Mentre il dibattito pubblico continua a oscillare tra la difesa del capitalismo di mercato e la nostalgia di modelli pianificati falliti, esiste da oltre quindici anni una terza via concreta, già praticata da migliaia di imprese in tutto il mondo: l'Economia del Bene Comune (Gemeinwohl-Ökonomie, ECG). Un modello che merita molta più attenzione di quanta ne riceva oggi, perché affronta di petto il limite più evidente dell'economia contemporanea: misuriamo il successo di un'impresa con un solo numero, il profitto, ignorando sistematicamente tutto ciò che quel numero non racconta.

Un'idea nata dalla crisi, non dall'ideologia

L'Economia del Bene Comune è stata ideata nel 2010 dall'economista e attivista austriaco Christian Felber, già fondatore di Attac Austria, insieme a un gruppo di imprenditori che condividevano la stessa insoddisfazione verso un sistema che, nelle parole dello stesso Felber, "sta funzionando al contrario": il denaro è diventato un fine in sé, invece di restare un mezzo per ciò che conta davvero, una buona vita per tutti. Non è un progetto teorico rimasto sulla carta: oggi coinvolge oltre 7mila persone e più di 2mila imprese nel mondo, di cui circa 500 aderiscono a tutti gli effetti stilando un vero e proprio bilancio del bene comune, verificato da un audit esterno tra pari. Il movimento è attivo anche in Italia, con una rete di associazioni locali che supportano le imprese interessate a intraprendere il percorso.

Il cuore del modello: il Bilancio del Bene Comune

Lo strumento operativo centrale dell'ECG è il cosiddetto Bilancio del Bene Comune, una sorta di bilancio parallelo a quello finanziario tradizionale. Le imprese si autovalutano, con verifica esterna, su cinque valori fondamentali — dignità umana, solidarietà e giustizia sociale, sostenibilità ambientale, giustizia economica e cogestione, trasparenza e partecipazione democratica — nei loro rapporti con tutti gli stakeholder: fornitori, soci e finanziatori, dipendenti, clienti, comunità di riferimento. Il risultato è un punteggio pubblico, che rende visibile e confrontabile ciò che il bilancio finanziario tradizionale lascia sistematicamente fuori campo: quanto un'impresa contribuisce davvero al benessere collettivo, non solo ai profitti dei suoi azionisti.

Perché è un'idea potente: le opportunità concrete

Rendere finalmente visibile ciò che oggi resta invisibile. Il bilancio finanziario tradizionale non registra il benessere dei dipendenti, l'impatto ambientale reale, il contributo di un'impresa alla propria comunità. L'ECG capovolge questa logica: costringe le imprese a rendere conto pubblicamente anche di ciò che finora restava fuori da ogni rendicontazione, in modo strutturato e comparabile tra aziende diverse.

Un modello di mercato, non contro il mercato. A differenza di proposte più radicali che vorrebbero abolire la proprietà privata o il profitto, l'ECG non nega l'economia di mercato: la orienta verso obiettivi diversi dalla pura massimizzazione del profitto. Le imprese restano imprese, competono, innovano — ma lo fanno secondo un codice etico condiviso e con l'obiettivo dichiarato della cooperazione, non solo della competizione a somma zero. Questo lo rende un modello molto più facilmente adottabile dal tessuto imprenditoriale esistente rispetto ad alternative più radicali.

Il potenziale, ancora largamente inespresso, degli incentivi legati al punteggio. L'idea più ambiziosa di Felber, finora sperimentata solo in alcuni contesti locali (soprattutto in Austria e Germania, con criteri di preferenza in alcuni appalti pubblici comunali), è che le imprese con un punteggio di Bene Comune più alto dovrebbero ottenere vantaggi concreti: aliquote fiscali ridotte, corsie preferenziali negli appalti pubblici, condizioni di credito migliori. Se applicata su scala più ampia, questa leva trasformerebbe il mercato stesso in un meccanismo che premia sistematicamente chi genera valore sociale e ambientale, invece di lasciare che sia solo il prezzo più basso a vincere ogni gara.

Sinergia naturale con le normative europee già in arrivo. L'ECG si inserisce in un momento storico particolarmente favorevole: la CSRD europea impone già la rendicontazione di sostenibilità alle grandi imprese, e strumenti come il Passaporto Digitale di Prodotto renderanno tracciabile l'intera filiera produttiva. L'Economia del Bene Comune offre alle imprese un framework valoriale già pronto, collaudato da oltre un decennio di pratica, in cui inserire questi obblighi tecnici che altrimenti rischiano di restare puri adempimenti burocratici, privi di una visione d'insieme.

Un antidoto alla sfiducia verso l'economia. In un'epoca segnata da crisi finanziarie, precarietà diffusa e crescente disillusione verso il capitalismo tradizionale, l'ECG offre qualcosa che le pure statistiche di crescita del PIL non riescono a dare: un modello in cui i valori costituzionali di dignità, solidarietà e giustizia sociale, già scritti in gran parte delle costituzioni democratiche, tornano a orientare concretamente l'attività economica quotidiana, invece di restare principi astratti confinati ai testi di diritto.

I limiti da non sottovalutare

Un'analisi onesta non può ignorare le difficoltà reali. Lo stesso Felber ammette che il movimento "cresce troppo lentamente": la maggior parte delle imprese aderenti restano PMI o realtà del terzo settore già sensibili al tema, mentre la conversione di grandi multinazionali è ancora rarissima. Gli incentivi fiscali e di appalto immaginati da Felber restano perlopiù proposte politiche, non norme vigenti su scala nazionale o europea. E compilare un Bilancio del Bene Comune richiede tempo e competenze che molte piccole imprese, prese dalla gestione quotidiana, faticano a trovare, mentre il sistema di verifica tra pari non ha ancora la robustezza istituzionale di uno standard contabile internazionalmente riconosciuto.

In sintesi

L'Economia del Bene Comune resta oggi più un movimento culturale e un laboratorio di policy che un sistema economico pienamente istituzionalizzato. Ma proprio in questo sta il suo potenziale più interessante: dimostra, con oltre 500 imprese già certificate nel mondo, che è possibile costruire un modello economico praticabile, non ideologico, capace di misurare e premiare ciò che davvero conta per una società — dignità, solidarietà, sostenibilità, giustizia — senza rinunciare ai meccanismi di mercato che conosciamo. La domanda aperta non è se il modello funzioni a livello di singola impresa, cosa già dimostrata, ma se la politica avrà il coraggio di trasformare questi principi in leve fiscali e normative concrete, capaci di farlo crescere dalla nicchia virtuosa in cui si trova oggi verso una vera alternativa di sistema.

Fonti: Christian Felber, "L'economia del bene comune" (Tecniche Nuove); economia-del-bene-comune.it; Avvenire; Vita.it

Dal 31 luglio 2026 diventa applicabile in tutta l'Unione Europea il "diritto alla riparazione", sancito dalla direttiva (UE) 2024/1799. Una svolta potenzialmente storica contro l'obsolescenza programmata e le logiche del consumismo usa-e-getta, ma che porta con sé criticità concrete, a partire proprio dall'Italia, dove il recepimento è tutt'altro che completo.

Cosa prevede la direttiva

Il principio di fondo è semplice: se un prodotto è ancora tecnicamente riparabile, il produttore deve ripararlo anche oltre il periodo di garanzia legale di due anni, a un prezzo e in tempi ragionevoli, senza poter rifiutarsi arbitrariamente. Le aziende dovranno mettere a disposizione i pezzi di ricambio a prezzi accessibili e non potranno più utilizzare ostacoli contrattuali, tecnici o informatici pensati per impedire la riparazione. Non sarà più possibile negare l'intervento solo perché il prodotto è stato precedentemente riparato da un professionista indipendente o perché sono stati utilizzati ricambi non originali, compatibili, di seconda mano o persino stampati in 3D — salvo che il guasto sia stato effettivamente causato da quella riparazione scorretta.

I numeri che hanno spinto il Parlamento Europeo ad approvare la direttiva, con 584 voti a favore e appena 3 contrari, sono eloquenti: lo smaltimento prematuro di beni ancora riparabili genera ogni anno nell'UE circa 261 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, consuma 30 milioni di tonnellate di risorse e produce 35 milioni di tonnellate di rifiuti.

Le criticità: l'Italia arriva in ritardo

Qui emerge il primo problema concreto. Il termine del 31 luglio 2026 era la scadenza per il recepimento della direttiva da parte di tutti gli Stati membri, ma in Italia il percorso normativo non risulta ancora concluso. Il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo attuativo solo in via preliminare, il 2 luglio 2026: il testo deve ancora ricevere il parere delle commissioni parlamentari, tornare in Consiglio dei ministri per l'approvazione definitiva ed essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Le stime più aggiornate indicano che le nuove norme diventeranno effettivamente operative in Italia solo nella seconda metà di agosto 2026.

Non è un dettaglio formale: una direttiva UE non ancora recepita non può essere invocata da un privato cittadino nei confronti di un'azienda. Fino alla pubblicazione del decreto italiano in Gazzetta Ufficiale, i nuovi diritti restano quindi sulla carta, non concretamente esigibili in tribunale o in sede di reclamo. Il ritardo normativo, secondo alcuni operatori del settore, rischia inoltre di aver rallentato gli stessi investimenti della filiera, lasciando produttori, distributori e centri di assistenza in una situazione di incertezza proprio mentre il mercato dell'elettronica si sta riorganizzando attorno alle nuove regole.

Altri limiti della norma

Anche una volta pienamente in vigore, la direttiva presenta alcuni limiti strutturali che vale la pena conoscere:

  • Non retroattiva: si applica solo ai contratti di vendita conclusi dopo il 31 luglio 2026. Chi possiede già uno smartphone o un elettrodomestico acquistato prima di questa data non può invocare le nuove tutele, ma resta comunque protetto dalla garanzia legale di due anni già esistente.
  • Riparazione a pagamento, non gratuita: l'obbligo previsto è di riparare a un prezzo ragionevole, non sempre a titolo gratuito. Il risparmio rispetto al riacquisto non è quindi garantito in automatico, ma dipenderà da quanto i produttori fisseranno prezzi effettivamente competitivi.
  • Copertura graduale dei prodotti: l'elenco dei beni coperti è legato ai regolamenti Ecodesign europei e potrà ampliarsi solo progressivamente nel tempo, man mano che nuovi regolamenti entreranno in vigore.
  • Efficacia legata alla rete di riparazione reale: la vera domanda è se l'Italia riuscirà a costruire una rete di centri di riparazione all'altezza della domanda, e se la disponibilità effettiva dei ricambi rispetterà le intenzioni della norma. Il diritto, per ora, esiste sulla carta: renderlo concretamente utilizzabile è un'altra sfida.

Perché questa norma è comunque importante

Al di là dei limiti, il valore simbolico e pratico di questa direttiva è difficile da sottovalutare. Per decenni il modello industriale dominante ha premiato la sostituzione rispetto alla riparazione: prodotti progettati con una durata volutamente limitata (la cosiddetta obsolescenza programmata), batterie non rimovibili, viti proprietarie, software che rallentano artificialmente i dispositivi più vecchi, assistenza negata a chi si rivolge a riparatori indipendenti. Un modello che ha alimentato per anni le strategie di marketing basate sul rinnovo costante del prodotto, spesso più che sul suo reale bisogno.

La direttiva capovolge questo paradigma imponendo per legge, e non più solo per buona volontà aziendale, che riparare costi meno che buttare e ricomprare. È un principio che incide direttamente sulle strategie industriali dei produttori, spingendoli verso una progettazione più duratura e riparabile dei prodotti, e che restituisce ai consumatori un potere contrattuale che negli ultimi vent'anni si era progressivamente eroso.

L'altra faccia della medaglia: un'opportunità industriale, non solo un vincolo

C'è però un aspetto della norma che rischia di passare in secondo piano rispetto alla narrazione dell'obbligo normativo: per i produttori, il diritto alla riparazione può trasformarsi in una leva di business, non solo in un costo di conformità.

Fidelizzazione del cliente attraverso il post-vendita. Ogni intervento di assistenza rappresenta un nuovo punto di contatto diretto tra produttore (o rivenditore) e consumatore. Chi entra in un punto vendita o si rivolge a un centro assistenza per sostituire una batteria o riparare uno schermo diventa anche un potenziale acquirente di accessori, servizi premium, coperture assicurative o, in prospettiva, del prossimo dispositivo dello stesso marchio. In un mercato sotto crescente pressione competitiva da parte dell'e-commerce puro, la qualità del servizio di assistenza post-vendita può diventare uno dei principali elementi distintivi rispetto alla concorrenza, specialmente per il retail fisico e i negozi specializzati.

I dati disponibili confermano questa dinamica: secondo un'analisi di Confindustria, le imprese italiane che hanno già adottato strategie di riparabilità hanno registrato un aumento della soddisfazione del cliente del 20% e una riduzione dei resi per malfunzionamento del 15%, a conferma che durabilità e riparabilità possono tradursi in vantaggio competitivo concreto, non solo in un onere normativo.

La nascita di una vera filiera dell'assistenza. La normativa obbliga produttori, importatori e distributori a mettere a disposizione ricambi, manuali tecnici e strumenti diagnostici anche ai riparatori indipendenti, non solo ai centri autorizzati. Questo apre uno spazio economico che prima era fortemente limitato: officine e negozi specializzati che per anni hanno operato con accesso ridotto a ricambi originali e documentazione tecnica possono ora strutturarsi come vero e proprio anello della filiera ufficiale, anziché restare ai margini del mercato. Stanno già emergendo attori specializzati nella gestione del post-vendita su scala industriale: aziende che offrono ai produttori reti organizzate di centri di assistenza tecnica, gestione integrata della logistica dei ricambi e dei magazzini, proponendosi come partner esterno per l'intero ciclo di vita del prodotto, dall'installazione fino alla dismissione finale. Anche i consorzi di produttori si stanno muovendo in questa direzione: app come MyRaee, sviluppata dai consorzi Ecoped e Ridomus, permettono già oggi al consumatore di fotografare un apparecchio guasto per identificarlo automaticamente, verificarne la copertura di garanzia e geolocalizzare i centri di assistenza più vicini, filtrati per marca.

La saldatura con l'economia circolare e lo smaltimento. Il punto più rilevante in ottica di economia circolare è che la stessa infrastruttura logistica costruita per la riparazione — raccolta del prodotto guasto, valutazione tecnica, gestione dei ricambi — può essere riutilizzata a valle, quando il prodotto arriva davvero a fine vita, per una gestione più efficiente dello smaltimento e del riciclo dei RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) e delle batterie. Un produttore che dispone già di una rete di centri di assistenza organizzata riduce i costi di questa cosiddetta "logistica inversa", perché lo stesso canale attraverso cui il prodotto entra per essere riparato può diventare il canale attraverso cui, se ormai irrecuperabile, viene correttamente instradato verso il riciclo dei materiali, invece di finire disperso in smaltimenti impropri. In questo senso, il diritto alla riparazione non è un ostacolo isolato all'economia circolare del prodotto, ma può diventarne il primo anello strutturale: dalla riparazione, alla rigenerazione, fino al riciclo controllato dei materiali quando la riparazione non è più possibile.

Restano naturalmente delle condizioni perché questa opportunità si traduca in pratica: i produttori devono garantire realmente la disponibilità dei ricambi per tutto il periodo previsto dalla normativa, e i tecnici, sia interni sia indipendenti, devono avere accesso effettivo a manuali ufficiali e strumentazione adeguata — condizioni che oggi non sono ancora uniformemente garantite in tutta la filiera.

Cosa succede fuori dall'Unione Europea

Il tema del diritto alla riparazione non è una battaglia esclusivamente europea, anche se l'UE resta probabilmente l'attore più organico e avanzato su questo fronte.

Stati Uniti: il panorama è frammentato e affidato quasi interamente ai singoli Stati, in assenza di una legge federale. Nel 2026 il diritto alla riparazione è stato introdotto in una qualche forma in tutti i 50 Stati, ma solo alcuni hanno leggi realmente operative: California, Colorado, Minnesota, New York e Oregon coprono l'elettronica di consumo, mentre Washington ha leggi dedicate anche alle sedie a rotelle motorizzate. Connecticut e Texas hanno normative in arrivo nel corso del 2026. Il mercato statunitense della riparazione vale già oggi circa 189 miliardi di dollari, con un risparmio stimato per i consumatori di quasi 50 miliardi di dollari l'anno grazie a un mercato della riparazione più competitivo.

Canada: il percorso è più lento e discontinuo. A livello federale sono state approvate modifiche al Copyright Act per favorire la riparazione e l'interoperabilità di elettronica, elettrodomestici e macchinari agricoli, ma senza obbligare i produttori a fornire manuali, software o ricambi. A livello provinciale, il Quebec è andato più avanti, obbligando le aziende a dichiarare se un prodotto resterà riparabile nel tempo e includendo anche i veicoli nel proprio ambito.

Australia: l'approccio si basa più sull'enforcement che su nuove leggi organiche. L'Australian Competition and Consumer Commission ha già sanzionato Honda Australia per aver impedito ai riparatori indipendenti l'accesso al software diagnostico senza un abbonamento a pagamento, segno di una vigilanza attiva sul rispetto delle regole esistenti.

India e Nuova Zelanda: entrambi i Paesi hanno avviato percorsi per introdurre un quadro normativo nazionale sul diritto alla riparazione, ancora in fase di elaborazione.

In sintesi

Il diritto alla riparazione europeo rappresenta un cambio di paradigma importante contro decenni di consumismo usa-e-getta e obsolescenza programmata, ma la sua efficacia reale dipenderà da tre fattori: la rapidità con cui l'Italia (e gli altri Stati membri in ritardo) completeranno il recepimento nazionale, la disponibilità concreta di ricambi a prezzi davvero accessibili, e la capacità del sistema di riparazione di reggere l'urto della nuova domanda. Ma lette dal lato delle imprese, le stesse regole che oggi vengono percepite come un vincolo normativo possono trasformarsi in un vantaggio competitivo strutturale: fidelizzazione del cliente attraverso il post-vendita, nascita di una filiera dell'assistenza più solida e diffusa, e integrazione naturale con la logistica dello smaltimento e del riciclo in chiave di economia circolare. Rispetto al resto del mondo, dove il diritto alla riparazione resta frammentato tra leggi statali americane, iniziative provinciali canadesi ed enforcement caso per caso in Australia, l'Unione Europea si conferma comunque l'attore con l'approccio più sistemico e ambizioso, anche se l'esempio italiano dimostra che tra il principio sancito a Bruxelles e la sua reale applicabilità nei singoli Paesi può ancora passare del tempo.

Una transizione verso diete più sane e sostenibili non è solo una questione di salute individuale: secondo una nuova ricerca pubblicata su Nature, potrebbe ridurre in modo significativo lo sfruttamento del suolo a livello globale, con effetti misurabili già entro il 2050. Allo stesso tempo, però, non tutti hanno interesse a che questo cambiamento avvenga.

I numeri di partenza

Il sistema alimentare attuale, fortemente orientato alla carne e basato su un'agricoltura di scala industriale, pesa sulla salute e sull'ambiente in modo sproporzionato: è responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra di origine umana. Quasi metà della superficie terrestre abitabile del pianeta è oggi impiegata per l'allevamento e la coltivazione di mangimi destinati agli animali. Nel frattempo, circa un terzo di tutto il cibo prodotto viene perso o sprecato lungo la filiera.

Lo studio: cosa cambierebbe con una transizione alimentare

Un gruppo di ricerca guidato da Matthew Gibson della Cornell University, in collaborazione con l'Università Humboldt di Berlino e il Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha confrontato due scenari al 2050 utilizzando dieci diversi modelli globali dei sistemi alimentari: uno scenario "business as usual" e uno scenario di trasformazione basato su diete più sane (sul modello della "Planetary Health Diet", a base prevalentemente vegetale), maggiore produttività agricola e dimezzamento dello spreco alimentare.

I risultati, coerenti su tutti i modelli utilizzati, sono netti: rispetto allo scenario inerziale, la transizione alimentare potrebbe ridurre l'uso globale di suolo agricolo del 9% entro il 2050, e il valore della produzione zootecnica del 60%. La produzione agricola complessiva scenderebbe del 17% rispetto allo scenario di riferimento, un calo dovuto soprattutto ai cambiamenti nella filiera della carne. Questi cali sarebbero in parte compensati da una crescita del 23% nel valore della produzione di verdura, frutta, legumi e frutta secca.

Sul fronte ambientale, lo scenario di trasformazione porterebbe entro il 2050 a una riduzione del 76% delle emissioni nette di CO₂ legate ai cambiamenti d'uso del suolo agricolo, e a un calo di un terzo delle emissioni dirette di metano e protossido di azoto dalla produzione agricola. Un ulteriore studio collegato stima che una dieta di questo tipo potrebbe evitare fino a 15 milioni di morti premature ogni anno a livello globale.

Una transizione più economica, non più costosa

Un punto controintuitivo emerso dallo studio riguarda i costi: secondo i ricercatori, continuare sulla rotta attuale è in realtà l'opzione più costosa. Nutrire una popolazione mondiale in crescita fino al 2050 con una dieta sana manterrebbe il valore complessivo della produzione agricola su livelli simili a quelli del 2020, riducendo al contempo i costi ambientali e sanitari rispetto allo scenario inerziale. Le regioni più dipendenti dall'allevamento, tuttavia, rischiano di subire pressioni economiche significative, motivo per cui i ricercatori sollecitano politiche agricole e alimentari coerenti, capaci di sostenere queste aree durante la transizione.

Chi ha interesse a rallentare il cambiamento

Se i dati scientifici sono chiari, altrettanto documentate sono le resistenze organizzate da parte di alcuni settori industriali. Diverse inchieste giornalistiche e report di think tank indipendenti hanno ricostruito, negli ultimi anni, le strategie con cui l'industria della carne e dei prodotti lattiero-caseari cerca di rallentare le politiche di transizione alimentare.

Un'analisi ha rilevato come le principali aziende del comparto zootecnico abbiano costruito narrazioni pubbliche in aperta contraddizione con le raccomandazioni scientifiche dell'IPCC e con la revisione EAT-Lancet del 2019 sulla transizione verso sistemi alimentari sostenibili. Tra le tattiche più comuni segnalate figurano la messa in dubbio del consenso scientifico, l'invocazione della necessità di "più tempo" prima di agire, e l'uso della sicurezza alimentare locale come argomento per bloccare qualunque riforma del sistema, senza però riconoscere il ruolo degli alimenti di origine animale nell'insicurezza alimentare stessa.

Un'altra ricerca ha documentato quasi un milione di contenuti social classificati come disinformazione riconducibile agli interessi dell'industria della carne e dei latticini, spesso mescolando teorie del complotto con proposte politiche reali per alimentare l'opposizione pubblica a riforme concrete.

Le porte girevoli tra industria e politica restano un ulteriore nodo critico: inchieste giornalistiche hanno documentato figure con ruoli di responsabilità politica sull'agricoltura provenienti direttamente da organizzazioni di settore legate a carne e latticini, un elemento che secondo diversi osservatori contribuisce a rallentare l'adozione di politiche allineate alle raccomandazioni scientifiche su clima e alimentazione.

Il nodo di fondo

Lo studio della Cornell University dimostra che il cambiamento nella direzione di diete più sane e sostenibili sarebbe tecnicamente ed economicamente vantaggioso su scala globale, oltre che benefico per salute e ambiente. La distanza tra questa evidenza scientifica e le politiche effettivamente adottate a livello europeo e globale sembra spiegarsi, almeno in parte, con gli interessi economici di filiere che oggi traggono profitto dal modello attuale di consumo, e che dispongono di risorse significative per influenzare il dibattito pubblico e le decisioni politiche in materia.

Fonti: studio pubblicato su Nature (Gibson et al., Cornell University, Università Humboldt di Berlino, Potsdam Institute for Climate Impact Research); natur.de; rinnovabili.it; ESG News; LifeGate; economiacircolare.com

In Germania esiste dal 1984 un modello di rete d'impresa per la sostenibilità ambientale che l'Italia, a oggi, non ha ancora replicato in forma altrettanto compiuta: il Bundesdeutscher Arbeitskreis für Umweltbewusstes Management e.V., meglio noto con l'acronimo B.A.U.M. Vale la pena capire come funziona, perché si è dimostrato utile in oltre quarant'anni di attività, e cosa manca realmente al panorama italiano per avere qualcosa di equivalente.

Cos'è il B.A.U.M. e perché funziona

Nato ad Amburgo nel 1984 per iniziativa di un gruppo di imprenditori, il B.A.U.M. si definisce fin dall'origine come un'iniziativa ambientale dell'economia sovrapartitica, cioè esplicitamente indipendente da qualsiasi schieramento politico. Oggi conta oltre 500 soci tra imprese di ogni dimensione, associazioni di categoria, istituzioni e singoli professionisti, il che ne fa la più grande rete d'impresa per la sostenibilità in Europa.

Il suo punto di forza non è tanto la dimensione, quanto il meccanismo: le aziende che aderiscono possono sottoscrivere volontariamente il cosiddetto "Ehrenkodex", un codice d'onore per una gestione d'impresa ecologicamente responsabile, che si traduce in impegni concreti su uso efficiente di risorse, energia e acqua, coinvolgimento dei fornitori nella catena di sostenibilità, e formazione interna dei dipendenti sui temi ambientali. Non è quindi solo un'etichetta valida per il marketing, ma un impegno pubblico verificabile tra pari.

Accanto a questo, B.A.U.M. funge da cinghia di trasmissione tra imprese, politica, scienza e media: organizza scambi di esperienze pratiche, porta le istanze delle aziende aderenti davanti alle istituzioni tedesche (è regolarmente iscritto al registro delle lobby del Bundestag) e ha lanciato iniziative satellite come il B.A.U.M. Zukunftsfonds e il BAUM Fair Future Fonds, veicoli che permettono a investitori privati di orientare il capitale verso efficienza energetica e piccole-medie imprese sostenibili.

Cosa manca all'Italia

L'Italia non parte da zero: esistono realtà come l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), la Fondazione Symbola, il Global Compact Network Italia e le sezioni dedicate alla sostenibilità delle grandi associazioni datoriali come Confindustria. Sono però iniziative frammentate, spesso sovrapposte tra loro, con missioni diverse: alcune orientate alla ricerca e all'advocacy sui grandi obiettivi ONU (ASviS), altre alla promozione dell'immagine "green" del made in Italy (Symbola), altre ancora legate a un quadro internazionale già esistente (Global Compact).

Ciò che manca è un contenitore unico, nato direttamente dall'iniziativa imprenditoriale e non da un ente pubblico o da una grande associazione di categoria, che unisca aziende di qualsiasi dimensione attorno a un codice d'onore condiviso e verificabile, e che al tempo stesso dialoghi in modo strutturato e continuativo con la politica, restando percepito come super partes. In assenza di questo, in Italia il tema sostenibilità resta spesso relegato a singole iniziative aziendali isolate, a bilanci di sostenibilità redatti per obbligo normativo (la direttiva CSRD europea), o a campagne di comunicazione che non sempre si traducono in pratiche verificabili e condivise tra imprese.

Come si potrebbe sollecitare imprese e politica

Costruire un equivalente italiano del B.A.U.M. non richiederebbe necessariamente una nuova legge, ma più probabilmente una combinazione di iniziative dal basso e pressione mirata:

Verso le imprese: le associazioni di categoria già esistenti (Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, CNA) potrebbero promuovere un codice d'onore ambientale unico e condiviso, sul modello dell'Ehrenkodex tedesco, aperto anche alle micro e piccole imprese che oggi restano escluse dagli obblighi di rendicontazione CSRD ma che costituiscono la maggioranza del tessuto produttivo italiano. L'adesione volontaria, resa pubblica e verificabile, avrebbe un valore reputazionale immediato per le aziende aderenti.

Verso la politica: si potrebbero sollecitare incentivi fiscali mirati (crediti d'imposta, corsie preferenziali negli appalti pubblici) per le imprese che aderiscono a un codice di questo tipo, così come già avviene in Germania dove B.A.U.M. dialoga direttamente con i ministeri federali e con le autorità locali (come nel caso della neonata collaborazione con l'amministrazione di Amburgo sulla finanza sostenibile per le PMI). In Italia un interlocutore analogo potrebbe rivolgersi al Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, proponendo tavoli tecnici permanenti tra imprese aderenti e legislatore.

Verso i cittadini e i media: la pressione dal basso — tramite associazioni dei consumatori, media specializzati e piattaforme civiche — può aiutare a rendere visibile la differenza tra un'azienda che aderisce a un codice verificabile e una che si limita a comunicazione ambientale generica, spingendo per un consolidamento delle iniziative italiane oggi frammentate in un'unica rete riconoscibile.

Va detto per completezza che un modello di questo tipo non è privo di limiti: codici volontari e reti di questo genere rischiano il "greenwashing" se l'adesione non è accompagnata da verifiche indipendenti, e la loro efficacia dipende in larga parte dalla credibilità e dalla continuità dell'organizzazione che li promuove — esattamente ciò che il B.A.U.M. è riuscito a costruire in oltre quarant'anni di attività ininterrotta.

Fonti: B.A.U.M. e.V. (baumev.de), Wikipedia, Lobbyregister des Deutschen Bundestages, Confindustria

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