Tecnologia

Nel giro di un solo mese, tra luglio e agosto 2026, la quota di aziende disposte a lasciare che gli agenti di intelligenza artificiale applichino modifiche in produzione senza una revisione umana è scesa dal 75% al 56%. Lo rivela un sondaggio di VB Intelligence, la divisione di ricerca di VentureBeat, condotto tra i lettori e i membri del proprio panel attivi nell'adozione aziendale dell'AI agentica. Non è un calo marginale: tra i soli responsabili finali delle decisioni di acquisto nelle organizzazioni che già usano agenti autonomi, la quota è passata addirittura dall'88% al 61%, mentre la percentuale di chi prevede di mantenere comunque un'approvazione umana è salita dal 20% al 42%, un aumento che gli autori del sondaggio definiscono statisticamente significativo.

Il 30 settembre è uscita OpenProject 17.9, nuova versione del software open source tedesco per la gestione di progetti e attività. Rende più robusto lo strumento di importazione da Jira e sposta nell'edizione Community gratuita gli avvisi sulle scadenze, che prima erano a pagamento. Il giorno dopo il produttore ha annunciato che il team berlinese di bitcrowd lavorerà con OpenProject proprio sulle migrazioni da Jira. Tutto questo interessa alle aziende italiane che oggi usano Jira installato sui propri server: Atlassian non vende più nuove licenze Data Center e la versione arriverà a fine vita a marzo 2029.

Samsung ha confermato che i suoi primi occhiali intelligenti arriveranno sul mercato a novembre 2026. Lo ha dichiarato un funzionario dell'azienda al quotidiano sudcoreano The Korea Herald, mettendo finalmente una finestra temporale precisa a un progetto mostrato per la prima volta al Google I/O di maggio e poi perfezionato al Galaxy Unpacked di Londra a luglio. Il dispositivo, internamente chiamato Intelligent Eyewear, punta a ritagliarsi uno spazio in un mercato oggi dominato quasi per intero da Meta, puntando tutto su un'interfaccia senza schermo governata dall'assistente Gemini di Google e su un design sviluppato insieme a due marchi dell'occhialeria di fascia alta, Gentle Monster e Warby Parker.

Il 6 ottobre 2026 TrueNAS ha reso disponibile la prima release candidate di TrueNAS 27, la nuova versione del sistema operativo open source per NAS e storage basato su ZFS, molto diffuso anche nelle piccole imprese per file server, backup e archivio. La versione definitiva è attesa per inizio dicembre 2026. Le novità principali sono un servizio di archiviazione compatibile S3 integrato, il passaggio a OpenZFS 2.4 e al kernel Linux 6.18; ma diverse funzioni nuove sono legate al servizio TrueNAS Connect o all'edizione Enterprise, un dettaglio da valutare prima di pianificare l'aggiornamento.

Un nuovo report della Basel Action Network (BAN), organizzazione non governativa statunitense che da oltre vent'anni monitora il commercio e lo smaltimento dei rifiuti elettronici nel mondo, mette in discussione le stime finora circolate sull'impatto ambientale della corsa globale all'intelligenza artificiale. Il primo capitolo dello studio "The Coming AI Waste Wave", pubblicato il 23 settembre 2026, calcola che la costruzione dei data center necessari ad alimentare l'IA generativa potrebbe triplicare la produzione mondiale di rifiuti elettronici tossici nei prossimi venticinque anni, portandola tra 395 e 617 milioni di tonnellate complessive dal 2025 al 2050: un volume equivalente a 15-23 milioni di container da 40 piedi, che allineati circonderebbero la Terra per sei volte.

Il 5 ottobre 2026 il progetto XCP-ng ha pubblicato il primo pacchetto di aggiornamenti di ottobre per la versione 8.3 LTS, l'hypervisor open source sviluppato dalla francese Vates e scelto da molte aziende come alternativa a VMware vSphere. Non è una nuova versione maggiore, ma contiene due novità che toccano da vicino chi gestisce un piccolo parco di server: la migrazione a caldo dei dischi virtuali tra storage diventa da 2 a 2,5 volte più veloce e i nuovi driver per le macchine virtuali Windows correggono un problema che poteva corrompere i dati durante snapshot e backup.

Microsoft ha alzato ulteriormente l'asticella nella corsa ai modelli vocali: il 1° ottobre 2026 Microsoft AI ha presentato MAI-Transcribe-2-Streaming, il suo primo modello di trascrizione pensato specificamente per il tempo reale, accompagnato da due aggiornamenti dei modelli di sintesi vocale, MAI-Voice-2.1 e MAI-Voice-2.1-Flash. Non è un annuncio isolato: completa la pipeline che Microsoft sta costruendo per gli agenti vocali aziendali, dalla voce in ingresso al testo, dal testo elaborato dai modelli linguistici alla voce sintetica in uscita, il tutto pensato per girare su Microsoft Foundry e Azure.

Il quadro delle minacce informatiche in Europa continua a peggiorare, e questa volta non è solo un'impressione raccolta dagli addetti ai lavori ma un dato misurato: lo certifica il Threat Landscape 2026, il rapporto annuale pubblicato il 22 settembre 2026 dall'Agenzia dell'Unione europea per la cibersicurezza (ENISA), che analizza gli incidenti registrati nel corso del 2025 in tutti i 27 Stati membri. Il documento mette in fila numeri che riguardano direttamente chi lavora nella sicurezza informatica di aziende e pubbliche amministrazioni: oltre 48.000 nuove vulnerabilità pubblicate in un anno, il ransomware che resta la minaccia più dannosa nel breve periodo, gli attacchi DDoS che dominano per numero assoluto di incidenti, e un ruolo crescente dell'intelligenza artificiale sia come arma in mano agli attaccanti sia come nuova superficie da proteggere.

Energia

Nei laboratori di chimica delle batterie c'è una regola non scritta: quando una reazione secondaria indesiderata compare durante i test, si cerca di eliminarla. Al Dipartimento dell'Energia statunitense, all'Oak Ridge National Laboratory (ORNL), un gruppo di ricercatori ha fatto l'opposto: ha preso una reazione "di scarto" che produce candeggina (ipoclorito di sodio) all'interno di una batteria ad acqua salata, l'ha resa protagonista invece di sopprimerla, e ha più che raddoppiato la potenza di picco del dispositivo, portando la sua tensione a un livello comparabile con quello delle batterie agli ioni di litio. Il risultato, pubblicato dal laboratorio il 1° settembre 2026 e aggiornato il 17 settembre, riguarda una tecnologia di accumulo pensata per la rete elettrica che non usa litio, cobalto o altri materiali critici negli elettrodi.

TRL 3-4 — Ricerca sperimentale/validazione di laboratorio: la nuova chimica è stata dimostrata e misurata in cella di laboratorio, con un partner industriale già al lavoro per lo sviluppo, ma senza ancora un prototipo di sistema pronto per il campo
Impatto potenziale: alto

In una struttura di ricerca a Dalian, sulla costa nord-orientale della Cina, un impianto alimentato con acqua di mare produce ormai idrogeno e acqua dolce nello stesso processo, usando il calore generato dall'elettrolisi per dissalare l'acqua che lo alimenta. Il sistema, sviluppato dal Dalian Institute of Chemical Physics (DICP) dell'Accademia Cinese delle Scienze (CAS) e descritto il 15 settembre 2026 sulla rivista Nature Energy, ha raggiunto la scala di 250 kilowatt dopo un pilota industriale da 20 kW che ha funzionato per 100 giorni consecutivi senza interruzioni: un salto di scala non banale per una tecnologia, l'elettrolisi dell'acqua di mare, che finora si era fermata quasi sempre al banco di laboratorio.

TRL 6-7 — Dimostrazione/prototipo in scala pre-industriale: pilota da 20 kW e sistema da 250 kW testati con continuità operativa presso il centro di ricerca, non ancora un impianto commerciale sul mercato
Impatto potenziale: alto

Il reattore sperimentale italiano per la fusione nucleare, il Divertor Tokamak Test (DTT) in costruzione al Centro ENEA di Frascati, ha superato un collaudo che l'ente di ricerca definisce "la prima dimostrazione europea di un gyrotron industriale da 170 GHz": il primo dei sedici generatori di microonde che dovranno riscaldare il plasma della macchina ha completato con successo i test, raggiungendo un'affidabilità del 95%. L'annuncio, diffuso da ENEA il 12 febbraio 2026, segna un passaggio tecnico non banale per un progetto che punta a fare dell'Italia uno dei poli europei di riferimento per la ricerca sulla fusione a confinamento magnetico.

TRL 6-7 — Dimostrazione/prototipo: componente industriale qualificato in una struttura di test realistica, mentre il tokamak nel suo complesso è ancora in fase di costruzione
Impatto potenziale: alto

Dal 1° ottobre 2026 la Germania ha una nuova regola che riguarda, in teoria, milioni di impianti fotovoltaici domestici e le centinaia di migliaia di veicoli elettrici che nei prossimi anni potranno collegarsi alla rete in modo bidirezionale. Il regolatore federale dell'energia, la Bundesnetzagentur, ha pubblicato la versione definitiva della cosiddetta MiSpeL (Festlegung zur Mess- und Speicherlogik, "regole di misurazione e logica di accumulo"), il provvedimento che stabilisce come si misura e si remunera l'energia che entra ed esce da una batteria domestica o da un'auto elettrica usata come riserva di rete. La novità più concreta per chi dovrà installare questi impianti: non sarà più necessario un secondo contatore smart, un costo che da solo rischiava di rendere antieconomico l'intero investimento.

TRL 8-9 — Pre-commerciale/Tecnologia matura: storage domestico e wallbox bidirezionali già disponibili sul mercato, il framework regolatorio che ne abilita l'uso flessibile è stato appena approvato ed entra in vigore per gradi fino al 2027
Impatto potenziale: alto

Nel Paese Basco, il centro di ricerca CIC energiGUNE ha annunciato un risultato tecnico che punta dritto al tallone d'Achille dell'accumulo elettrochimico di lunga durata: una batteria a flusso redox a base di ferro e piombo, con un'architettura a circuito elettrolitico unico e una membrana priva di fluoro, ha superato in laboratorio 10.000 cicli completi di carica e scarica, testati tra 25 e 30 gradi centigradi. È un numero che conta più di quanto sembri: nelle batterie a flusso il vero banco di prova non è la prima cella che funziona, ma la sua capacità di restare stabile per migliaia di cicli senza perdere capacità né efficienza — e di farlo anche quando si passa dalla cella di laboratorio allo stack di potenza più grande.

TRL 4-5 — Dimostrazione/prototipo: cicli di vita validati su celle di laboratorio, prossimo passo verso stack e moduli in scala kilowatt, nessun prodotto pre-commerciale ancora disponibile
Impatto potenziale: medio-alto

Nel deserto del Gobi, nella contea autonoma kazaka di Mulei, nello Xinjiang, è appena entrato in funzione quello che i suoi costruttori definiscono il più grande impianto di accumulo a CO2 al mondo collegato alla rete elettrica: 100 MW di potenza e 1.000 MWh di capacità, realizzati da China Huadian Corporation. La notizia, diffusa dall'emittente statale cinese CGTN il 2 ottobre 2026, segna un salto di scala per una tecnologia che non nasce in Cina ma in Italia: è la stessa famiglia tecnologica della "CO2 Battery" sviluppata dalla startup milanese Energy Dome, che dal 2025 gestisce a Ottana, in Sardegna, il primo impianto commerciale al mondo di questo tipo, su scala però molto più piccola (20 MW/200 MWh).

TRL 7-8 — Pre-commerciale: tecnologia già in esercizio commerciale su impianti da 20 MW, ora validata anche su scala da 100 MW con il progetto cinese appena collegato alla rete, ma senza ancora uno storico di esercizio pluriennale a questa taglia
Impatto potenziale: alto

A Changzhou, nella provincia cinese del Jiangsu, una nuova linea produttiva ha appena iniziato a sfornare batterie che non assomigliano in nulla alle celle al litio che oggi dominano l'accumulo stazionario: niente elettrolita organico infiammabile, niente litio né terre rare, ma una chimica a nichel-idrogeno con elettrolita a base acquosa, la stessa che da decenni alimenta il telescopio spaziale Hubble e la Stazione Spaziale Internazionale. L'azienda statunitense EnerVenue, che l'ha rielaborata con materiali a basso costo per l'uso stazionario, ha avviato a fine settembre 2026 la prima linea al mondo ad alto volume per la sua Aqueous Metal Cell, puntando a eliminare dall'accumulo stazionario — e in particolare dai data center, dove il rischio di incendio delle batterie al litio è un problema impiantistico e assicurativo crescente — il vincolo del thermal runaway.

TRL 7-8 — Pre-commerciale: prima linea di produzione ad alto volume avviata, primi ordini commerciali multi-megawattora firmati, diffusione su scala multi-gigawattora ancora da raggiungere (prevista dal 2027)
Impatto potenziale: alto

A circa 300 miglia dalla costa dell'Oregon, un miglio sotto la superficie del Pacifico, una start-up di Seattle ha appena perforato il primo pozzo di un progetto che vuole fare qualcosa che nessuno ha mai tentato su scala industriale: trasformare il calore dei vulcani sottomarini in elettricità. Endurance Energy ha calato sul fondale dell'Axial Seamount — il vulcano sottomarino più attivo della costa nordoccidentale degli Stati Uniti — un generatore da 100 kilowatt battezzato Adélie, collegato a un pozzo scavato per 16 metri nella roccia vulcanica. È un progetto pilota, non ancora una centrale elettrica vera e propria, ma segna il passaggio dalla carta al cantiere per una tecnologia che la società, fondata da un ex ingegnere di SpaceX e finanziata con 54 milioni di dollari, punta a portare fino alla scala del gigawatt.

TRL 4-5 — Dimostrazione/prototipo: primo pozzo pilota perforato e generatore calato sul fondale, in fase di test per un anno, non ancora collegato per la produzione di energia destinata alla rete
Impatto potenziale: alto

Ecosostenibile

Mentre la costa della California si prepara a un'onda di Kelvin che può alzare il livello del mare fino a 30 centimetri, e Bangkok conta i morti di un'alluvione che ha trasformato le strade in laghi stagnanti, alla Casa Bianca la crisi climatica resta ufficialmente una «truffa». Il problema non è solo ideologico: chi nega il problema smette di misurarlo, di prevederlo e di prepararsi. E così ogni disastro diventa la premessa del successivo.

Satira – i fatti sono veri, il tono no.

Se la sugar tax è la tassa che non arriva mai, la plastic tax è la sua gemella: nate lo stesso giorno, con la stessa legge di bilancio 2020, rinviate insieme otto volte. Ma la sorella di plastica ha un talento in più: non la paghiamo come tassa italiana, eppure la paghiamo lo stesso. A Bruxelles.

Nella città francese di Béziers, nel dipartimento dell'Hérault, una parte dell'acqua che esce dal depuratore non finisce più nel fiume Orb: viene caricata su autocisterne e usata per irrigare il verde pubblico, lavare le strade e spurgare le reti fognarie. Il sistema, in funzione da luglio 2024, riutilizza ogni anno 34.500 metri cubi di acqua trattata di qualità A al posto dell'acqua potabile. Il caso è documentato in una scheda di esperienza pubblicata nel settembre 2026 dall'Agence de l'eau Rhône-Méditerranée-Corse, l'agenzia pubblica di bacino che ha cofinanziato l'opera.

Pontedera (Pisa), Toscana — 2026. Quando arriva un temporale violento, la prima acqua che scorre su strade, piazzali e tetti si porta dietro tutto quello che trova: residui di pneumatici, oli, metalli pesanti, pesticidi, microplastiche, sostanze perfluoroalchiliche (PFAS). In molte città quella miscela finisce nella rete fognaria e, quando la rete non regge, negli scolmatori e da lì nei corsi d'acqua. A Pontedera, nel Valdarno inferiore, il gestore idrico Acque SpA ha costruito accanto al depuratore di via Hangar un impianto pilota che prova a intercettare proprio quest'acqua e a ripulirla con un sistema di fitodepurazione: vasche di sabbia e ghiaia, piante acquatiche e microrganismi che trattengono e degradano gli inquinanti. È la tappa italiana di D4RUNOFF, un progetto europeo Horizon Europe da 3,3 milioni di euro che dal 2022 al 2026 ha messo a confronto tre città e tre approcci diversi al problema delle acque di pioggia inquinate.

Nota: SOWISE+ è un progetto europeo appena avviato (luglio 2026) e dimostrativo: la bioraffineria su scala industriale è l'obiettivo dei prossimi cinque anni, non un impianto già in funzione. I numeri di produzione citati sono target del progetto, non risultati misurati.

Nel Trevigiano, dove la raccolta differenziata è da anni tra le più avanzate d'Italia, prende il via un esperimento che punta a chiudere un anello ancora aperto: usare la frazione organica dei rifiuti urbani e i prodotti assorbenti per l'igiene usati (pannolini, assorbenti, presidi per l'incontinenza) come materia prima per bioplastiche e cellulosa. Si chiama SOWISE+, acronimo di Solid Organic Waste Into Sustainable End-products, ed è coordinato da Contarina SpA, il gestore dei rifiuti dell'area trevigiana.

Chiudere le frontiere agli acquisti dall'estero non è la soluzione, e chi lo propone vende slogan più che politiche industriali. Ma la crisi del riciclo della plastica mostra il problema opposto: un'Europa che si dà obiettivi ambientali ambiziosi e poi, con le proprie regole, finisce per favorire chi quegli obiettivi non li rispetta. Un caso da manuale di tafazzismo.

Tra i quartieri di Steinbach e Neuweier, a Baden-Baden, un tratto di 340 metri del torrente Steinbach era da anni un punto debole: una strozzatura idraulica con sponde instabili che, in caso di piena, metteva a rischio strada, sottoservizi ed edifici. Il consorzio di protezione dalle piene dell'area Baden-Baden/Bühl l'ha risolta con una soluzione insolita, 254 grandi canali prefabbricati in calcestruzzo a forma di U, posati nell'alveo ma riempiti con il substrato originale del torrente. L'intervento, costato circa 4,9 milioni di euro, si è guadagnato l'infra.green.award 2026.

A Vienna la terra che esce dalle gallerie della nuova metropolitana non finisce in discarica: diventa mattone. Nell'ambito del cantiere U2xU5, il grande programma di ampliamento della rete metropolitana cittadina, Wiener Linien (l'azienda di trasporto pubblico della capitale austriaca) e il produttore di laterizi Wienerberger hanno avviato un progetto pilota che trasforma l'argilla estratta dallo scavo in 2,8 milioni di mattoni, quanti ne servono per circa 1.000 case unifamiliari.

Democracy

In queste settimane PINET ha pubblicato quasi quaranta schede dedicate alla democrazia digitale: piattaforme open source per la partecipazione, strumenti di accesso agli atti, assemblee estratte a sorte, app per segnalare una buca al Comune. Questo articolo le raccoglie tutte in un'unica pagina, divise per tipo, con una riga di sintesi, il Paese d'origine, l'Indice PINET e il link alla scheda completa.

Shareabouts è l'applicazione open source, sviluppata dalla no-profit newyorkese OpenPlans e lanciata nel novembre 2011, con cui le amministrazioni raccolgono le proposte dei cittadini direttamente su una mappa: chiunque può mettere un segnaposto, descrivere un'idea, commentare quelle degli altri e sostenerle con un clic. Il suo primo impiego — la scelta dei luoghi per le stazioni del bike sharing Citi Bike di New York — ha raccolto oltre 10.000 proposte e 65.000 voti di sostegno.

MOPA (Monitoria Participativa Maputo) è il sistema con cui i cittadini della capitale del Mozambico segnalano al Comune i problemi nella raccolta dei rifiuti — cassonetti pieni, rifiuti non raccolti, discariche abusive — tramite app, sito web o telefono cellulare. Costruito su software open source e sullo standard aperto Open311, in poco più di un anno ha raccolto oltre 6.800 segnalazioni, risolte in più dell'88% dei casi.

Mzalendo ("patriota" in swahili) è il sito indipendente e apartitico che dal 2005 permette ai cittadini keniani di seguire l'attività del Parlamento: presenze, interventi, spese e contatti dei singoli deputati. Dalla sua ricostruzione tecnica è nato Pombola, il software open source che oggi alimenta siti di monitoraggio parlamentare in Ghana, Nigeria, Sudafrica e Zimbabwe.

Ushahidi ("testimonianza" in swahili) è la piattaforma open source nata in Kenya nel 2008 che raccoglie segnalazioni dei cittadini — via SMS, email, web o social network — e le colloca su una mappa. Creata per documentare le violenze seguite alle contestate elezioni presidenziali keniote del 2007, è diventata uno degli strumenti di civic tech più usati al mondo: nel 2017 risultava installata oltre 125.000 volte in più di 160 Paesi.

Adopt-a-Hydrant è l'applicazione web open source realizzata nel 2011 da Code for America con i vigili del fuoco di Boston: i cittadini scelgono su una mappa un idrante vicino a casa, lo "adottano" e si impegnano a liberarlo dalla neve dopo le tempeste invernali, così che resti accessibile in caso di incendio. Il codice, pubblico e riutilizzabile, è stato adattato da numerose città americane per sirene anti-tsunami, tombini e altri beni pubblici.

Councilmatic è l'applicazione web open source che permette a chiunque di cercare, consultare e seguire l'attività di un consiglio comunale: proposte di delibera, voti, commissioni, sedute e singoli consiglieri. Creata nel 2011 a Philadelphia da Mjumbe Poe durante la sua fellowship con Code for America, è stata il primo sito open data completo dedicato alla legislazione municipale negli Stati Uniti ed è oggi attiva anche a Chicago, New York e Los Angeles.

chicagocrime.org è il sito creato nel maggio 2005 dallo sviluppatore e giornalista Adrian Holovaty (co-creatore del framework Django) che incrociava i dati sui reati pubblicati dal Chicago Police Department con Google Maps: per la prima volta chiunque poteva cercare i crimini per indirizzo, quartiere, tipo e data, direttamente su una mappa. È considerato uno dei primi esempi di giornalismo basato sui dati pubblici e ha dato origine a EveryBlock e al software open source OpenBlock.

Politica

C'era una volta la politica che regolava le aziende. Oggi negli Stati Uniti va di moda il contrario: le grandi piattaforme tecnologiche siedono in prima fila, pagano il biglietto d'ingresso e in cambio ottengono il menu completo. Lo scrittore e attivista digitale Cory Doctorow, riprendendo un saggio di Baldur Bjarnason, la chiama technopoly: un mondo in cui pochi colossi decidono cosa sia legittimo pensare, comprare e regolare. Con una postilla di Bjarnason che vale tutto il resto: qualunque cosa gli oligarchi vogliano prendersi questo mese, la ottengono.

Satira – i fatti sono veri, il tono no.

C'è un'opera pubblica italiana che non ha mai sforato i tempi, perché i tempi non sono mai cominciati: la sugar tax. Nata con la legge di bilancio 2020, attesa per l'ottobre di quell'anno, rinviata otto volte e ora pronta al nono slittamento. Il primo gennaio 2027 resterà, ancora una volta, una data sul calendario e non sullo scontrino.

A un mese dalle elezioni del 3 novembre 2026, i Democratici entrano nel voto midterm in un contesto strutturale più favorevole di quanto la mappa distrettuale suggerisca: servono 6 seggi netti alla Camera e 4 al Senato per riconquistare entrambe le camere, mentre il gradimento del presidente Trump è ai minimi del mandato (33% secondo il sondaggio Strength In Numbers/Verasight del 23 settembre 2026) e il vantaggio Democratico nel generic ballot oscilla tra +8 e +12 punti a seconda dei rilevamenti (Silver Bulletin, 29 settembre 2026; G. Elliott Morris/Verasight, 23 settembre 2026). Ma questo vantaggio nazionale convive con un partito diviso su come tradurlo in voti: la leadership congressuale — Hakeem JeffriesHakeem Jeffries alla Camera, Chuck SchumerChuck Schumer al Senato, il presidente del DNC Ken Martin — ha imposto un messaggio unificante sul costo della vita ("affordability"), mentre correnti moderate, progressiste e "abundance" si contendono l'anima del partito in vista soprattutto delle presidenziali 2028. Sul terreno, il reclutamento dei candidati e le primarie hanno prodotto risultati contraddittori — vittorie progressiste in Michigan e Illinois, sconfitte in Missouri e Texas — mentre un'infrastruttura di mobilitazione "tutto l'anno" senza precedenti, sostenuta da una raccolta record di piccoli donatori tramite ActBlue, convive con uno svantaggio di liquidità del comitato nazionale rispetto alla RNC. Il risultato è un partito che appare elettoralmente avvantaggiato dalle condizioni strutturali del 2026, ma internamente attraversato da tensioni irrisolte su messaggio, generazione e strategia finanziaria.

La Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva, il 29 luglio 2026, la legge che introduce la detenzione domiciliare terapeutica per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a un percorso di recupero. Il provvedimento è stato salutato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio come "epocale", capace di riguardare almeno 10mila persone. Un obiettivo condivisibile nel principio — curare piuttosto che punire chi ha commesso reati legati alla dipendenza — ma che apre interrogativi concreti sulla sua reale applicabilità, soprattutto in assenza di nuovi stanziamenti.

Cosa prevede la norma

La legge consente l'accesso alla detenzione domiciliare, in una struttura terapeutica o in un "luogo idoneo" individuato dal tribunale, ai detenuti che aderiscono già a un programma di riabilitazione e devono scontare una pena residua non superiore agli otto anni (quattro per i reati più gravi). Il testo introduce inoltre una procedura simile al patteggiamento, che permette agli imputati con dipendenze di concordare la pena per accedere direttamente al percorso terapeutico.

Il nodo principale: numeri annunciati e risorse reali

Qui si concentra la criticità più seria. Nordio ha indicato in almeno 10mila persone la platea potenziale della misura, su una popolazione carceraria che supera le 60mila unità a fronte di circa 40mila posti disponibili, con un tasso di affollamento vicino al 140%. Lo stesso ministero della Giustizia, però, rispondendo all'opposizione, ha confermato che la copertura finanziaria della legge riguarda in realtà circa 500 persone, prevista solo per il 2026, con l'auspicio di un'estensione negli anni successivi. Lo scarto tra i 10mila annunciati e i 500 effettivamente finanziati è il punto su cui si concentrano i dubbi di fattibilità, sollevati anche da deputati della stessa maggioranza: Antonio D'Alessio, di Azione, pur condividendo le finalità del provvedimento, ha dichiarato che senza risorse adeguate rischia di restare "una scatola vuota", motivo per cui il suo gruppo si è astenuto in Aula.

Le altre criticità pratiche

  • Capacità delle strutture terapeutiche: le comunità di recupero hanno già oggi liste d'attesa; assorbire un flusso aggiuntivo di detenuti richiede posti letto, personale sanitario ed educatori che non si creano dall'oggi al domani.
  • Verifica dell'idoneità dei "luoghi": il tribunale deve valutare caso per caso l'idoneità della struttura o del domicilio, un carico di lavoro aggiuntivo per un sistema giudiziario già sotto pressione.
  • Supervisione e rischio recidiva: le opposizioni più critiche (M5S, Fratelli Nazionale) hanno parlato di rischio di rilascio di persone pericolose, un timore che dipende in larga parte da quanto sarà rigoroso il monitoraggio dell'aderenza al percorso terapeutico.

Soluzioni possibili senza nuovi finanziamenti

Di fronte a un vincolo di bilancio rigido, alcune strade di ottimizzazione permetterebbero comunque di applicare la norma più efficacemente entro le risorse già stanziate, pur senza risolvere da sole il divario con i numeri annunciati.

Sfruttare la capacità già esistente, non crearne di nuova. Molte comunità terapeutiche sono gestite dal terzo settore e già accreditate presso il Servizio Sanitario Nazionale, spesso autofinanziate in parte tramite donazioni. Dare priorità ai posti già disponibili e accreditati, invece di attendere la costruzione di nuove strutture, permetterebbe di applicare la norma da subito entro i limiti della capacità esistente.

Riorganizzare le risorse già stanziate, non aggiungerne. Gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE), che già gestiscono le misure alternative al carcere, potrebbero assorbire il carico aggiuntivo redistribuendo il personale esistente tra gli uffici territoriali. Allo stesso modo, i Servizi per le Dipendenze (Ser.D.) delle ASL già seguono i percorsi terapeutici per tossicodipendenza: integrare il monitoraggio dei detenuti in misura alternativa nei loro compiti ordinari eviterebbe la creazione di strutture parallele.

Tecnologia già in uso. Il braccialetto elettronico, già impiegato per gli arresti domiciliari, riduce il bisogno di sorveglianza fisica continua da parte di personale dedicato: un costo già sostenuto dal sistema per altre misure, quindi non un nuovo investimento.

Applicazione graduale e selettiva. Dato che la copertura attuale riguarda circa 500 persone, dare priorità ai profili a rischio più basso (pene residue brevi, reati meno gravi, percorso terapeutico già avviato con esito positivo) permetterebbe di estendere gradualmente la platea negli anni successivi, come lo stesso ministero ha dichiarato di auspicare.

Semplificazione delle procedure giudiziarie. Creare un elenco pre-accreditato di strutture idonee, anziché una valutazione caso per caso da parte del tribunale, ridurrebbe il carico di lavoro giudiziario senza bisogno di nuovo personale.

I limiti di queste soluzioni

Va detto con onestà che queste sono misure di ottimizzazione, non sostituti di un finanziamento adeguato. Riorganizzare l'esistente può coprire un numero limitato di casi — i 500 già finanziati, forse qualche centinaio in più ottimizzando i processi — ma difficilmente colma da solo il divario rispetto ai 10mila annunciati da Nordio, soprattutto se la domanda di posti nelle comunità supera già oggi l'offerta disponibile. Il vero banco di prova della riforma non è il principio, condiviso anche da chi ha espresso perplessità sui numeri, ma se lo Stato riuscirà a finanziare in modo credibile, negli anni a venire, posti in comunità, personale di supervisione e monitoraggio dell'aderenza terapeutica per numeri vicini a quelli annunciati.

Nella grande fattoria della geopolitica c'è sempre un animale pronto a proclamarsi il custode dell'ordine mentre rovescia il recinto, calpesta il raccolto e poi accusa gli altri di aver sporcato la stalla.

Oggi il ruolo del gallo che canta per primo è conteso tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump: due protagonisti di una stessa commedia del potere, dove la parola "sicurezza" viene ripetuta come una formula magica capace di giustificare qualsiasi cosa.

Netanyahu si presenta come il difensore di Israele, il comandante indispensabile, l'uomo che non può essere sostituito perché il mondo sarebbe troppo pericoloso senza di lui. Una narrazione perfetta: il leader che crea una situazione permanente di emergenza e poi si offre come unica soluzione possibile.

La tragedia di Gaza, con il suo immenso carico di vittime civili e distruzione, ha trasformato questa narrazione in una domanda inquietante: dove finisce il diritto alla difesa e dove comincia la punizione di un'intera popolazione?

Le accuse internazionali contro il governo israeliano sono gravissime, comprese quelle relative a possibili crimini di guerra e genocidio. Netanyahu respinge ogni accusa e sostiene che la guerra sia contro Hamas. Ma milioni di persone nel mondo osservano le macerie e si chiedono se la risposta militare abbia superato ogni limite umano e politico.

E poi arriva il grande alleato d'oltreoceano: Donald Trump, il presidente che ha fatto della politica estera un palcoscenico personale, dove ogni tragedia diventa un'opportunità per una fotografia, uno slogan o un accordo da vendere come "storico".

Trump e Netanyahu sembrano parlare la stessa lingua: quella della forza come soluzione universale, della diplomazia ridotta a spettacolo e della sofferenza dei civili trasformata in una nota a margine. I critici accusano Trump di aver offerto una copertura politica alle scelte più controverse del governo Netanyahu, privilegiando l'alleanza strategica rispetto alla pressione per il rispetto del diritto internazionale.

Nella loro versione del mondo, i potenti siedono al tavolo e decidono il destino dei popoli come se fossero pedine su una scacchiera. Le vittime diventano "danni collaterali", le proteste diventano "ostilità", le domande diventano "attacchi politici".

È la vecchia favola del potere: quando il lupo mangia le pecore, sostiene che sta difendendo il gregge da un pericolo più grande.

Ma la storia ha una memoria lunga. Ricorda i leader che hanno confuso la forza con la ragione, la propaganda con la verità, la vendetta con la sicurezza.

Netanyahu rischia di essere ricordato non soltanto per le decisioni prese durante una guerra devastante, ma per aver trasformato la paura in uno strumento permanente di governo. Trump rischia di essere ricordato come il leader che, pur avendo il peso politico per influenzare gli eventi, ha scelto la fedeltà all'alleato invece della pressione per fermare una tragedia umanitaria.

Nel frattempo, mentre i potenti discutono di confini, strategie e vittorie, la gente comune continua a pagare il conto: israeliani e palestinesi intrappolati in una spirale dove il dolore di uno diventa la giustificazione del dolore dell'altro.

La vera sconfitta non sarà solo militare o diplomatica. Sarà morale.

Perché un giorno, quando la polvere delle macerie sarà scesa, resterà una domanda semplice e terribile: chi aveva il potere di fermare la tragedia e ha scelto di non farlo?

Immaginate di entrare al casinò.

Il proprietario vi accompagna personalmente al tavolo VIP. Le fiches sono già lì. Il banco, per ragioni storiche, statistiche e perfino geopolitiche, paga sempre a vostro favore. Gli arbitri vi conoscono, i camerieri vi sorridono, il direttore vi offre champagne e, se qualcosa va storto, arriva perfino la marina militare.

Siete gli Stati Uniti d'America.

A questo punto entra Donald Trump.

Guarda il tavolo, osserva il croupier, conta le fiches e conclude:

«È evidente che qualcuno ci sta fregando.»

Prende il tavolo e lo ribalta.

Poi dichiara vittoria.

La guerra commerciale

Trump scopre i dazi come un bambino scopre il martello.

Improvvisamente qualunque problema sembra un chiodo.

La Cina produce troppo?

Dazio.

L'Europa vende automobili?

Dazio.

Il Canada vende legname?

Dazio.

La Svizzera respira?

Probabilmente dazio anche lì.

L'unico piccolo dettaglio è che il dazio lo paga soprattutto l'importatore americano.

È un piano geniale.

Come tassarsi da soli chiamandolo patriottismo.

Il manuale per perdere gli amici

Per ottant'anni gli Stati Uniti hanno accumulato un patrimonio enorme.

Non oro.

Non petrolio.

Fiducia.

Trump è riuscito nell'impresa quasi impossibile di convincere gli alleati che forse fosse il caso di iniziare a cercarne altri.

È un po' come essere il miglior idraulico della città e passare il tempo a insultare tutti i clienti.

Ucraina, Israele, Iran

L'America aveva costruito la propria forza facendo capire che gli alleati potevano fidarsi.

Ora sembra dire:

"Potete fidarvi... fino al prossimo post sui social."

Non è esattamente la stessa cosa.

La Silicon Valley e il guinzaglio digitale

L'Europa ha finalmente l'occasione di liberarsi non solo dalla dipendenza militare, ma anche da quella digitale.

Ogni volta che compriamo un trattore, una stampante, un'automobile o uno smartphone scopriamo che non ne siamo proprietari.

Siamo utenti.

In affitto.

Con firmware proprietari.

Con DRM.

Con componenti che smettono di funzionare se vengono sostituiti.

Con ricambi autorizzati.

Con abbonamenti per usare hardware già acquistato.

Abbiamo comprato una macchina.

Ci hanno venduto un contratto di locazione travestito da proprietà.

Il copyright infinito

Il copyright era nato per proteggere gli autori.

È finito per proteggere i lucchetti.

Le multinazionali hanno scoperto che era molto più redditizio impedire le riparazioni che vendere prodotti migliori.

È come comprare una bicicletta e scoprire che cambiare la camera d'aria senza autorizzazione costituisce violazione del trattato di Ginevra.

Il Patto Anti-Elusione

Le multinazionali adorano il libero mercato.

Soprattutto quando il mercato è libero di pagare le tasse al posto loro.

Le piccole imprese pagano il 100%.

Le grandi pagano commercialisti.

Il Board of Peace facciamolo davvero!

Le Nazioni Unite sono un'istituzione meravigliosa.

È come un club di piromani incaricato di approvare il regolamento antincendio.

Gli Stati Uniti possono bloccare le decisioni.

La Russia può bloccare le decisioni.

La Cina può bloccare le decisioni.

Alla fine l'unica cosa che viene approvata all'unanimità è il rinvio della prossima riunione.

Propongo quindi il Board of Peace™. Non la caricatura proposta da Trump...

Un organismo internazionale con una regola semplicissima.

Chi invade qualcuno perde il telecomando.

Chi bombarda un vicino resta senza password.

Chi minaccia il mondo sui social deve lasciare il telefono alla reception.

E soprattutto:

nessuno può fare l'arbitro della propria partita.

Trump pensa di aver ribaltato il tavolo del mondo.

In realtà ha soltanto mostrato al resto del pianeta che quel tavolo era costruito male.

La domanda non è più come rimetterlo in piedi.

La domanda è chi avrà il coraggio di costruirne uno nuovo.

Una rivoluzione silenziosa per aumentare efficienza e redditività

Negli ultimi vent'anni la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) ha investito enormi risorse per trasformare i supermercati in strutture sempre più complete, capaci di offrire al consumatore ogni genere di prodotto e servizio sotto lo stesso tetto. Tuttavia, il modello tradizionale che prevede la gestione diretta dei reparti freschi – ortofrutta, gastronomia, macelleria, panetteria e pasticceria – mostra oggi limiti economici sempre più evidenti.

La mia tesi è semplice: molti di questi reparti potrebbero essere più redditizi e offrire una qualità superiore se fossero affidati a operatori indipendenti locali, trasformando il supermercato in una sorta di mercato coperto moderno anziché in una struttura completamente integrata.

Il problema dei reparti freschi

I reparti freschi rappresentano una delle aree più complesse da gestire all'interno di un supermercato.

A differenza degli scaffali tradizionali, richiedono:

  • personale altamente qualificato;
  • gestione quotidiana delle scorte;
  • lavorazioni manuali;
  • controllo rigoroso della qualità;
  • elevati costi energetici;
  • elevata deperibilità dei prodotti.

Ogni errore genera sprechi, merce invenduta e riduzione dei margini.

In molti casi il reparto gastronomia o la macelleria producono volumi insufficienti per sfruttare economie di scala paragonabili a quelle della logistica industriale della GDO.

Il vantaggio dell'imprenditore locale

Un commerciante indipendente ragiona in modo diverso rispetto a una struttura aziendale centralizzata.

Il titolare di una panetteria o di una macelleria:

  • conosce personalmente i clienti;
  • adatta rapidamente l'offerta;
  • controlla direttamente i costi;
  • può specializzarsi su prodotti ad alto valore aggiunto;
  • ha una maggiore motivazione imprenditoriale.

Quando il profitto dipende direttamente dalla qualità del servizio e dalla soddisfazione della clientela, spesso si ottengono risultati migliori rispetto a una gestione burocratizzata.

È il motivo per cui molte persone continuano a preferire il fornaio, il macellaio o il fruttivendolo di quartiere rispetto ai reparti equivalenti del supermercato.

Riduzione dei costi per la GDO

Affidare questi spazi a operatori esterni consentirebbe alle catene distributive di ridurre drasticamente:

  • costi del personale;
  • oneri previdenziali;
  • formazione specialistica;
  • rischi di invenduto;
  • costi di gestione delle lavorazioni;
  • responsabilità operative.

La GDO potrebbe limitarsi a:

  • fornire gli spazi;
  • garantire standard igienici e qualitativi;
  • incassare un canone fisso o una percentuale sul fatturato.

In questo modo il rischio imprenditoriale verrebbe trasferito a chi possiede le competenze specifiche per quel settore.

Migliore qualità percepita

Uno dei principali problemi della GDO moderna è la crescente standardizzazione.

Un reparto gestito da un operatore locale può invece offrire:

  • produzioni artigianali;
  • fornitori del territorio;
  • specialità regionali;
  • maggiore personalizzazione.

Per il cliente il vantaggio è evidente: entrare in un supermercato che ospita un vero panificio, una vera macelleria e una vera gastronomia può trasformare l'esperienza d'acquisto in qualcosa di molto più simile a un mercato tradizionale.

Un modello già esistente

In realtà questa idea non è affatto rivoluzionaria.

Molti centri commerciali ospitano già:

  • farmacie;
  • ottici;
  • tabaccai;
  • bar;
  • ristoranti;
  • lavanderie.

Nessuno si aspetta che il supermercato gestisca direttamente queste attività.

La domanda è quindi: perché continuare a gestire internamente reparti che richiedono competenze professionali molto specifiche quando esistono operatori specializzati in grado di svolgere lo stesso lavoro con maggiore efficienza?

Benefici per il territorio

Questo modello produrrebbe effetti positivi anche sul tessuto economico locale.

Gli spazi commerciali all'interno dei supermercati potrebbero essere affidati a:

  • artigiani;
  • cooperative agricole;
  • produttori locali;
  • piccole imprese alimentari.

Si creerebbe così un ecosistema capace di valorizzare le eccellenze territoriali invece di uniformare l'offerta su scala nazionale.

In un'epoca in cui i consumatori cercano autenticità e prodotti del territorio, questo rappresenterebbe un vantaggio competitivo significativo.

Le criticità da affrontare

Naturalmente il modello non è privo di problemi.

La GDO dovrebbe garantire:

  • standard qualitativi uniformi;
  • continuità del servizio;
  • sicurezza alimentare;
  • integrazione logistica;
  • coordinamento commerciale.

Inoltre non tutti i punti vendita avrebbero dimensioni sufficienti per ospitare operatori indipendenti.

Tuttavia tali difficoltà appaiono gestibili attraverso contratti di franchising, concessione o affitto di ramo commerciale.

La grande distribuzione è nata per sfruttare le economie di scala. Tuttavia non tutte le attività beneficiano della standardizzazione allo stesso modo.

I reparti freschi rappresentano un caso particolare: richiedono competenze artigianali, flessibilità e conoscenza del cliente che spesso mal si conciliano con le logiche centralizzate delle grandi catene.

Trasformare ortofrutta, gastronomia, macelleria, panetteria e pasticceria in punti vendita gestiti da imprenditori specializzati potrebbe consentire alla GDO di ridurre i costi, aumentare la qualità percepita e creare nuove opportunità per le imprese locali.

Forse il supermercato del futuro non sarà una struttura completamente integrata, ma un moderno mercato coperto dove la forza della distribuzione organizzata si combina con l'esperienza e la passione degli artigiani del territorio.

L’umanità è entrata in una fase storica paradossale.

Non siamo mai stati così interconnessi:

  • economicamente,
  • tecnologicamente,
  • scientificamente,
  • ambientalmente.

Eppure continuiamo a governare il pianeta con strutture politiche nate dopo la Seconda guerra mondiale, costruite per un mondo che non esiste più.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite rappresentò un passaggio storico fondamentale:
per la prima volta l’umanità tentava di creare un luogo permanente di dialogo globale.

Ma oggi i suoi limiti sono evidenti.

Il grande blocco del veto

Il sistema del Consiglio di Sicurezza riflette ancora gli equilibri di potere del 1945:

  • cinque potenze permanenti,
  • diritto di veto,
  • paralisi decisionale.

Questo significa che le crisi più gravi del pianeta vengono spesso subordinate agli interessi strategici delle grandi potenze.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

  • guerre interminabili,
  • incapacità preventiva,
  • interventi selettivi,
  • diritto internazionale applicato in modo diseguale.

Un organismo globale che dipende dal consenso dei più forti non può rappresentare davvero l’intera umanità.

Un pianeta integrato non può essere governato da sovranità isolate

La crisi climatica non conosce confini.
Le pandemie non rispettano passaporti.
La finanza globale supera gli Stati.
L’intelligenza artificiale evolve più rapidamente delle legislazioni nazionali.

Eppure continuiamo ad affrontare problemi planetari con strumenti frammentati.

È come tentare di governare un organismo multicellulare in cui ogni cellula agisce esclusivamente per interesse individuale.

In biologia, sistemi del genere collassano.
Oppure diventano tumori.

La storia evolutiva insegnata da Microcosmo suggerisce invece un’altra direzione:
i grandi salti evolutivi avvengono quando entità separate imparano a coordinarsi dentro strutture cooperative più avanzate.

L’umanità potrebbe trovarsi esattamente in quel passaggio.

Una nuova istituzione per la specie umana

Serve il coraggio di immaginare un organismo sovranazionale realmente democratico e vincolante:
non un impero globale,
non un governo autoritario planetario,
ma una struttura costituzionale della cooperazione umana.

Un’istituzione capace di:

  • superare il veto delle grandi potenze,
  • rappresentare i popoli e non solo gli Stati,
  • garantire standard minimi universali,
  • prevenire conflitti,
  • coordinare risorse strategiche globali.

Un sistema dove:

  • acqua,
  • clima,
  • energia,
  • spazio,
  • intelligenza artificiale,
  • oceani,
  • biodiversità

siano trattati come patrimoni comuni dell’umanità.

Dal diritto della forza alla forza del diritto

Il vero problema dell’ordine internazionale attuale è che il diritto rimane subordinato alla forza.

Le grandi potenze possono spesso:

  • aggirare norme,
  • violare trattati,
  • esercitare pressioni economiche,
  • imporre blocchi,
  • intervenire militarmente

senza conseguenze equivalenti a quelle subite dai paesi più deboli.

Questa asimmetria alimenta:

  • sfiducia,
  • nazionalismi,
  • corsa agli armamenti,
  • radicalizzazione geopolitica.

Una nuova architettura globale dovrebbe invece fondarsi su un principio semplice:
la sicurezza collettiva nasce dalla giustizia reciproca, non dalla paura reciproca.

Il nodo sociologico

Molti sostengono che un organismo sovranazionale sia “utopico”.

Ma anche:

  • abolire la schiavitù,
  • creare welfare,
  • introdurre diritti universali,
  • costruire l’Unione Europea

apparivano utopie prima di diventare realtà storiche.

La vera domanda non è se l’umanità sia pronta.
La vera domanda è se l’umanità possa sopravvivere continuando con strutture geopolitiche progettate per il conflitto permanente.

Sociologicamente il nazionalismo assoluto nasce spesso dalla paura:

  • paura della perdita,
  • dell’altro,
  • del declino,
  • dell’insicurezza economica.

Ma la cooperazione avanzata nasce da un livello superiore di coscienza collettiva:
la consapevolezza che il destino delle società moderne è ormai interdipendente.

Una cittadinanza planetaria

Forse il passo successivo dell’evoluzione politica sarà la nascita graduale di una coscienza civica globale.

Non la cancellazione delle identità culturali o nazionali,
ma il loro inserimento dentro una struttura più ampia.

Come cellule differenti continuano a mantenere funzioni specifiche dentro un organismo complesso.

L’identità umana potrebbe finalmente affiancare:

  • appartenenza nazionale,
  • culturale,
  • linguistica,
  • religiosa.

Perché prima di essere cittadini di uno Stato siamo abitanti dello stesso pianeta.

Il bivio storico

Il XXI secolo potrebbe diventare:

  • il secolo della cooperazione planetaria,
    oppure
  • il secolo della frammentazione tecnologica e della guerra permanente.

La differenza dipenderà dalla capacità dell’umanità di compiere un salto evolutivo politico paragonabile a quelli che la vita ha già compiuto biologicamente.

Nel microcosmo della cellula, la cooperazione generò organismi complessi.

Nel macrocosmo umano, potrebbe generare finalmente una civiltà globale capace di sopravvivere alla propria potenza tecnologica.

La domanda non è più se abbiamo abbastanza tecnologia per cambiare il mondo.

La domanda è se abbiamo abbastanza maturità collettiva per governarlo insieme.