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Una transizione verso diete più sane e sostenibili non è solo una questione di salute individuale: secondo una nuova ricerca pubblicata su Nature, potrebbe ridurre in modo significativo lo sfruttamento del suolo a livello globale, con effetti misurabili già entro il 2050. Allo stesso tempo, però, non tutti hanno interesse a che questo cambiamento avvenga.

I numeri di partenza

Il sistema alimentare attuale, fortemente orientato alla carne e basato su un'agricoltura di scala industriale, pesa sulla salute e sull'ambiente in modo sproporzionato: è responsabile di circa un terzo delle emissioni di gas serra di origine umana. Quasi metà della superficie terrestre abitabile del pianeta è oggi impiegata per l'allevamento e la coltivazione di mangimi destinati agli animali. Nel frattempo, circa un terzo di tutto il cibo prodotto viene perso o sprecato lungo la filiera.

Lo studio: cosa cambierebbe con una transizione alimentare

Un gruppo di ricerca guidato da Matthew Gibson della Cornell University, in collaborazione con l'Università Humboldt di Berlino e il Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha confrontato due scenari al 2050 utilizzando dieci diversi modelli globali dei sistemi alimentari: uno scenario "business as usual" e uno scenario di trasformazione basato su diete più sane (sul modello della "Planetary Health Diet", a base prevalentemente vegetale), maggiore produttività agricola e dimezzamento dello spreco alimentare.

I risultati, coerenti su tutti i modelli utilizzati, sono netti: rispetto allo scenario inerziale, la transizione alimentare potrebbe ridurre l'uso globale di suolo agricolo del 9% entro il 2050, e il valore della produzione zootecnica del 60%. La produzione agricola complessiva scenderebbe del 17% rispetto allo scenario di riferimento, un calo dovuto soprattutto ai cambiamenti nella filiera della carne. Questi cali sarebbero in parte compensati da una crescita del 23% nel valore della produzione di verdura, frutta, legumi e frutta secca.

Sul fronte ambientale, lo scenario di trasformazione porterebbe entro il 2050 a una riduzione del 76% delle emissioni nette di CO₂ legate ai cambiamenti d'uso del suolo agricolo, e a un calo di un terzo delle emissioni dirette di metano e protossido di azoto dalla produzione agricola. Un ulteriore studio collegato stima che una dieta di questo tipo potrebbe evitare fino a 15 milioni di morti premature ogni anno a livello globale.

Una transizione più economica, non più costosa

Un punto controintuitivo emerso dallo studio riguarda i costi: secondo i ricercatori, continuare sulla rotta attuale è in realtà l'opzione più costosa. Nutrire una popolazione mondiale in crescita fino al 2050 con una dieta sana manterrebbe il valore complessivo della produzione agricola su livelli simili a quelli del 2020, riducendo al contempo i costi ambientali e sanitari rispetto allo scenario inerziale. Le regioni più dipendenti dall'allevamento, tuttavia, rischiano di subire pressioni economiche significative, motivo per cui i ricercatori sollecitano politiche agricole e alimentari coerenti, capaci di sostenere queste aree durante la transizione.

Chi ha interesse a rallentare il cambiamento

Se i dati scientifici sono chiari, altrettanto documentate sono le resistenze organizzate da parte di alcuni settori industriali. Diverse inchieste giornalistiche e report di think tank indipendenti hanno ricostruito, negli ultimi anni, le strategie con cui l'industria della carne e dei prodotti lattiero-caseari cerca di rallentare le politiche di transizione alimentare.

Un'analisi ha rilevato come le principali aziende del comparto zootecnico abbiano costruito narrazioni pubbliche in aperta contraddizione con le raccomandazioni scientifiche dell'IPCC e con la revisione EAT-Lancet del 2019 sulla transizione verso sistemi alimentari sostenibili. Tra le tattiche più comuni segnalate figurano la messa in dubbio del consenso scientifico, l'invocazione della necessità di "più tempo" prima di agire, e l'uso della sicurezza alimentare locale come argomento per bloccare qualunque riforma del sistema, senza però riconoscere il ruolo degli alimenti di origine animale nell'insicurezza alimentare stessa.

Un'altra ricerca ha documentato quasi un milione di contenuti social classificati come disinformazione riconducibile agli interessi dell'industria della carne e dei latticini, spesso mescolando teorie del complotto con proposte politiche reali per alimentare l'opposizione pubblica a riforme concrete.

Le porte girevoli tra industria e politica restano un ulteriore nodo critico: inchieste giornalistiche hanno documentato figure con ruoli di responsabilità politica sull'agricoltura provenienti direttamente da organizzazioni di settore legate a carne e latticini, un elemento che secondo diversi osservatori contribuisce a rallentare l'adozione di politiche allineate alle raccomandazioni scientifiche su clima e alimentazione.

Il nodo di fondo

Lo studio della Cornell University dimostra che il cambiamento nella direzione di diete più sane e sostenibili sarebbe tecnicamente ed economicamente vantaggioso su scala globale, oltre che benefico per salute e ambiente. La distanza tra questa evidenza scientifica e le politiche effettivamente adottate a livello europeo e globale sembra spiegarsi, almeno in parte, con gli interessi economici di filiere che oggi traggono profitto dal modello attuale di consumo, e che dispongono di risorse significative per influenzare il dibattito pubblico e le decisioni politiche in materia.

Fonti: studio pubblicato su Nature (Gibson et al., Cornell University, Università Humboldt di Berlino, Potsdam Institute for Climate Impact Research); natur.de; rinnovabili.it; ESG News; LifeGate; economiacircolare.com