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Mentre il dibattito pubblico continua a oscillare tra la difesa del capitalismo di mercato e la nostalgia di modelli pianificati falliti, esiste da oltre quindici anni una terza via concreta, già praticata da migliaia di imprese in tutto il mondo: l'Economia del Bene Comune (Gemeinwohl-Ökonomie, ECG). Un modello che merita molta più attenzione di quanta ne riceva oggi, perché affronta di petto il limite più evidente dell'economia contemporanea: misuriamo il successo di un'impresa con un solo numero, il profitto, ignorando sistematicamente tutto ciò che quel numero non racconta.

Un'idea nata dalla crisi, non dall'ideologia

L'Economia del Bene Comune è stata ideata nel 2010 dall'economista e attivista austriaco Christian Felber, già fondatore di Attac Austria, insieme a un gruppo di imprenditori che condividevano la stessa insoddisfazione verso un sistema che, nelle parole dello stesso Felber, "sta funzionando al contrario": il denaro è diventato un fine in sé, invece di restare un mezzo per ciò che conta davvero, una buona vita per tutti. Non è un progetto teorico rimasto sulla carta: oggi coinvolge oltre 7mila persone e più di 2mila imprese nel mondo, di cui circa 500 aderiscono a tutti gli effetti stilando un vero e proprio bilancio del bene comune, verificato da un audit esterno tra pari. Il movimento è attivo anche in Italia, con una rete di associazioni locali che supportano le imprese interessate a intraprendere il percorso.

Il cuore del modello: il Bilancio del Bene Comune

Lo strumento operativo centrale dell'ECG è il cosiddetto Bilancio del Bene Comune, una sorta di bilancio parallelo a quello finanziario tradizionale. Le imprese si autovalutano, con verifica esterna, su cinque valori fondamentali — dignità umana, solidarietà e giustizia sociale, sostenibilità ambientale, giustizia economica e cogestione, trasparenza e partecipazione democratica — nei loro rapporti con tutti gli stakeholder: fornitori, soci e finanziatori, dipendenti, clienti, comunità di riferimento. Il risultato è un punteggio pubblico, che rende visibile e confrontabile ciò che il bilancio finanziario tradizionale lascia sistematicamente fuori campo: quanto un'impresa contribuisce davvero al benessere collettivo, non solo ai profitti dei suoi azionisti.

Perché è un'idea potente: le opportunità concrete

Rendere finalmente visibile ciò che oggi resta invisibile. Il bilancio finanziario tradizionale non registra il benessere dei dipendenti, l'impatto ambientale reale, il contributo di un'impresa alla propria comunità. L'ECG capovolge questa logica: costringe le imprese a rendere conto pubblicamente anche di ciò che finora restava fuori da ogni rendicontazione, in modo strutturato e comparabile tra aziende diverse.

Un modello di mercato, non contro il mercato. A differenza di proposte più radicali che vorrebbero abolire la proprietà privata o il profitto, l'ECG non nega l'economia di mercato: la orienta verso obiettivi diversi dalla pura massimizzazione del profitto. Le imprese restano imprese, competono, innovano — ma lo fanno secondo un codice etico condiviso e con l'obiettivo dichiarato della cooperazione, non solo della competizione a somma zero. Questo lo rende un modello molto più facilmente adottabile dal tessuto imprenditoriale esistente rispetto ad alternative più radicali.

Il potenziale, ancora largamente inespresso, degli incentivi legati al punteggio. L'idea più ambiziosa di Felber, finora sperimentata solo in alcuni contesti locali (soprattutto in Austria e Germania, con criteri di preferenza in alcuni appalti pubblici comunali), è che le imprese con un punteggio di Bene Comune più alto dovrebbero ottenere vantaggi concreti: aliquote fiscali ridotte, corsie preferenziali negli appalti pubblici, condizioni di credito migliori. Se applicata su scala più ampia, questa leva trasformerebbe il mercato stesso in un meccanismo che premia sistematicamente chi genera valore sociale e ambientale, invece di lasciare che sia solo il prezzo più basso a vincere ogni gara.

Sinergia naturale con le normative europee già in arrivo. L'ECG si inserisce in un momento storico particolarmente favorevole: la CSRD europea impone già la rendicontazione di sostenibilità alle grandi imprese, e strumenti come il Passaporto Digitale di Prodotto renderanno tracciabile l'intera filiera produttiva. L'Economia del Bene Comune offre alle imprese un framework valoriale già pronto, collaudato da oltre un decennio di pratica, in cui inserire questi obblighi tecnici che altrimenti rischiano di restare puri adempimenti burocratici, privi di una visione d'insieme.

Un antidoto alla sfiducia verso l'economia. In un'epoca segnata da crisi finanziarie, precarietà diffusa e crescente disillusione verso il capitalismo tradizionale, l'ECG offre qualcosa che le pure statistiche di crescita del PIL non riescono a dare: un modello in cui i valori costituzionali di dignità, solidarietà e giustizia sociale, già scritti in gran parte delle costituzioni democratiche, tornano a orientare concretamente l'attività economica quotidiana, invece di restare principi astratti confinati ai testi di diritto.

I limiti da non sottovalutare

Un'analisi onesta non può ignorare le difficoltà reali. Lo stesso Felber ammette che il movimento "cresce troppo lentamente": la maggior parte delle imprese aderenti restano PMI o realtà del terzo settore già sensibili al tema, mentre la conversione di grandi multinazionali è ancora rarissima. Gli incentivi fiscali e di appalto immaginati da Felber restano perlopiù proposte politiche, non norme vigenti su scala nazionale o europea. E compilare un Bilancio del Bene Comune richiede tempo e competenze che molte piccole imprese, prese dalla gestione quotidiana, faticano a trovare, mentre il sistema di verifica tra pari non ha ancora la robustezza istituzionale di uno standard contabile internazionalmente riconosciuto.

In sintesi

L'Economia del Bene Comune resta oggi più un movimento culturale e un laboratorio di policy che un sistema economico pienamente istituzionalizzato. Ma proprio in questo sta il suo potenziale più interessante: dimostra, con oltre 500 imprese già certificate nel mondo, che è possibile costruire un modello economico praticabile, non ideologico, capace di misurare e premiare ciò che davvero conta per una società — dignità, solidarietà, sostenibilità, giustizia — senza rinunciare ai meccanismi di mercato che conosciamo. La domanda aperta non è se il modello funzioni a livello di singola impresa, cosa già dimostrata, ma se la politica avrà il coraggio di trasformare questi principi in leve fiscali e normative concrete, capaci di farlo crescere dalla nicchia virtuosa in cui si trova oggi verso una vera alternativa di sistema.

Fonti: Christian Felber, "L'economia del bene comune" (Tecniche Nuove); economia-del-bene-comune.it; Avvenire; Vita.it