriale e non da un ente pubblico o da una grande associazione di categoria, che unisca aziende di qualsiasi dimensione attorno a un codice d'onore condiviso e verificabile, e che al tempo stesso dialoghi in modo strutturato e continuativo con la politica, restando percepito come super partes. In assenza di questo, in Italia il tema sostenibilità resta spesso relegato a singole iniziative aziendali isolate, a bilanci di sostenibilità redatti per obbligo normativo (la direttiva CSRD europea), o a campagne di comunicazione che non sempre si traducono in pratiche verificabili e condivise tra imprese.

Come si potrebbe sollecitare imprese e politica

Costruire un equivalente italiano del B.A.U.M. non richiederebbe necessariamente una nuova legge, ma più probabilmente una combinazione di iniziative dal basso e pressione mirata:

Verso le imprese: le associazioni di categoria già esistenti (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, CNA) potrebbero promuovere un codice d'onore ambientale unico e condiviso, sul modello dell'Ehrenkodex tedesco, aperto anche alle micro e piccole imprese che oggi restano escluse dagli obblighi di rendicontazione CSRD ma che costituiscono la maggioranza del tessuto produttivo italiano. L'adesione volontaria, resa pubblica e verificabile, avrebbe un valore reputazionale immediato per le aziende aderenti.

Verso la politica: si potrebbero sollecitare incentivi fiscali mirati (crediti d'imposta, corsie preferenziali negli appalti pubblici) per le imprese che aderiscono a un codice di questo tipo, così come già avviene in Germania dove B.A.U.M. dialoga direttamente con i ministeri federali e con le autorità locali (come nel caso della neonata collaborazione con l'amministrazione di Amburgo sulla finanza sostenibile per le PMI). In Italia un interlocutore analogo potrebbe rivolgersi al Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, proponendo tavoli tecnici permanenti tra imprese aderenti e legislatore.

Verso i cittadini e i media: la pressione dal basso — tramite associazioni dei consumatori, media specializzati e piattaforme civiche — può aiutare a rendere visibile la differenza tra un'azienda che aderisce a un codice verificabile e una che si limita a comunicazione ambientale generica, spingendo per un consolidamento delle iniziative italiane oggi frammentate in un'unica rete riconoscibile.

Va detto per completezza che un modello di questo tipo non è privo di limiti: codici volontari e reti di questo genere rischiano il "greenwashing" se l'adesione non è accompagnata da verifiche indipendenti, e la loro efficacia dipende in larga parte dalla credibilità e dalla continuità dell'organizzazione che li promuove — esattamente ciò che il B.A.U.M. è riuscito a costruire in oltre quarant'anni di attività ininterrotta.

Fonti: B.A.U.M. e.V. (baumev.de), Wikipedia, Lobbyregister des Deutschen Bundestages, Confindustria

Le bottiglie in PET scartate potrebbero un giorno servire come materia prima per i componenti delle batterie. I ricercatori della Penn State University negli Stati Uniti hanno convertito termicamente il polietilene tereftalato, o PET, in carbonio grafitico altamente cristallino. Grazie alla struttura ordinata di questo materiale carbonioso, gli scienziati sperano di poterlo utilizzare negli anodi delle batterie agli ioni di litio. Tuttavia, sono ancora necessari test elettrochimici per confermare questa ipotesi.

I ricercatori hanno studiato come gli additivi a base di grafene influenzino la disposizione degli atomi di carbonio durante la grafitizzazione. Ciò ha portato alla formazione di grandi cristalliti con strati di carbonio ben allineati. Le loro dimensioni superavano quelle della grafite naturale di riferimento utilizzata nello studio.

"La maggior parte delle persone considera una bottiglia di plastica un rifiuto una volta che non ne ha più bisogno", afferma Shakshi Sekar, autore principale dello studio e dottorando presso il Dipartimento di Ingegneria Energetica e Mineraria John e Willie Leone della Penn State University. Tuttavia, il materiale potrebbe essere utilizzato come materia prima per la produzione di grafite, necessaria per le moderne tecnologie delle batterie.

La grafite immagazzina gli ioni di litio nell'anodo della batteria

La grafite è un componente essenziale delle moderne batterie agli ioni di litio. Durante la carica, gli ioni di litio vengono immagazzinati tra gli strati di carbonio dell'anodo di grafite e rilasciati durante la scarica. Con l'espansione della mobilità elettrica, dell'elettronica di consumo e dei sistemi di accumulo di energia stazionari, la domanda di materiali anodici adatti è in costante aumento.

La grafite è classificata come risorsa minerale critica dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, secondo la National Association for PET Container Resources (Napcor), il PET è una delle materie plastiche più utilizzate al mondo.

Negli Stati Uniti, molti consumatori portano le bottiglie di plastica vuote negli appositi contenitori di raccolta. Tuttavia, una parte significativa del materiale finisce nelle discariche o viene riciclata per produrre articoli di minor valore.

Allo stesso tempo, il PET è una delle plastiche da imballaggio più utilizzate. Viene impiegato, tra le altre cose, negli imballaggi per bevande, alimenti e cosmetici. Dopo l'uso, i rifiuti vengono riciclati in modi diversi a seconda del sistema di raccolta, della qualità del materiale e del livello di contaminazione.

Solo in Germania si contano 660.000 tonnellate di rifiuti in PET

Un rapporto di ricerca pubblicato nel 2022 dall'Agenzia federale tedesca per l'ambiente (FEA) indica un volume annuo di circa 660.000 tonnellate di rifiuti in PET per la Germania. Circa il 90% di questi è costituito da rifiuti prodotti dagli utenti finali. Queste cifre si basano su un'indagine di Conversio del 2019 e devono pertanto essere intese come un'indicazione della portata del problema, non come statistiche annuali aggiornate.

Delle circa 440.000 tonnellate di rifiuti in PET raccolti all'epoca dalle bottiglie con cauzione, 425.000 tonnellate, ovvero il 97%, sono state riciclate. In Germania, quindi, il materiale è già riciclato in misura elevata. Il processo studiato dalla Penn State è comunque interessante perché potrebbe consentire la produzione di un materiale grafitico tecnicamente superiore a partire da una materia prima contenente carbonio.

L'ossido di grafene funge da stampo per la crescita

Per gli esperimenti, il team di ricerca ha sminuzzato il PET e lo ha mescolato con una piccola quantità di ossido di grafene. Il materiale è stato poi riscaldato in condizioni controllate. Durante questo trattamento termico, gli atomi di carbonio si sono riorganizzati.

I ricercatori hanno ottenuto i migliori risultati con un contenuto di ossido di grafene pari al 2,5% in peso. In queste condizioni, il materiale ha sviluppato dimensioni dei cristalliti superiori a quelle della grafite naturale. Ciò indica un eccezionale grado di ordine strutturale.

Secondo i ricercatori, i gruppi funzionali contenenti ossigeno presenti ai bordi degli strati di ossido di grafene svolgono un ruolo cruciale. Essi promuovono la crescita laterale dei cristalli di grafite. Le superfici accessibili degli strati fungono anche da stampo rispetto al quale gli atomi di carbonio si allineano durante la grafitizzazione.

Il risultato non è un materiale completamente uniforme. I ricercatori lo descrivono come carbonio grafitico altamente cristallino che, oltre alle strutture grafitiche, può contenere anche proporzioni di carbonio duro. Il termine "grafite sintetica" semplifica quindi la scoperta.

Non sono necessari catalizzatori metallici

Molti processi per la produzione di grafite sintetica utilizzano metalli come ferro, nichel o cobalto per favorire la grafitizzazione. I residui di questi catalizzatori possono contaminare il prodotto e rendere necessari ulteriori passaggi di purificazione.

L'approccio dei ricercatori non richiede tali catalizzatori metallici. L'ossido di grafene promuove la formazione della struttura senza introdurre componenti metallici. Secondo i ricercatori, ciò potrebbe eliminare la necessità di processi di purificazione chimica e comportare una minore produzione di sottoprodotti contaminati. "Eliminando i catalizzatori metallici, possiamo produrre grafite più pulita riducendo al contempo l'uso di sostanze chimiche e la produzione di rifiuti", ha affermato Sekar.

Resta da vedere se l'intero processo raggiunga effettivamente un impatto ambientale migliore. I futuri progetti di ricerca dovranno esaminare, tra le altre cose, il fabbisogno energetico del trattamento termico, la resa del materiale, la produzione dell'ossido di grafene e le possibili fasi di lavorazione.

Il lavoro svolto finora ha fornito le prime indicazioni sulla sua potenziale idoneità come materiale anodico. Tuttavia, sono ancora necessari test su celle di batteria complete. Non è ancora chiaro quanto litio il materiale possa assorbire, con quale efficienza avvengano i processi di carica e scarica e quanto stabile rimanga la capacità nel corso di molti cicli.

Il percorso verso un processo industriale

Per un processo industriale, i ricercatori dovrebbero dimostrare che i rifiuti di PET con composizione variabile possono essere trattati in modo affidabile e che il materiale grafitico può essere prodotto con una qualità costante. Rimangono inoltre senza risposta interrogativi riguardanti i costi, il consumo energetico e la disponibilità.

Sekar è ottimista: "Se i rifiuti di plastica possono diventare una materia prima per i materiali energetici moderni, cambierà la nostra concezione del riciclo", afferma. La plastica potrebbe quindi essere considerata una materia prima per i materiali tecnici a base di carbonio, affiancandosi ai metodi di riciclo già consolidati.

Mentre sino a poco tempo fa si inneggiava al risparmio energetico quale unica soluzione a salvaguardia dell'ambiente, si è scoperta la fame di energia dei nuovi datacenter per l'intelligenza artificiale, ma pochi hanno messo in luce la necessità di gestire i condizionatori.

Il vero shock energetico dei prossimi anni non arriverà dalla Silicon Valley — bensì dai salotti, dagli uffici e dalle città surriscaldate del pianeta.
Arriverà dai condizionatori.

Il dato che cambia tutto

Secondo le analisi della International Energy Agency, entro il 2030:

  • i data center arriveranno a circa 945 TWh di consumo elettrico globale
  • ma la domanda per il raffrescamento crescerà più velocemente e in modo più diffuso

Non è solo una questione di numeri assoluti.
È una questione di struttura del problema.

Il loop energetico-climatico

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Il condizionamento crea un paradosso perfetto:

  1. Più caldo → più aria condizionata
  2. Più aria condizionata → più consumo elettrico
  3. Più consumo → più emissioni (oggi ancora in gran parte fossili)
  4. Più emissioni → ancora più caldo

Un circolo vizioso autoalimentato.

A differenza dei data center, che sono centralizzati e ottimizzabili, il raffrescamento è:

  • distribuito in miliardi di dispositivi
  • spesso inefficiente
  • difficilmente controllabile

La vera scala del problema

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Il punto critico è geografico:

  • Asia, Africa e Medio Oriente stanno entrando ora nella fase di diffusione massiva dei condizionatori
  • centinaia di milioni di famiglie stanno acquistando il primo AC della loro vita
  • le città crescono, si densificano e si scaldano

Questo significa una sola cosa: la domanda esploderà comunque, indipendentemente da AI o data center.

L’errore europeo: intervenire dopo, non prima

In Europa, e in particolare in Italia, si è già vista una risposta tipica: incentivi a posteriori.

Il caso del Superbonus 110% ha mostrato tutti i limiti di un approccio:

  • frammentato
  • spesso inefficiente
  • privo di una visione sistemica

Molti interventi hanno migliorato poco l’efficienza reale degli edifici, senza incidere davvero sul fabbisogno di raffrescamento.

Il risultato: tanta spesa pubblica, impatto limitato.

Cosa fare davvero (prima che sia troppo tardi)

1. Ridurre il bisogno, non solo il consumo

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La priorità assoluta è semplice:
meno bisogno di raffrescamento

Questo significa:

  • isolamento termico serio
  • tetti riflettenti (“cool roofs”)
  • schermature solari esterne
  • ventilazione naturale progettata

Risultato possibile: -50% consumo AC senza tecnologia avanzata.

2. Ripensare il concetto di comfort

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C’è una verità scomoda:
abbiamo standard di comfort energeticamente insostenibili.

  • uffici a 20°C con 35–40°C esterni
  • centri commerciali gelidi in piena estate

Ogni grado in meno aumenta i consumi del 7–10%.

Serve una transizione culturale:
24–26°C non è disagio, è sostenibilità.

3. Regolare il mercato globale dei condizionatori

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Il rischio più grande è l’invasione di dispositivi inefficienti nei paesi emergenti.

Serve:

  • standard minimi obbligatori
  • divieto progressivo delle tecnologie obsolete
  • etichettatura trasparente

Senza regole, il problema diventa ingestibile.

4. Usare meglio l’energia, non solo produrla

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Il raffrescamento ha una caratteristica chiave:

coincide perfettamente con il picco solare

Questo apre opportunità enormi:

  • fotovoltaico distribuito
  • accumuli domestici e di rete
  • demand response (gestione intelligente dei carichi)

Un grado in più su milioni di condizionatori = centrali elettriche evitate.

5. Ripensare le città

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Le città sono amplificatori di calore.

Soluzioni semplici:

  • alberi (raffrescamento naturale reale)
  • tetti verdi
  • materiali riflettenti
  • meno superfici scure

Riduzione possibile: 2–5°C urbani.

Che significa meno condizionatori accesi.

La verità che nessuno vuole dire

È più facile rendere sostenibili i data center che i condizionatori domestici.

Perché i primi sono:

  • centralizzati
  • regolabili
  • controllabili

I secondi sono:

  • ovunque
  • economici
  • spesso inefficienti

Il problema non è tecnologico. È sistemico e politico.

Possiamo continuare a inseguire la domanda energetica, costruendo nuove centrali per alimentare un bisogno crescente.

Oppure possiamo fare qualcosa di più intelligente:

ridurre il bisogno stesso di raffrescamento.

È meno spettacolare di una nuova centrale nucleare o di un data center AI.
Ma è molto più efficace.

E soprattutto: è l’unica strategia che può funzionare davvero entro il 2030

Il magazine scientifico Science ha scelto il boom delle energie rinnovabili nel 2025 come Breakthrough of the Year (“Scoperta/Evento dell’anno”), sottolineando un fatto storico: per la prima volta la generazione elettrica globale da energie rinnovabili (soprattutto solare e eolico) ha superato quella da carbone.

Tuttavia, come osserva la colonna su Spektrum der Wissenschaft, questo riconoscimento non celebra tanto una reale “rivoluzione scientifica” quanto il successo di una trasformazione di scala e di mercato, resa possibile grazie alla combinazione tra politiche pubbliche, strategia industriale e capacità produttiva globale – con la Cina al centro del processo.

Numeri e dinamiche globali: la crescita continua

Secondo le principali agenzie internazionali e report recenti:

  • La capacità globale rinnovabile continua a crescere velocemente: tra il 2025 e il 2030 è previsto un aumento di oltre il 60% nella generazione da fonti rinnovabili, con la quota di energia elettrica rinnovabile che raggiungerà quasi il 45% entro il 2030
  • Il solare fotovoltaico domina la crescita: circa l’80% dell’incremento di capacità rinnovabile nei prossimi cinque anni sarà fotovoltaico.
  • La crescita non riguarda solo solare ed eolico, ma anche idroelettrico, bioenergia e geotermia, sebbene a ritmi più modesti.

Questi numeri mostrano che il 2025 non è un picco isolato, ma parte di una tendenza strutturale di lungo periodo verso fonti pulite, sostenuta da costi in calo, miglioramenti tecnologici e sostegno politico.

Fattori tecnologici e di mercato

Le rinnovabili non stanno crescendo solo per ragioni ideali o climatiche, ma per motivi economici e tecnologici concreti:

  • Calo dei costi: il prezzo dei moduli solari è sceso notevolmente negli ultimi anni grazie a economie di scala e produzione industriale intensiva, soprattutto in Asia.
  • Innovazioni in corso: nuove tecnologie come i pannelli bifacciali, i sistemi floatovoltaici su specchi d’acqua, e avanzamenti nelle celle tandem ad alta efficienza stanno aumentando la resa energetica e riducendo ulteriormente i costi unitari.
  • Storage e reti intelligenti: la crescita dei sistemi di accumulo energetico (batterie) è fondamentale per gestire l’intermittenza solare ed eolica, consentendo di integrare quantità crescenti di energia pulita nelle reti elettriche.

Geopolitica: dal carbone alle catene di valore globali

La Spektrum sottolinea una dimensione importante: la transizione energetica è sempre più una questione geopolitica. La leadership cinese nella produzione di pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e batterie ha permesso di ridurre i costi globali, ma ha anche generato una dipendenza dalle catene di fornitura centrata su Pechino.

Questo fenomeno ricorda le dipendenze energetiche del passato (come quella dal petrolio), sollevando interrogativi sui rischi di concentrazione produttiva e di vulnerabilità geopolitica.

Cosa significa per la lotta al cambiamento climatico

Il sorpasso delle rinnovabili sulla generazione da carbone è un segnale potente: indica che la transizione energetica non è più solo teoria, ma realtà concreta. Tuttavia:

  • Non basta generare energia pulita: è fondamentale decarbonizzare anche i settori industriali, trasporti e riscaldamento, dove l’elettrificazione e l’efficienza sono ancora insufficienti.
  • La semplice crescita delle installazioni non garantisce automaticamente la riduzione delle emissioni totali, poiché la domanda energetica globale continua ad aumentare e alcuni paesi mantengono o espandono capacità fossili.

Esempi recenti di crescita e adozione

Il ruolo delle rinnovabili si riflette anche nelle notizie più recenti:

  • In Italia, grandi progetti solari stanno crescendo grazie ad aste pubbliche e nuove installazioni su larga scala. 
  • In India, accordi tra produttori di energia rinnovabile e grandi aziende (come Google) promuovono nuovi impianti solari che forniranno energia pulita a infrastrutture critiche.
  • In California, nonostante riduzioni negli incentivi federali negli Stati Uniti, lo Stato continua ad aumentare la sua quota di energia pulita con ampie capacità di storage. 

Il 2025 può essere visto come un punto di svolta simbolico della transizione energetica: per la prima volta l’energia pulita genera più elettricità del carbone a livello globale. Questo è un passo enorme e testimonia i progressi tecnologici, la maturità industriale delle rinnovabili e l’impatto delle politiche pubbliche.

Ma si tratta anche di una transizione non lineare e non priva di rischi: la concentrazione produttiva, la gestione delle reti, la variabilità climatica e la necessità di decarbonizzare settori più ampi restano sfide fondamentali.

Insomma, il “Solarboom” non è solo motivo di celebrazione: è un potente richiamo a rinnovare gli sforzi politici, tecnologici e cooperativi su scala globale per far sì che questa transizione produca davvero un mondo più sostenibile.

Emissioni globali di CO₂: il paradosso della crescita “verde”

Nonostante il boom delle energie rinnovabili, le emissioni globali di CO₂ continuano a rimanere su livelli record. Questo è il grande paradosso del 2025:
mentre la capacità rinnovabile cresce come mai prima, le emissioni non diminuiscono in modo strutturale.

Le ragioni sono tre:

  1. Crescita assoluta della domanda energetica globale
    Le rinnovabili spesso non sostituiscono le fonti fossili, ma si aggiungono a esse per sostenere:
    • crescita economica,
    • urbanizzazione accelerata,
    • digitalizzazione energivora (AI, data center, cloud),
    • riarmo e industrie militari.
  2. Persistenza del carbone e del gas
    Molti Paesi mantengono centrali fossili come “backup” strutturale, soprattutto in assenza di:
    • reti intelligenti,
    • accumulo su larga scala,
    • pianificazione energetica coordinata.
  3. Delocalizzazione delle emissioni
    Le economie avanzate riducono le emissioni interne, ma importano beni prodotti in Paesi ad alta intensità carbonica.
    Il risultato è una illusione statistica di decarbonizzazione.

 In sintesi: la transizione energetica procede, ma la transizione economica no.

I principali Paesi responsabili: oltre la retorica

Le responsabilità non sono distribuite in modo equo.

Cina

  • Primo emettitore mondiale in termini assoluti.
  • Leader globale nelle rinnovabili e contemporaneamente nel carbone.
  • Strategia pragmatica: sicurezza energetica e crescita prima di tutto.
  • Le emissioni pro capite stanno raggiungendo quelle europee.

 La Cina non è “il problema” né “la soluzione”: è lo specchio del sistema globale.

Stati Uniti

  • Tra i maggiori emettitori storici.
  • Economia basata su:
    • consumo elevato,
    • trasporti inefficienti,
    • industria fossile ancora politicamente potente.
  • Politiche climatiche instabili, reversibili a ogni cambio di amministrazione.

 Il problema USA non è tecnologico, ma politico e culturale.

Unione Europea

  • Emissioni inferiori rispetto a USA e Cina.
  • Ambizioni climatiche alte, potere geopolitico debole.
  • Rischio di:
    • deindustrializzazione,
    • dipendenza energetica esterna,
    • carbon leakage.

l’UE paga il prezzo di essere virtuosa in un mondo non virtuoso.

Paesi emergenti

  • Africa, Sud-Est asiatico, America Latina:
    • basse emissioni storiche,
    • forte crescita futura prevista.
  • Chiedono (legittimamente):
    • diritto allo sviluppo,
    • accesso a energia a basso costo.

 Senza trasferimenti tecnologici e finanziari, replicheranno il modello fossile occidentale.

Le responsabilità degli organismi globali: governance debole, risultati deboli

Gli organismi internazionali hanno fallito sul piano vincolante.

ONU e COP

  • Accordi basati su:
    • obiettivi volontari,
    • impegni non sanzionabili,
    • negoziati al ribasso.
  • Nessun meccanismo reale di enforcement.

Le COP producono consenso politico, non riduzioni di CO₂.

Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale

  • Continuano a:
    • finanziare progetti fossili indirettamente,
    • imporre politiche di austerità che frenano investimenti verdi nei Paesi poveri.

Parlano di transizione, ma operano ancora secondo logiche novecentesche.

Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO)

  • Non integra seriamente il costo climatico nel commercio globale.
  • Penalizza politiche industriali verdi considerate “protezionistiche”.

Il libero scambio resta climaticamente cieco.

L’economia senza freni: la radice strutturale del problema

Il nodo centrale non è tecnologico, ma economico e sistemico.

Il modello dominante è ancora basato su:

  • crescita illimitata,
  • estrazione continua,
  • esternalizzazione dei costi ambientali,
  • massimizzazione del profitto a breve termine.

In questo contesto:

  • le rinnovabili ridimensionano i danni,
  • ma non cambiano il paradigma.

Un pannello solare che alimenta:

  • SUV elettrici sempre più pesanti,
  • data center energivori,
  • produzione industriale iper-consumistica,

non è una rivoluzione, ma una ottimizzazione del sistema esistente.

Il rischio reale: una transizione energetica senza transizione climatica

Se non cambiano:

  • regole del commercio globale,
  • fiscalità ambientale,
  • modelli di consumo,
  • governance internazionale,

il rischio concreto è questo:

avremo un mondo alimentato da energia rinnovabile,
ma comunque incompatibile con la stabilità climatica.

Il boom delle rinnovabili è necessario, positivo e irreversibile.
Ma non è sufficiente.

Senza:

  • responsabilità storiche riconosciute,
  • obblighi vincolanti per i grandi emettitori,
  • riforma degli organismi globali,
  • freno all’economia estrattiva e iper-consumistica,

il Solarboom rischia di diventare un alibi tecnologico per non affrontare il vero problema:
un sistema economico che consuma più di quanto il pianeta possa rigenerare.

Siamo sull’orlo del precipizio e c’è chi ci spinge

di Federico Butera

pubblicato il 12/12/2025

Pensiamo che la crisi climatica che stiamo vivendo, più in generale la crisi ecologica, si dispieghi attraverso fenomeni spesso drammatici, la cui intensità e frequenza sta sì aumentando, e rapidamente, ma anche che i cambiamenti saranno progressivi, e che possiamo attrezzarci per contrastarne gli effetti attraverso interventi appropriati di prevenzione e contenimento. Riteniamo che le variazioni climatiche siano continue. Pensiamo che se proprio non riusciamo a stare entro l’incremento di temperatura, rispetto al valore preindustriale di 1,5° C raccomandato dagli scienziati, vuol dire che ci saranno più ondate di calore, più alluvioni, più siccità, ma tutto progressivamente, e – se ci impegniamo – avremo il tempo di adattarci. Sarà dura, ma ce la possiamo fare, anche se la temperatura globale continuerà ad aumentare, come è inevitabile se continuiamo ad andare avanti come abbiamo fatto finora.
Purtroppo, la brutta notizia è che le cose non stanno così, tutt’altro. La situazione presto può cambiare da un momento all’altro, superare il punto di svolta, e il mondo così come lo abbiamo conosciuto collassa irreversibilmente e si trasforma in qualcosa che non siamo neanche in grado di immaginare.
I punti di svolta si presentano in moltissime occasioni, e specialmente nei sistemi complessi, cioè sistemi formati da un insieme di elementi (sottosistemi) variabili e fortemente interconnessi, sicché la conoscenza singola d’ognuno di essi non è sufficiente a stabilire l’evoluzione complessiva del sistema nel suo insieme. Inoltre le interconnessioni fra sottosistemi danno luogo a retroazioni e non linearità. Per questo non reagiscono sempre proporzionalmente e prevedibilmente a una data sollecitazione. Può succedere che una sollecitazione in passato sempre assorbita senza problemi, a un certo punto (il punto di svolta) invece destabilizzi il sistema profondamente, facendolo precipitare in tempo brevissimo in un altro stato.
L’essere umano, per esempio, è un sistema complesso, cioè un sistema fatto di tanti sottosistemi, anche loro complessi (gli organi) fra loro strettamente interconnessi e interagenti. Invecchiando, il funzionamento del nostro organismo si va modificando, i vari organi cominciano a funzionare sempre meno bene, e sollecitazioni (un’influenza, uno sforzo intenso, una frattura, una infezione) che prima venivano riassorbite senza problemi, ora spingono pericolosamente verso il crinale, il punto di svolta. E man mano che si invecchia e l’organismo di deteriora, ci si avvicina sempre più, e basta poco per superarlo e precipitare dall’altra parte.
A spingere verso il punto di svolta, ancora prima della vecchiaia, può essere una malattia, un organo che funziona male, che induce il malfunzionamento di altri, che riducono la funzionalità di altri ancora, a cascata, fino a far cadere l’intero organismo nel precipizio.
Anche il nostro pianeta è un sistema biofisico complesso, un organismo, ed è malato. I suoi sottosistemi, i suoi organi, in misura maggiore o minore in crisi sono l’atmosfera, l’idrosfera (gli oceani e le acque dolci), la criosfera (le calotte glaciali e i ghiacciai), la biosfera (gli organismi viventi) e la litosfera (terra, suoli, sedimenti e parti della crosta terrestre).
Non solo gli organismi viventi, il clima e il sistema Terra sono sistemi complessi, lo è anche il sistema sociale, come lo sono tutti i sottosistemi che li compongono, e sono tutti contenuti nel sistema Terra e interconnessi con i sistemi biofisici: dipendiamo dal clima, dai servizi che ci offrono gli ecosistemi, dalle piante di cui ci nutriamo, che devono alla natura la loro capacità di crescere.

 

Affrontare la complessità

Per governare la transizione ecologica

Federico M. Butera

Fissiamo l’attenzione sull’atmosfera. La sua dinamica è governata dal sistema climatico, che regola i diversi climi sulla superficie terrestre. Il sistema climatico, soggetto a sollecitazioni quali quelle a cui lo stiamo sottoponendo con l’aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera che fa aumentare la temperatura globale, può essere spinto verso punti di svolta. Ciò può avvenire a causa della destabilizzazione di sottosistemi critici, che sono a loro volta governati da processi che contengono dei punti di svolta.
Cinque di questi, al livello attuale di riscaldamento globale, sono già a rischio di superare i punti di svolta entro la prima metà di questo secolo: la calotta polare artica unita ai ghiacci della Groenlandia, la corrente atlantica (AMOC), il permafrost delle regioni artiche, le barriere coralline e la foresta amazzonica.
Le barriere coralline potrebbero avere già superato il punto di svolta (un gran numero di esse è già sbiancata, cioè morta), con gravissime conseguenze: perdita di biodiversità (ospitano il 25%di tutte le specie marine), perdita della difesa delle coste dalle mareggiate, azzeramento della pesca e del turismo, con effetti drammatici per centinaia di milioni di persone che di questo vivono.
Esaminiamo uno per uno gli altri sistemi a rischio, che sono fra di loro interconnessi.
Per effetto del riscaldamento globale il ghiaccio al polo si sta sciogliendo, e sempre più velocemente. Infatti, man mano che si scioglie si riduce la superficie ghiacciata, bianca, e quindi la quantità di energia solare che viene riflessa, e aumenta quella assorbita. Aumentando l’energia assorbita, la temperatura globale aumenta, e fa sciogliere più ghiaccio e la superficie riflettente diminuisce più velocemente. Sciogliendosi più velocemente, più velocemente cresce la temperatura, e più velocemente si scioglie il ghiaccio. Il processo è sempre più accelerato e prima di quanto si pensi non ci sarà più la calotta polare, essendo stato superato il punto di svolta.
Quale è questo punto? Quello dei ghiacci artici è un processo dinamico: da millenni si contraggono in estate e si ricostituiscono in inverno. A volte se ne scioglie di più, a volte meno, a volte se ne ricostituisce di più, altre meno, ma prima del riscaldamento globale mediamente negli anni tanto se ne scioglieva in estate e altrettanto se ne formava in inverno. Oggi, a causa dell’aumento della temperatura si è superato il punto di svolta, quello in cui in estate se ne scioglie più di quanto non se ne riformi in inverno, e la calotta polare si va contraendo, sempre più rapidamente, irrimediabilmente. La conseguenza è che la temperatura globale non aumenta proporzionalmente alla quantità di gas serra che immettiamo in atmosfera, ma molto più velocemente, e ormai non possiamo farci niente, anche se azzeriamo le emissioni di gas serra, perché i ghiacciai continueranno a sciogliersi e la temperatura globale continuerà ad aumentare.
Nello stesso tempo, con l’aumento della temperatura, si vanno sciogliendo i ghiacci della Groenlandia; i modelli suggeriscono che la sua calotta glaciale potrebbe essere condannata alla sparizione con un incremento di 1,5 °C rispetto al valore preindustriale, che abbiamo già superato nel 2024 e lo sarà permanentemente entro il 2030.L’Oceano Atlantico è attraversato da una corrente che trasporta acqua calda superficiale verso nord e acqua fredda profonda verso sud e prende il nome di Atlantic Meridional Overturning Circulation; AMOC è il suo acronimo. Nell’emisfero nord l’acqua calda superficiale proveniente dai tropici (nota come Corrente del Golfo) rilascia il suo calore nell’Atlantico subpolare, a sud della Groenlandia e a ovest della Gran Bretagna e dell’Irlanda, riscaldandole. Rilasciando il calore la corrente si raffredda e per questo affonda a una profondità compresa tra i 2.000 e i 3.000 metri, e torna a sud come corrente fredda. Lì sotto scorre come un grande fiume, lungo tutta la lunghezza dell’Atlantico.
L’AMOC è responsabile del clima mite dell’Europa nordoccidentale; alla stessa latitudine, più a est, gli inverni sono molto più rigidi.


La temperatura non è l’unico ingrediente chiave dell’AMOC: l’altro è la salinità. L’acqua superficiale che arriva nella regione subpolare è particolarmente salata perché la corrente proviene dalle regioni subtropicali, dove l’evaporazione è maggiore. Più l’acqua è salata, più è pesante, e va giù, rinforzando l’affondamento dovuto al raffreddamento.
Lo scioglimento dei ghiacci artici e della Groenlandia porta un flusso di acqua dolce che ne riduce la salinità; quindi, l’acqua diventa meno pesante, il processo di affondamento si indebolisce e l’AMOC rallenta. Rallentando, il flusso di acqua più salata si riduce mentre quello di acqua dolce dei ghiacci che si sciolgono aumenta col riscaldamento globale e la salinità complessiva della corrente diminuisce ulteriormente, contribuendo sempre meno all’affondamento e indebolendola sempre più. Così, più si sciolgono i ghiacci artici più rallenta l’AMOC, fino a raggiungere il punto di svolta, quello oltre il quale la corrente si arresta.
Il fenomeno è in evoluzione: la portata dell’AMOC è diminuita del 15% dal 1950 ed è nel suo stato più debole da oltre un millennio.È già successo in passato. Poco più di 12.000 anni fa, il rapido scioglimento dei ghiacciai causò l’arresto dell’AMOC, provocando enormi fluttuazioni di temperatura nell’emisfero settentrionale, con variazioni comprese tra i 10 e i 15 °C nell’arco di un decennio: ci fu una piccola glaciazione.
Alcune simulazioni climatiche al computer mostrano che l’AMOC potrebbe raggiungere un punto di svolta nel corso di questo secolo, addirittura entro la prima metà, con conseguenze catastrofiche in tutto il mondo. Uno studio pubblicato lo scorso anno prevede che le temperature nell’Europa nord-occidentale potrebbero scendere di 15 °C, facendo precipitare la regione in una nuova era glaciale, mentre l’emisfero meridionale subirebbe un riscaldamento.
Inoltre, un quasi collasso dell’AMOC provocherebbe cambiamenti dirompenti nelle precipitazioni nel bacino amazzonico. Altre simulazioni mostrano che potrebbe anche causare una siccità quasi permanente nella regione africana del Sahel, interrompere i monsoni asiatici, riscaldare rapidamente l’Oceano Antartico, causando un aumento del livello globale dei mari con lo scioglimento della calotta glaciale dell’Antartico occidentale, e potenzialmente spostare il pianeta verso un nuovo regime climatico, caratterizzato da una temperatura media molto più elevata di quella di oggi e climi regionali molto diversi.
Il collasso dell’AMOC inoltre ridurrebbe l’assorbimento di CO2 da parte dell’oceano, perché la corrente porta nelle profondità oceaniche gran parte della CO2 assorbita nel suo percorso in superficie, e lì viene intrappolata in modo sicuro, lontana dall’atmosfera.

Il permafrost è uno spessore perennemente ghiacciato sotto lo strato superficiale del terreno, alle alte latitudini. È importante perché è vasto 18 milioni di chilometri quadrati, ovvero un quarto di tutta la terra emersa dell’emisfero settentrionale ed è un enorme serbatoio di carbonio, perché conserva i resti della vita che un tempo fioriva nell’Artico, tra cui piante morte, animali e microbi: si stima che ne contenga circa 1500 miliardi di tonnellate. Si tratta di una quantità circa quattro volte superiore a quella emessa dall’uomo dall’inizio della rivoluzione industriale e quasi il doppio di quella attualmente contenuta nell’atmosfera.
Il permafrost va sciogliendosi a causa del riscaldamento globale, e libera CO2 e metano, che è un gas serra 30 volte più potente dell’anidride carbonica. Queste emissioni accelerano l’incremento della temperatura globale, e gli effetti si riflettono in un più rapido scioglimento della calotta polare, fenomeno che a sua volta, accelerando l’incremento di temperatura, accelera il disgelo del permafrost: due processi che si rinforzano l’uno con l’altro ed accelerano il riscaldamento globale e conseguentemente i cambiamenti climatici: non aspettiamoci che le cose peggioreranno col ritmo che hanno avuto finora, perché questo ritmo è destinato ad aumentare sempre più. Lo scongelamento del permafrost contribuisce ad avvicinare il momento in cui si superano i punti di svolta della calotta artica e dell’AMOC, il cui rallentamento è rinforzato dal più rapido scioglimento dei ghiacci.
A questo bisogna aggiungere che nel permafrost si trovano, congelati da decine di migliaia di anni, agenti patogeni, batteri e virus, ai quali il sistema immunitario umano, e probabilmente di molte altre specie viventi, non è detto sia in grado di fare fronte.

La foresta amazzonica vive da 65 milioni di anni, pur in uno dei suoli più poveri di nutrienti al mondo, che quindi è costretta a riciclare continuamente. Anche l’acqua è in gran parte ricircolata, quella che piove proviene dalla evapotraspirazione della stessa foresta per circa il 50%; in qualche zona il 70%. Se questi processi circolari vengono spezzati, con incendi, deforestazione e siccità indotta dal cambiamento climatico, oltre che dall’uomo, la foresta pluviale si va trasformando in savana, e così diminuisce l’evapotraspirazione, quindi pure la quantità di acqua che ricade come pioggia, e questo favorisce la perdita di altra foresta che si trasforma in savana, riducendo così ancora l’evapotraspirazione e la pioggia in un processo sempre più accelerato che si conclude con la completa o quasi sparizione della copertura forestale. Un fenomeno autopropulsivo. Il rallentamento o l’arresto dell’AMOC può influire sul regime delle piogge, attraverso la modifica dei flussi di aria umida dall’oceano, aggravando la situazione.
È stato stimato che il punto di svolta, cioè quello in cui l’arretramento della foresta diventa irreversibile, possa superarsi entro il 2050.
Ciò è particolarmente grave, perché la foresta pluviale amazzonica è l’ecosistema terrestre più ricco di biodiversità al mondo, e svolge un ruolo fondamentale nella regolazione del clima globale attraverso l’enorme quantità di CO2 che assorbe.Si è visto che la fusione dei ghiacci artici è un processo che si auto-accelera, e ulteriormente accelerato a causa dello scioglimento del permafrost che rinforza il riscaldamento globale, facendo ulteriormente accelerare lo scioglimento dei ghiacci, che accelera a sua volta lo scongelamento del permafrost, aumentando così la temperatura globale e rallentando l’AMOC, il che favorisce l‘arretramento della foresta amazzonica e quindi una riduzione dell’assorbimento della CO2, che provoca un ulteriore innalzamento della temperatura che si ripercuote sullo scioglimento dei ghiacci e del permafrost. Un effetto domino a spirale, che porta a superare i rispettivi punti di svolta.
Se questo succede, se si superano dei punti di svolta a cascata, si perde completamente il controllo del cambiamento climatico, si ha il punto di svolta globale, e finiremo in quella che stata definita la condizione Terra-serra, caldissima, tanto calda quanto lo è stata milioni di anni fa, quando l’uomo ancora non esisteva. E il pericolo non è solo per la specie umana. Il rischio è quello di destabilizzare l’intero sistema di supporto della vita, di questa biosfera, e si avrebbe la sesta estinzione di massa. Da un cambiamento progressivo sia pure accelerato, in qualche modo gestibile, si passa a un collasso improvviso, irreversibile, assolutamente ingestibile e dalle conseguenze imprevedibili.Essendo il sistema sociale strettamente connesso a quello biofisico è inevitabile che il superamento del punto di svolta in uno qualunque dei sottosistemi biofisici abbia ripercussioni su quello sociale e viceversa e ciò avviene principalmente riguardo al clima, che a causa del riscaldamento globale va cambiando. Questo cambiamento, la cui causa prima è l’immissione nell’atmosfera di gas serra da noi prodotto, ci si ritorce contro, alterando gli equilibri e la stabilità del sistema sociale e portandolo vicino a un punto di svolta.Gli effetti del riscaldamento globale si manifestano nell’aumento della intensità, frequenza e durata delle ondate di calore, delle precipitazioni intense, delle siccità e degli incendi.
Le ondate di calore, cioè i periodi di temperatura eccezionalmente elevata che si protraggono per più giorni consecutivi, hanno numerosi effetti. Il primo è puramente fisiologico: a partire dalla temperatura di 35 °C e contemporanea umidità relativa del 100% l’organismo umano non è più in grado di disperdere il calore prodotto dal suo metabolismo, e quindi la temperatura corporea cresce, supera i valori tollerabili per la funzionalità degli organi interni, e collassa: è la morte. In molti casi, quando si tratta di soggetti fragili, vecchi, bambini, malati e donne in gravidanza, basta una temperatura e umidità inferiore per portare alla morte. Negli ultimi due decenni, il caldo estremo è già stato responsabile di una media di 500.000 morti in eccesso all’anno; numero destinato a salire perché mentre oggi circa il 30% della popolazione mondiale è esposta a condizioni climatiche mortali per almeno 20 giorni all’anno, questa percentuale potrebbe salire a oltre il 70% entro il 2100. Da notare che queste morti si concentrano sui soggetti che sono più deboli non solo fisicamente, ma anche socialmente. Sono infatti i più poveri a subirne di più le conseguenze: principalmente quelli dei paesi in via di sviluppo, che per la maggior parte sono situati nelle zone più calde del pianeta, ma anche quelli dei paesi sviluppati. Nessuno di questi può permettersi l’aria condizionata, e tutti in genere vivono nelle periferie urbane più degradate e prive di verde (che attenua le ondate di calore).Gli effetti delle ondate di calore, però, non si limitano al sia pure grave aumento della mortalità. Già oggi in Italia e in alcuni altri paesi è stata introdotta una norma che impone l’astensione del lavoro all’aperto per temperature superiori ai 35 °C. Aumentando il numero delle ore in cui questa situazione si verifica, è inevitabile l’impatto sulla produttività. Attività come i lavori di costruzione e quelli agricoli subiranno un danno economico, e dovranno necessariamente aumentare i prezzi per compensare l’aumento dei costi; bisognerà lavorare di notte. I prodotti alimentari costeranno di più con il danno maggiore subito dai più poveri che già faticano a nutrirsi.Ma c’è di più. L’aumento della durata, frequenza e intensità delle ondate di calore induce effetti più subdoli e pericolosi di quelli elencati, quelli sulla salute mentale. Con il perdurare di temperature elevate aumenta l’aggressività e la radicalizzazione, fattori socialmente destabilizzanti che possono contribuire ad avvicinarsi o a superare punti di svolta che conducono a profonde trasformazioni sociali.Gli altri eventi meteorologici estremi causati dal riscaldamento globale (alluvioni, siccità, incendi), oltre a causare altre morti dirette, hanno l’effetto comune di ridurre la produzione agricola, con pesanti conseguenze sulla disponibilità e quindi sui costi dei prodotti alimentari, con il maggior danno ancora una volta per i più poveri. Il fenomeno si è già presentato sia nei paesi ricchi sia in quelli più poveri, dove la carestia indotta da siccità e alluvioni spinge migliaia di persone a spostamenti forzati verso quei campi profughi che le organizzazioni internazionali mettono loro a disposizione. In questi casi intere vaste comunità risultano completamente disgregate: è stato oltrepassato un punto di svolta sociale. Globalmente, nel 2022 i profughi climatici sono stati 32,6 milioni, e si stima che al 2050 potranno raggiungere il numero di 1,2 miliardi. Alcuni di questi profughi, avendo perso tutto e non vedendo come ricominciare all’interno del loro paese e in quelli limitrofi, scelgono di cercare di arrivare in Europa e rischiano la vita attraversando il Mediterraneo. Il crudele e inaccettabile paradosso è i principali responsabili del cambiamento climatico, Europa e USA, fanno di tutto per respingere quelli che non hanno minimamente contribuito ma che più degli altri ne pagano le conseguenze.La riduzione della produzione alimentare, che ha effetti prima di tutto locali, può dare luogo al superamento di un punto di svolta a livello globale se si verificano situazioni avverse contemporaneamente nelle diverse parti del mondo che sono i cosiddetti food baskets, i cesti del cibo, cioè quelle aree produttrici di grandi quantità di alimenti primari, quale il grano o il riso, o il mais. In questo caso si avrebbe un’impennata del prezzo di questi alimenti, che è regolato dal mercato mondiale, da una parte dando luogo a carestie nei paesi in cui lo stato non ha le risorse per fronteggiare la situazione, e dall’altra innescando una crisi economica e finanziaria dagli effetti a cascata imprevedibili. Si è già visto quali effetti ha causato la guerra in Ucraina, per il blocco della esportazione del mais e dell’orzo, di cui questo paese è fra i primi produttori mondiali: una crisi alimentare in Egitto, Tunisia, Libano, Somalia e non solo, tutti paesi dipendenti dai cereali ucraini.L’altro evento possibile, l’arresto dell’AMOC, che ridurrebbe fortemente la produzione alimentare in Europa, combinato con il riscaldamento globale potrebbe causare la perdita della metà della superficie mondiale coltivabile a grano e mais, destabilizzando completamente la sicurezza alimentare di tutto il mondo. E si sa che la mancanza di cibo è sempre stata la causa più frequente di rivolte popolari, che possono innescare stravolgimenti sociali profondi.Inoltre, a causa della glaciazione indotta dall’arresto dell’AMOC, in tutta l’Europa nord-occidentale gli impianti di riscaldamento esistenti diventerebbero insufficienti a garantire una temperatura accettabile nelle case e negli uffici, portando il gelo anche negli ambienti chiusi e non ci sarebbero né il tempo né le risorse per rinforzarli tutti. Le condizioni di vita diventerebbero insostenibili per i più poveri, che non hanno i mezzi per riscaldarsi e per nutrirsi con il costo del cibo enormemente aumentato, spingendoli a migrare verso sud, invertendo il flusso migratorio attuale. Un tragico contrappasso.La prospettiva non è rosea. La storia insegna che condizioni climatiche avverse, eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, carestie e disuguaglianza sociale marcata, variamente combinati, sono ingredienti comuni del superamento del punto di svolta in molte società del passato. Superamento che ha portato alla caduta di imperi, al cambiamento di regimi innescati da rivolte popolari, all’ascesa al potere di nuovi attori sociali, alla completa disgregazione del sistema sociale, alla sua scomparsa. È avvenuto nell’antica Mesopotamia, nell’Impero Romano d’Occidente, nel centro America con i Maya, nell’isola di Pasqua, per citare solo alcuni degli esempi forniti da Diamond e Tainter, che hanno studiato il fenomeno.Gli ingredienti per il superamento di un punto di svolta sociale oggi ci sono tutti, e ne vediamo i primi segni. Il primo inequivocabile segnale dell’impatto destabilizzante sui sistemi sociali indotto dal cambiamento climatico è che l’ondata migratoria da esso causata genera, nelle popolazioni dei paesi ricchi, una crescente ostilità nei confronti dei migranti, che si ritiene siano un peso economico, tolgano lavoro, riducano la sicurezza e quindi vengono percepiti come causa del peggioramento della qualità della vita, che invece ha altre cause, non ultima proprio la crisi ambientale, che con gli eventi estremi danneggia l’economia.
Un altro è la disuguaglianza, che è in continuo aumento e genera tensioni e sfiducia nelle istituzioni.Ma la spinta principale, al momento, viene dal sistema economico e finanziario, che vede nella transizione ecologica una minaccia, in quanto ne minerebbe il potere e i privilegi, modificando l’attuale assetto basato sul fossile. È una spinta che, per contrastare quelli che pretendono dai governi azioni volte a combattere la crisi ambientale, spinge questi poteri a favorire l’autoritarismo.
L’amministrazione Trump è l’esempio paradigmatico, senza veli: uscita dall’accordo di Parigi sulla limitazione delle emissioni, smantellamento della ricerca scientifica sui temi ambientali, ostacoli alla diffusione delle fonti rinnovabili e incentivi a quelle fossili, e pugno duro con chi dissente.Nei paesi europei non si arriva agli estremi trumpiani, ma si va nella stessa direzione attraverso ostacoli alla realizzazione del Green Deal e azioni legislative tutte volte a limitare la libertà di dissentire dalle scelte governative, anche di ordine ambientale, portando all’arresto degli attivisti di Ultima Generazione, Extintion Rebellion e altre formazioni analoghe anche se manifestano in forme non violente ma mediaticamente efficaci. Tutto ciò è visto con indulgenza o addirittura con soddisfazione da quella larga parte di popolazione soggetta a una informazione manipolata che mira a fare credere che gli investimenti sulla transizione ecologica siano pure a danno del benessere, creando ostilità nei confronti dell’attivismo ambientalista. Disinformazione sostenuta da chi dall’uso del fossile trae vantaggio e vede la transizione verso le rinnovabili come minaccia alla propria esistenza.
Si assiste a una radicalizzazione delle posizioni, anche a causa del modo in cui funzionano i social media, che la favoriscono.
In più, ai nostri giorni, la radicalizzazione delle posizioni è amplificata dal continuo insorgere, anche nel cuore dell’Europa oltre che nel resto del mondo, di guerre, armate e commerciali, aumentando l’instabilità e portandoci sempre più vicini al punto di svolta che porta al conflitto di tutti contro tutti.Cosa succederà se improvvisamente, nel giro di pochi anni, in questa condizione estremamente instabile, si cadrà nella condizione Terra-serra, quando le risorse alimentari saranno scarse per tutti, e i conflitti per accaparrarsi le ridotte risorse disponibili si aggiungeranno a quelli esistenti che si inaspriranno, e il sistema economico e finanziario collasserà? Dove ci porterà il punto di svolta sociale?
Non tutto è perduto, però. I punti di svolta non si affacciano necessariamente su un futuro peggiore, ma possono portare anche a condizioni migliori rispetto a quelle che si lasciano. Sono i punti di svolta positivi, che portano a società più complesse, più organizzate, che producono innovazione e la integrano al loro interno.
La storia umana è ricca di esempi di cambiamenti sociali e tecnologici positivi, oltre che negativi.
Il primo punto di svolta positivo importante che l’umanità ha superato è quello che segna il passaggio dallo stato di cacciatore raccoglitore a quello di agricoltore.
Un altro punto di svolta fondamentale è stato quello che ha condotto alla Rivoluzione francese.
Molto spesso è una tecnologia a costituire il punto di svolta positivo, innescandone numerosi altri, a cascata. Con la Rivoluzione Industriale fu la macchina a vapore il punto di svolta che innescò una successione inarrestabile di altre innovazioni, un effetto domino che trasformò profondamente il sistema sociale.
Un altro caso di punto di svolta positivo è la produzione della Ford modello T, che fece passare l’automobile da un prodotto per soli ricchi a qualcosa che tantissimi potevano permettersi di avere, anche gli stessi operai che la costruivano. L’automobile costituì un punto di svolta potentissimo dal punto di vista sociale, cambiando il modo di vivere delle persone e di sviluppare i centri urbani.
Non sempre un punto di svolta positivo lo è veramente, perché innesca altri effetti a cascata, magari non subito, che portano a un degrado di altre parti del sistema.
Il più letale di tutti è stato quello che ha portato a basare la Rivoluzione Industriale sulle fonti fossili, abbandonando le rinnovabili (legna, vento, acqua) che fino a quel momento avevamo usato.
Un altro è quello che ha condotto ai fertilizzanti azotati artificiali, che hanno permesso di sfamare una crescente popolazione mondiale grazie all’aumento della produttività agricola. Il processo di produzione, messo a punto e avviato verso la fine del primo decennio del XX secolo, comporta l’uso di idrogeno che però viene ottenuto attraverso la trasformazione di un combustibile fossile, carbone o metano, con conseguenti emissioni di CO2. Inoltre, il fertilizzante azotato usato nei campi è anche responsabile della emissione di un altro potente gas serra (trecento volte più della CO2), l’ossido di azoto, e dell’inquinamento dei corsi d’acqua, con conseguente perdita di biodiversità. Oggi ci rendiamo conto che non è stata una buona idea perché contribuisce in modo significativo alla crisi ambientale.
Ora abbiamo bisogno di un altro punto di svolta positivo epocale, della stessa importanza del passaggio all’agricoltura o della rivoluzione industriale senza i suoi aspetti negativi, quello che separa la società basata sul combustibile fossile, governata dai principi della crescita economica senza limiti, della supremazia del mercato, e dall’approccio lineare estrai-produci-usa-getta in cui ci troviamo, a una basata sulle fonti rinnovabili, governata dagli stessi principi che hanno garantito l’esistenza degli ecosistemi e della biosfera tutta per oltre 450 milioni di anni, quelli di sufficienza e di circolarità. Una società in cui l’innovazione sia destinata allo sviluppo (aumento della complessità) e alla manutenzione, invece che alla crescita, all’aumento del PIL senza limiti, che favorisce la disuguaglianza.
Un punto di svolta che non è solo tecnologico, come si vuole far credere, tutt’altro. È principalmente economico e culturale. E questo rende tutto molto più difficile.Non basta mettere in atto politiche che favoriscono le fonti rinnovabili per produrre energia elettrica invece delle centrali termoelettriche, le auto elettriche per spostarsi invece di quelle che vanno a benzina, le pompe di calore elettriche per riscaldare invece delle caldaie a gas, l’idrogeno verde (prodotto con energia rinnovabile) al posto dei combustibili fossili per l’industria. Se bastasse saremmo già abbastanza avanti, perché per le fonti rinnovabili il punto di svolta è stato già superato, stanno crescendo a ritmo esponenziale, e anche per le auto elettriche è stato superato in Norvegia e in Cina e presto lo sarà in tutto il mondo.
Non basta perché se si rimane intrappolati nell’attuale modello economico e culturale ci si limita a spostare in avanti nel tempo il momento in cui si supererà il punto di svolta verso la catastrofe ambientale, e quindi sociale, politica, economica e finanziaria, che sarà inevitabile. Infatti, se restiamo nel paradigma della crescita senza limiti, bisogna aumentare la produzione senza limiti, e quindi avere fonti rinnovabili senza limiti, cioè impianti sempre più estesi e numerosi, ma ci sono due fattori limitanti: uno è la superficie disponibile, tenendo anche conto della competizione con la produzione agricola, e l’altro è la quantità senza limite di materiale necessario che va estratto per costruire gli impianti. E non è certo il riciclo che risolve il problema, primo perché la quota di impianti che si aggiunge per garantire la crescita senza fine non può provenire da altri che si riciclano, è materiale nuovo. Inoltre, il riciclo non è gratis: occorre comunque nuovo materiale e nuova energia per riciclare. La Terra, non bisogna dimenticarlo, contiene quantità limitate di tutti i materiali di cui abbiamo bisogno. Anche il nucleare, che si vuole fare tornare con la giustificazione che non emette CO2, richiede un materiale, l’uranio, che non è disponibile in quantità infinite. A un certo punto la materia prima finirà, come finirà lo spazio per nuovi impianti di energia rinnovabile, e quella che estraiamo oggi la stiamo togliendo a quelli che verranno dopo di noi. E poi, energia senza limiti per fare che? Per aumentare la produzione senza limiti, ovviamente, ma per produrre qualsiasi cosa occorrono materiali, che non sono infiniti.
Senza dimenticare che scavare ed estrarre comporta la devastazione degli ecosistemi preesistenti, privandoci di servizi essenziali insostituibili. Non c’è altra via: bisogna mettere un limite alla crescita.
Dunque, il superamento del punto di svolta dal fossile al rinnovabile senza effetti negativi sul medio lungo termine è possibile solo se si pone un limite alla produzione, se si abbandona il modello economico basato sulla crescita senza limiti guidata dal mercato arbitro insindacabile, che è la causa del degrado ambientale e della crescita delle disuguaglianze, come la comunità scientifica non si stanca di ripetere da anni.
Bisogna passare dal consumismo che pervade i nostri stili di vita alla sufficienza, alla sobrietà, che da disvalore nell’attuale visione del mondo deve tornare ad essere un valore, senza il quale il punto di svolta che conduce a una società sostenibile resta irrimediabilmente lontano. Questa transizione comporta l’attraversamento del punto di svolta più arduo da raggiungere e superare.Il pianeta Terra si avvicina pericolosamente al crinale, il punto di svolta che si affaccia sull’orlo di una catastrofe globale le cui conseguenze sono inimmaginabili, in gran parte imprevedibili a causa delle reazioni a catena intersistemiche (fra sistemi biofisici e sistemi sociali) che si verranno a determinare. All’orlo del precipizio spingono – incuranti delle conseguenze di cui hanno piena coscienza – coloro che governano l’economia e la finanza internazionale, una minoranza di ultraricchi che per continuare ad accumulare ricchezza condiziona le scelte politiche anche in tutti i paesi che si definiscono democratici. Spingono imponendo che si governi sulla base di falsi principi quali:
1. i mercati risolveranno magicamente ogni problema se li lasciamo liberi di agire;
2. la natura è qualcosa di separato dalla società umana e proteggerla ostacola la crescita economica;
3. la crescita del PIL è sempre positiva e può continuare all’infinito.A confrontarsi con questa minoranza, potentissima perché condiziona il potere politico, c’è un’altra minoranza, quella degli attivisti e delle associazioni ambientaliste che, sostenuti dalla scienza, si battono per spingere verso la parte opposta dove il crinale si affaccia su un mondo che nega completamente quei principi, e in cui la società umana è pienamente integrata nella natura, e si sviluppa accettandone il modo di funzionare. Un mondo in cui l’energia è tutta rinnovabile, il consumismo è bandito, i prodotti sono il più possibile durevoli, riparabili, riusabili, rigenerabili, per ridurre la produzione di nuovi; un mondo in cui i prodotti inutili, gadget consumistici, non hanno spazio e le auto sono elettriche, poche e condivise o taxi a guida autonoma, che circolano in centri urbani che offrono tutti i servizi principali a pochi minuti da casa, a piedi; un mondo in cui la produzione di cibo avviene senza emettere gas serra e senza ridurre la biodiversità abbracciando i principi dell’agroecologia. È il mondo che si raggiunge se si è superato un punto di svolta veramente positivo e ha come presupposto la pace e la giustizia sociale. La pace perché occorre che tutti i paesi del mondo si avviino, tutti insieme, concordi, verso l’azzeramento delle emissioni di gas serra, come convenuto nell’Accordo di Parigi nel 2015, e questo non può avvenire se si combattono l’un l’altro. La giustizia sociale perché le forti disuguaglianze sono l’effetto del perseguimento della crescita senza limite affidata a un mercato governato dalla concorrenza senza esclusione di colpi e in cui chi vince piglia tutto, e chi perde se lo merita.
Non è una opinione, è il mondo sostenibile che dal punto di vista economico è stato disegnato già fin dagli anni ’60 del secolo scorso da economisti come Kenneth Boulding, Nicholas Georgescu-Roetgen e Hermann Daly, e addirittura prima dallo stesso Karl Marx che negli ultimi anni della sua vita aggiunse l’ambiente come altro soggetto sfruttato dal capitale oltre al lavoratore, come mostra il filosofo giapponese Kohei Saito.
Ma c’è qualcosa si nuovo, oggi. A sostenere la necessità di superare l’attuale modello economico non sono più solo economisti, ma anche fisici, chimici, biologi ed ecologi che studiano gli aspetti biofisici del pianeta Terra e cercano il modo di combattere la crisi ambientale.
Non è più il tempo in cui la crisi ambientale era una preoccupazione lasciata solo agli gli scienziati che la studiavano, e dobbiamo prendere coscienza del fatto che tutto può cambiare in pochissimo tempo, improvvisamente, e per impedirlo la tecnologia non basta.
Si fronteggiano due modelli, quello capitalista neoliberista della crescita senza limiti, che è causa delle disuguaglianze sociali e della crisi ambientale, e quello dello sviluppo in armonia con la natura, in cui lotta per la giustizia sociale e lotta alla crisi ambientale si sovrappongono, attraverso l’integrazione del sistema sociale nel sistema ambientale, accettandone i limiti e le leggi.Stiamo correndo velocemente su un sentiero che ha un bivio, un punto di svolta. Da una parte il sentiero procede pianeggiante, in un paesaggio a cui siamo abituati, che si affaccia su un baratro, e siamo troppo veloci per fermarci. È il sentiero del “continuiamo come sempre abbiamo fatto”, è il sentiero del mantenimento dell’attuale modello economico e culturale. Dall’altra il sentiero si inerpica, in un paesaggio che non ci è familiare, percorrerlo è faticoso, richiede molta capacità creativa, e porta a un altopiano dove si aprono nuovi orizzonti. È il sentiero della transizione ecologica, che porta allo sviluppo in armonia con la natura.
Ora siamo al bivio, e c’è chi ci dà continue spinte per farci imboccare il sentiero che porta al baratro, per continuare ad accumulare ricchezza ed esercitare il potere. Non abbiamo più tempo. Dobbiamo agire subito, realizzando la transizione ecologica, di cui quella energetica è parte, e superando il modello economico e culturale in cui siamo immersi; solo così si possono combattere le forze che ci spingono verso un futuro distopico, e dobbiamo farlo tutti insieme, tutti i paesi del mondo. Per innescare il processo di cambiamento, però, occorre che qualcuno cominci, per attivare un effetto domino che contagi tutti gli altri. Potremmo essere noi, Europa, col Green Deal, a fare da apripista. Dobbiamo opporci con forza a chi invece lo vuole bloccare.  È tutt’altro che facile, ma non c’è altra strada.Articolo pubblicato su connettere.org, 2 dicembre 2025

 

Un problema enorme: quanto rifiuto produciamo

La quantità di rifiuti generata ogni anno dall’essere umano ha raggiunto livelli tali da diventare una sfida esistenziale per l’ambiente. I dati su scala globale e occidentale mostrano:

  • In media ogni cittadino nell’Unione Europea produce circa 513 kg di rifiuti all’anno.
  • Negli Stati Uniti la cifra è ancora più alta, con oltre 811 kg di rifiuti prodotti pro capite ogni anno.
  • Tra il 1980 e il 2018 la quantità di rifiuti municipali negli USA è aumentata del 93%.
    Questi numeri riflettono stili di vita ad alta intensità di consumo e di smaltimento.

Nonostante questi volumi, la quota di rifiuti effettivamente riciclati rimane insufficiente: in molte aree avanzate meno della metà dei rifiuti domestici viene riciclata, e in alcuni paesi occidentali le percentuali sono addirittura stabili o in lieve regressione.

Che cosa significa “trasformare la spazzatura in tesoro”

L’essenza dell’idea è semplice: anziché considerare i rifiuti come materiali da smaltire, possiamo ripensarli come risorse preziose. Plastica, metalli, vetro e fibre tessili contengono componenti con valore economico, possono essere riciclati o trasformati in nuovi prodotti.

Ad esempio:

  • Metalli come l’alluminio possono avere un valore di mercato sostanziale anche dopo il riciclo (nell’ordine di migliaia di euro per tonnellata).
  • Al contrario, materiali come vetro e plastica sono meno remunerativi, ma diventano economicamente utili se selezionati in modo più accurato e trasformati in materiali da riutilizzo. 

Il cuore della trasformazione: identificazione e separazione intelligente

Uno dei grandi limiti nella gestione dei rifiuti è la difficoltà tecnica di identificare e separare materiali diversi quando sono tutti mischiati nei bidoni. Qui la tecnologia entra in gioco:

Intelligenza artificiale e visione computerizzata

Le tecnologie di IA possono leggere forme, colori e materiali con una precisione assai superiore all’occhio umano. Sistemi basati su visione artificiale e apprendimento automatico possono riconoscere oggetti specifici e classificarli correttamente in categorie riciclabili. Forbes

Robot e sistemi automatizzati

Braccia robotiche intelligenti e linee di smistamento automatizzate consentono una lavorazione più rapida e accurata dei flussi di rifiuti, riducendo errori e contaminazioni che normalmente rendono i materiali non riciclabili. 

Un esempio: alcune piattaforme AI addestrate su miliardi di oggetti possono riconoscere vari tipi di plastica con oltre 95% di accuratezza, sbloccando valore altrimenti perso. 

Una filiera più intelligente: dall’origine alla valorizzazione

Per trasformare rifiuti in risorse non basta la tecnologia delle macchine: è necessario un approccio sistemico che consideri:

  • Raccolta intelligente: sensori e dati realtime ottimizzano i percorsi di raccolta e riducono emissioni e costi. 
  • Tracciabilità digitale dei materiali: applicazioni IoT e blockchain possono garantire che ogni oggetto sia catalogato e seguito lungo tutto il ciclo, aumentando trasparenza e valore.
  • Comportamento umano: la tecnologia ha più impatto quando è combinata con un corretto smaltimento da parte delle persone e delle imprese.

Perché è importante (oltre il business)

Oltre al valore economico diretto, convertire la spazzatura in risorse porta benefici ambientali significativi:

  • Riduce l’utilizzo di nuove materie prime, preservando ecosistemi naturali.
  • Abbassa le emissioni di CO₂ legate alla produzione di materiali vergini.
  • Accelera la transizione verso un’economia circolare, in cui ogni oggetto è considerato parte di un ciclo produttivo continuo.

Le sfide che restano

Nonostante i progressi tecnici, ci sono ancora ostacoli importanti:

  • Volume dei rifiuti continua a crescere più velocemente delle infrastrutture di trattamento in molte regioni. 
  • Paesi con infrastrutture insufficienti rischiano di trasformare i rifiuti in problemi ambientali anziché in opportunità.
  • La standardizzazione dei sistemi di raccolta e classificazione è lenta e richiede collaborazione internazionale.

La tecnologia da sola non risolverà il problema globale dei rifiuti, ma le innovazioni in intelligenza artificiale, automazione e digitalizzazione stanno creando un nuovo paradigma: quello in cui la spazzatura non è più un peso da sotterrare, ma una risorsa da valorizzare. Per realizzarlo, serve un approccio integrato che comprenda innovazione tecnologica, politiche efficaci e comportamenti responsabili.

Che emozione tornare a promuovere Cattive Acque (2019)! È uno di quei film che non si limita a intrattenere: ti scuote, ti sveglia, ti costringe a guardare in faccia una verità scomoda. Sopratutto in riferimento a ciò che stiamo vivendo ad Alessandria a causa dell'inquinamento soprattutto nell'area intorno all'ex sito Solvay (ora Syensqo) a Spinetta Marengo.
La battaglia di Rob Bilott contro la contaminazione da PFAS negli Stati Uniti non è solo cinema: è la fotografia di un problema che sta travolgendo anche l’Italia… e sì, anche Alessandria.

PFAS: non un caso isolato. Un’emergenza globale

Ed ecco la parte davvero impressionante: la storia raccontata nel film non parla di un singolo incidente industriale, ma di una categoria di sostanze che oggi sono state rilevate praticamente ovunque nel mondo:

nei fiumi d’Europa
nel sangue di popolazioni di tre continenti
nella pioggia di regioni remote come l’Antartide
nel suolo agricolo
negli animali e persino negli oceani

I PFAS sono i cosiddetti “inquinanti eterni”: una volta immessi nell’ambiente, restano lì per generazioni.
E questa loro natura li ha trasformati in una minaccia planetaria.

Per questo Cattive Acque oggi non è solo un film.
È un manifesto globale.

Alessandria: quando il tema del film diventa realtà

E qui la connessione brucia ancora di più.

Negli ultimi anni, ad Alessandria — in particolare nell’area di Spinetta Marengo — sono emerse:

  • tracce di PFAS nell’acqua e nei terreni
  • preoccupazioni crescenti su emissioni e scarichi industriali
  • un monitoraggio della popolazione per verificare la presenza di PFAS nel sangue
  • domande sempre più pressanti da parte dei cittadini

Tutto questo è incredibilmente vicino alla trama del film.
Ma la differenza è che, per Alessandria, non è una sceneggiatura: è casa, è territorio, è salute pubblica.

Un film che parla a chi vive qui… e a chi vive ovunque

“Cattive Acque” esplode di attualità perché racconta cosa succede quando una comunità scopre di essere stata esposta a un contaminante invisibile, persistente, pericoloso.

E la sua forza arriva proprio dal messaggio universale che porta:

“Nessuno è al sicuro finché l’acqua non lo è.”

Che tu viva ad Alessandria, a Torino, in Veneto, a New York o in un villaggio del Nord Europa, il film ha un avvertimento chiaro:
il problema dei PFAS è globale, e va affrontato con un coraggio globale.

Perché guardarlo (subito)

  • perché ti fa comprendere in modo emozionante come funziona la contaminazione da PFAS
  • perché ti dà consapevolezza e strumenti per difendere il tuo territorio
  • perché ti mostra che la verità può emergere anche contro colossi industriali potentissimi
  • perché unisce idealmente tutte le comunità del mondo che lottano per l’acqua pulita

Un invito che viene dal cuore

Guardare Cattive Acque oggi significa aprire gli occhi su una battaglia mondiale che riguarda ogni famiglia, ogni città, ogni futuro.
E significa capire che Alessandria non è sola: la lotta ai PFAS è una sfida condivisa da milioni di persone sul pianeta.

Ed è proprio da qui che parte il cambiamento.

Puoi vedere "cattive acque" facendo una ricerca su Prime Video (sarebbe bello se questi film fossero disponibili anche su RAIPLAY

Il ministro Urso ripete che “la nazionalizzazione dell’ILVA non è possibile perché vietata dalla Costituzione”.
La realtà è esattamente l’opposto:

  • la Costituzione la consente, e
  • il mercato non è più in grado di sostenere la siderurgia italiana senza intervento pubblico soprattutto a causa del costo dell’elettricità.

Questa parte, però, nel discorso ufficiale non compare quasi mai.
Eppure è la chiave che decide se l’Italia avrà ancora un’industria dell’acciaio oppure no.

1. L’energia è il vero killer della siderurgia italiana

Produrre acciaio oggi significa una cosa molto semplice: energia a buon mercato.

La Germania l’ha capito.
La Francia l’ha capito.
La Svezia l’ha capito e ci sta costruendo sopra un’intera strategia industriale (Hybrit, LKAB, Vattenfall).

L’Italia no.
E infatti siamo qui a inseguire soluzioni tappabuchi mentre gli altri pianificano i prossimi trent’anni.

Il dato chiave è crudo:

  • Prezzo dell’elettricità per le acciaierie in Italia: 100–130 €/MWh
  • Prezzo in Germania dopo il cap industriale (“Brückenstrompreis”): 50–60 €/MWh
  • Prezzo in Scandinavia per progetti green steel: 35–45 €/MWh

E con la transizione al DRI + forno elettrico (accieria “green”), i consumi explodono:

  • 3,5–4 MWh per tonnellata di acciaio “verde”.

→ Tradotto:
in Italia ogni tonnellata costa 150–200 € in più solo di energia.

Con questi numeri, l’acciaio italiano non può competere. È inutile discutere di chi gestisce l’ILVA se nessuno affronta il vero tema.

2. La Costituzione non vieta la nazionalizzazione. La prevede.

L’articolo 43 è chiarissimo:
lo Stato può riservare a sé o trasferire al pubblico imprese di preminente interesse generale, con indennizzo.

Fine.
Il quadro è limpido, non c’è discussione accademica.

Dire che la nazionalizzazione è “vietata” significa:

  • ignorare l’articolo 43,
  • distorcere il dibattito pubblico,
  • evitare la domanda vera: chi investirà miliardi in un impianto che ha costi energetici completamente fuori mercato?

3. Taranto non è fallita per la Costituzione. È fallita per il costo dell’energia.

Parliamoci chiaro.
ILVA non è crollata perché era pubblica o privata.
È crollata perché:

  • aveva un ciclo industriale obsoleto,
  • inquinava troppo,
  • richiedeva investimenti enormi,
  • e soprattutto operava in un Paese dove l’energia è irrimediabilmente più cara dei concorrenti.

A ciclo integrale o a forno elettrico, poco cambia: se paghi l’elettricità il doppio della Germania, il tuo acciaio vale meno prima ancora di essere colato.

Questo è il nodo strategico che nessuno affronta.

4. Perché la nazionalizzazione può diventare la leva per riformare l’acciaio italiano

Nazionalizzare l’ILVA non è un fine.
È uno strumento.
Serve a fare cose che il mercato non farà mai da solo, soprattutto sotto shock energetico.

✔️ 1. Permette allo Stato di negoziare tariffe energetiche stabili e competitive

La Germania l’ha fatto.
La Francia l’ha fatto.

Un governo può:

  • dare “contratti per differenza” sui prezzi,
  • garantire elettricità a prezzo fisso a 60 €/MWh,
  • usare idrogeno verde prodotto in Italia a costi calmierati.

Un privato non ha la forza di farlo. Un colosso come ArcelorMittal, in Italia, non ha alcun incentivo a farlo.

✔️ 2. Permette di pianificare la chiusura dell’area a caldo e la conversione al forno elettrico

Senza turbative sociali.
Senza contenziosi.
Senza anni di blocchi legali.

✔️ 3. Permette di usare fondi pubblici per la bonifica e la riconversione

Che nessun privato pagherà mai.

✔️ 4. Consente di coordinare politiche industriali, energetiche e ambientali

L’esatto contrario della gestione degli ultimi 20 anni.

5. L’Italia ha due strade

Strada A — fingere che la nazionalizzazione sia illegale

Risultato:

  • nessun investitore serio mette capitali,
  • l’energia resta troppo cara,
  • l’area a caldo chiude in modo disordinato,
  • l’Italia esce dalla siderurgia primaria,
  • importiamo acciaio da India, Turchia, Cina.

“Autarchia industriale”, versione opposta.

Strada B — usare la nazionalizzazione per rifondare l’acciaio italiano

Con tre mosse strutturali:

  1. Nazionalizzare per chiudere bene, non per continuare male
    Gestione pubblica per programmare la transizione, non per tornare al passato.
  2. Energia industriale a prezzo competitivo
    Senza 60 €/MWh costanti e a lungo termine, non esiste siderurgia italiana green.
  3. Creare un polo nazionale dell’acciaio verde
    Sposto della produzione in aree energeticamente favorevoli, sostegno alle acciaierie elettriche del Nord, uso di Taranto come hub manifatturiero e logistico post-bonifica.

Conclusione: il vero divieto non è costituzionale. È politico.

Non è la Carta che impedisce di nazionalizzare l’ILVA:
è l’incapacità di costruire una strategia energetica che renda la siderurgia italiana competitiva.

La Costituzione non vieta nulla.
Il costo dell’elettricità, invece, vieta tutto.

La scelta è netta:
o lo Stato interviene e guida la transizione, o l’Italia smette di produrre acciaio.
E attribuire alla Costituzione responsabilità che non ha significa nascondersi dietro un alibi mentre un pezzo intero di industria nazionale precipita.

Italy 47,4% Italy
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Germany 15,8% Germany
Netherlands 4,7% Netherlands
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