A Genova, nello stabilimento storico di Ansaldo Energia, è entrata in funzione una linea di produzione capace di sfornare oltre 300 MW l'anno di stack per elettrolizzatori a membrana a scambio anionico (AEM, Anion Exchange Membrane). L'annuncio, dato il 16 settembre 2026 da Ansaldo Green Tech, la controllata del gruppo genovese dedicata alle tecnologie per la transizione energetica, segna il passaggio dal prototipo dimostrativo alla capacità industriale per una tecnologia di elettrolisi che l'Italia, a differenza di molti concorrenti europei, sviluppa e produce in casa propria, dalla progettazione della cella fino all'assemblaggio dello stack.
TRL 7-8 — Pre-commerciale: linea di produzione industriale completata, collaudi e ottimizzazione in corso, primi elettrolizzatori containerizzati da 1 MW già venduti e installati sul territorio, avvio della produzione su scala industriale nei prossimi mesi
Impatto potenziale: alto
Perché all'Italia serve una fabbrica di elettrolizzatori
La produzione di idrogeno verde per via elettrolitica è, per molti Paesi europei, un settore in cui la componentistica chiave — le celle elettrochimiche, le membrane, gli stack — viene importata da fornitori tedeschi, nordamericani o asiatici, mentre l'industria locale si limita a integrazione, installazione e gestione degli impianti. Ansaldo Energia, storico produttore genovese di turbine e componenti per la generazione elettrica, ha scelto un percorso diverso attraverso la controllata Ansaldo Green Tech: sviluppare in proprio la tecnologia di elettrolisi, portarla dal prototipo alla linea di produzione e renderla disponibile sul mercato in moduli containerizzati pronti all'uso. Il primo elettrolizzatore da 1 MW dell'azienda era stato venduto già a fine 2024; la linea inaugurata a Genova a metà settembre 2026 è il passo che permette di replicare quel prodotto su scala industriale, anziché costruirlo pezzo per pezzo in laboratorio.
Come funziona l'elettrolisi AEM: il compromesso tra alcalina e PEM
La tecnologia scelta da Ansaldo Green Tech, l'AEM, si colloca a metà strada tra le due famiglie di elettrolizzatori oggi più diffuse. Dall'elettrolisi alcalina tradizionale eredita l'uso di catalizzatori a base di metalli non nobili — in questo caso il nichel, elemento abbondante ed economico — al posto dei metalli critici platino e iridio richiesti dall'elettrolisi PEM (a membrana a scambio protonico). Dalla PEM eredita invece l'architettura compatta a membrana solida, che consente celle più sottili e impianti meno ingombranti rispetto ai grandi elettrolizzatori alcalini a elettrolita liquido. Sulla carta, l'AEM promette quindi di combinare i costi di capitale più contenuti dell'alcalina con la compattezza e la flessibilità operativa della PEM: una capacità, quest'ultima, particolarmente utile per un elettrolizzatore chiamato a lavorare con la produzione intermittente di un impianto eolico o fotovoltaico, adattando il proprio assorbimento elettrico alle fluttuazioni della fonte rinnovabile invece di richiedere un funzionamento costante. Restano, per l'AEM come tecnologia di settore, alcune sfide aperte legate soprattutto alla durata della membrana negli anni e alla densità di corrente raggiungibile rispetto alla PEM più matura: è anche per questo che il passaggio dal singolo prototipo testato in laboratorio a una linea capace di produrre stack in serie, con processi e controlli di qualità ripetibili, rappresenta uno snodo tecnico e industriale rilevante più della singola prestazione di cella.
I numeri della linea di Genova
Lo stabilimento genovese può ora produrre oltre 300 MW l'anno di stack per elettrolizzatori AEM. Il prodotto è pensato in forma modulare: l'unità base è un container da 1 MW, capace di erogare oltre 500 kg di idrogeno al giorno, pensato per essere installato senza grandi opere civili aggiuntive; per le applicazioni industriali di maggiore taglia, più unità possono essere combinate in configurazioni multi-MW. L'idrogeno viene erogato già in pressione, riducendo la necessità di compressione a valle. Vittorio Olcese, amministratore delegato di Ansaldo Green Tech, ha commentato che il completamento della linea «dimostra il nostro impegno nel trasformare l'innovazione in capacità industriale»: una frase che riflette bene il punto del progetto, ossia meno l'annuncio di una nuova prestazione tecnica e più la dimostrazione che uno stack progettato in Italia può essere fabbricato in serie e non solo a esemplare singolo.
Il finanziamento pubblico: il progetto IANUS
Dietro la nuova linea di produzione ci sono oltre 300 milioni di euro di fondi pubblici, di cui 317 milioni di euro assegnati ad Ansaldo Green Tech dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) nell'ambito del progetto IANUS, parte dell'iniziativa europea IPCEI Hydrogen approvata dalla Commissione europea nel luglio 2022 e alimentata anche da risorse del PNRR. Il progetto, della durata di sei anni, non finanzia solo la linea di stack: prevede anche l'ampliamento dei laboratori di ricerca di Ansaldo a Genova e lo sviluppo industriale di elettrolizzatori modulari di diversa taglia. È una struttura di finanziamento tipica degli IPCEI, pensata per sostenere tecnologie ritenute strategiche per l'autonomia industriale europea anche quando, come nel caso dell'AEM, il mercato non è ancora abbastanza maturo da ripagare da solo gli investimenti in capacità produttiva.
Dall'impianto al territorio: le hydrogen valley italiane
Il collegamento tra la nuova capacità produttiva genovese e la domanda reale di idrogeno passa, in Italia, da una manciata di progetti territoriali già avviati. Il più definito è la Hydrogen Valley di Tito Scalo, in provincia di Potenza, sviluppata insieme alla società PRE: prevede un primo elettrolizzatore AEM da 1 MW, capace di oltre 500 kg di idrogeno verde al giorno, assemblato proprio sulla linea genovese e destinato a costruire una filiera locale dell'idrogeno in Basilicata, anch'esso con il sostegno di fondi IPCEI e NextGenerationEU. Ad essi si affiancano un accordo con Duferco Energia per una Hydrogen Valley in Sicilia e un primo elettrolizzatore installato a Civitavecchia. Sono, per ora, progetti di taglia contenuta rispetto ai grandi elettrolizzatori alcalini o PEM da decine di MW già operativi altrove nel mondo: il loro valore, in questa fase, sta più nel dimostrare che la filiera italiana regge dalla produzione dello stack fino all'installazione sul campo, che nel volume di idrogeno effettivamente prodotto.
Perché interessa il settore
Il mercato degli elettrolizzatori resta, a livello globale, dominato da poche tecnologie consolidate — alcalina e PEM — prodotte in larga parte fuori dall'Europa, mentre l'AEM è ancora una tecnologia di nicchia, con player specializzati come la tedesca Enapter e pochi altri a contendersi una fetta di mercato ancora piccola. Che un gruppo industriale con le dimensioni e la storia di Ansaldo Energia scelga di investirci, portando la propria tecnologia dal singolo prototipo a una linea da 300 MW l'anno, sposta l'AEM da esperimento di nicchia a opzione industriale concreta anche su scala nazionale. Per l'Italia, che nella filiera dell'idrogeno verde ha finora giocato soprattutto un ruolo di potenziale utilizzatore — nell'industria pesante, nei trasporti pesanti, nella miscelazione nella rete del gas — avere un produttore nazionale di elettrolizzatori capace di scala industriale è un tassello diverso: quello della componentistica critica, che determina in buona parte se il costo dell'idrogeno verde prodotto in Italia dipenderà da forniture estere o da una filiera anche italiana. Resta da vedere, nei prossimi mesi, se i collaudi in corso confermeranno le prestazioni attese su volumi di produzione reali, e se la domanda di idrogeno verde — oggi ancora limitata dai costi e dalla scarsità di infrastrutture di distribuzione — crescerà abbastanza da assorbire la capacità appena creata.
Il commento di PINET
Per il sistema industriale italiano, avere un produttore nazionale di elettrolizzatori significa meno dipendenza da forniture estere e maggiore possibilità di intercettare i fondi IPCEI ed europei destinati alla filiera idrogeno, a beneficio soprattutto delle imprese energivore e dei territori coinvolti nelle hydrogen valley pilota. Il nodo pratico resta però quello di sempre: il costo dell'idrogeno verde in Italia dipende dal prezzo dell'elettricità rinnovabile disponibile e da infrastrutture di distribuzione ancora scarse, per cui una fabbrica di elettrolizzatori ben avviata non basta da sola a creare domanda. Va inoltre ricordato che questi 300 MW l'anno sono una capacità produttiva della fabbrica, non ancora una diffusione di impianti installati: la vera prova arriverà quando i primi elettrolizzatori usciti dalla linea di Genova avranno funzionato per mesi in condizioni operative reali, a Tito Scalo come altrove. Un passo utile, dunque, ma da seguire con la stessa cautela riservata a ogni annuncio di nuova capacità industriale prima che si traduca in impianti realmente in esercizio.
Fonti:
- Hydrogen Insight, "Italian firm completes 300MW-plus AEM electrolyser production line"
- Chemical Engineering, "Ansaldo Green Tech production line for AEM electrolyzers complete"
- Teleborsa, "Ansaldo Green Tech completa a Genova la linea per la produzione su larga scala di stack per elettrolizzatori AEM"
- Turbomachinery Magazine, "Ansaldo Green Tech Obtains €317M to Build New AEM Electrolyzers"
- Ansaldo Energia, "Ansaldo Green Tech and PRE together for the Hydrogen Valley of Tito Scalo (Italy)"