Vista al microscopio, la parte più innovativa dell'elettrolizzatore di Hysata assomiglia a una banalissima spugna da cucina. È attorno a quel pezzo di schiuma polimerica porosa che l'azienda australiana ha costruito una tecnologia che rivendica il record mondiale di efficienza nella produzione di idrogeno verde, e che ora si prepara al grande salto: il governo australiano ha stanziato fino a 49 milioni di dollari australiani (circa 30 milioni di euro) per finanziare, all'interno di un progetto complessivo da quasi 98 milioni, la prima linea di produzione in serie dei suoi elettrolizzatori "capillary-fed" a Port Kembla, nel Nuovo Galles del Sud. L'annuncio, dato il 18 settembre 2026 dall'agenzia governativa ARENA (Australian Renewable Energy Agency), arriva a pochi mesi dal primo ordine commerciale vincolante su scala megawatt firmato dall'azienda con un gruppo industriale internazionale.
TRL 7-8 — Pre-commerciale: tecnologia validata in progetti pilota e dimostrativi, primo ordine commerciale firmato, linea di produzione in serie in fase di realizzazione
Impatto potenziale: alto
Il problema: l'elettrolisi convenzionale spreca troppa energia (e denaro)
Il costo dell'idrogeno verde dipende in larghissima parte da un solo fattore: quanta elettricità rinnovabile serve per scindere una molecola d'acqua in idrogeno e ossigeno. Gli elettrolizzatori alcalini e a membrana a scambio protonico (PEM) oggi più diffusi sul mercato raggiungono, secondo i dati citati dalla stessa Hysata, un'efficienza complessiva del 75% o inferiore, con consumi energetici che si aggirano tipicamente tra i 47,5 e i 52-55 kWh per chilogrammo di idrogeno prodotto, a fronte di un limite termodinamico teorico di circa 39,4 kWh/kg. Quel margine di inefficienza si traduce direttamente in bolletta elettrica, ed è il motivo per cui, nonostante anni di annunci, l'idrogeno prodotto per elettrolisi resta ancora oggi più caro — spesso 3-6 dollari al chilogrammo — di quello ottenuto dal gas naturale.
Una spugna al posto degli elettrodi immersi: come funziona la cella capillare
La tecnologia sviluppata da un gruppo di ricerca dell'Università di Wollongong e pubblicata nel 2022 sulla rivista Nature Communications affronta il problema da un'angolazione diversa rispetto ai concorrenti. Negli elettrolizzatori convenzionali gli elettrodi restano completamente immersi nell'elettrolita liquido: le bolle di idrogeno e ossigeno che si formano sulla loro superficie durante la reazione creano resistenza elettrica e generano calore disperso, che va poi smaltito con sistemi di raffreddamento dedicati. Hysata capovolge l'impostazione: l'idrossido di potassio, l'elettrolita impiegato, viene trasportato agli elettrodi non per immersione ma per capillarità, attraverso un separatore in schiuma polimerica — descritto dalla stessa azienda come simile, al microscopio, a una spugna da cucina — che sfrutta le forze di Van der Waals per "risucchiare" il liquido dal basso verso l'alto. Il risultato è che gli elettrodi restano umidi ma non sommersi, i gas prodotti evolvono in camere separate e asciutte invece di gorgogliare sulla superficie attiva, e il calore generato si riduce, secondo l'azienda, di circa dieci volte rispetto a un sistema tradizionale, abbattendo di conseguenza anche il fabbisogno di raffreddamento.
I numeri: 98% di efficienza di cella, 41,5 kWh per ogni chilogrammo di idrogeno
Nei test di laboratorio pubblicati e sottoposti a revisione paritaria, la cella capillare di Hysata ha raggiunto un'efficienza del 98% (condizioni di 0,5 A/cm², 85°C, 1,51 V), con un consumo energetico di 40,4 kWh/kg. A livello di sistema completo — cella più tutta l'elettronica ausiliaria necessaria a farla funzionare in un impianto reale — l'azienda dichiara un'efficienza del 95% e un consumo di 41,5 kWh/kg, un dato che non è stato sottoposto a revisione paritaria esterna ma che, se confermato su impianti di taglia industriale, resterebbe comunque nettamente sotto la soglia dei sistemi alcalini e PEM oggi in commercio. Tradotto in pratica: circa il 20% di elettricità in meno per produrre la stessa quantità di idrogeno, secondo quanto dichiarato dal CEO Paul Barrett, che riassume il vantaggio competitivo dell'azienda in una formula semplice — "più idrogeno per megawatt, e più prodotto per ogni linea produttiva, quindi idrogeno più economico".
Dal laboratorio al primo ordine commerciale: una traiettoria di quattro anni
Il percorso di Hysata verso il mercato è stato scandito da tappe ben documentate. Dopo la pubblicazione scientifica del 2022, l'azienda ha inaugurato nell'agosto 2023 il suo primo stabilimento a Port Kembla, sostenuto da un primo finanziamento ARENA da 20,9 milioni di dollari australiani per lo sviluppo commerciale, e ha condotto un progetto dimostrativo su scala commerciale il cui rapporto conclusivo — un "lessons learned report" — è stato pubblicato da ARENA nel settembre 2025. Nel 2023 l'azienda aveva anche annunciato circa 9,4 gigawatt di ordini "condizionali", cifra che secondo gli osservatori di settore non equivaleva però a impegni commerciali vincolanti. Il salto di qualità è arrivato solo nel giugno 2026, quando Hysata ha firmato il suo primo ordine binding su scala megawatt con un gruppo industriale pesante internazionale (il nome del cliente non è stato reso pubblico): la prima vendita che trasforma l'interesse dichiarato dal mercato in un contratto reale.
La nuova fabbrica: una linea "che impara" e una capacità fino a 200 MW l'anno
È su questa base che si innesta l'annuncio del 18 settembre 2026: il finanziamento ARENA da 49 milioni di dollari australiani, erogato attraverso il Future Made in Australia Innovation Fund, sosterrà la costruzione di una linea di produzione in serie che parte da una capacità di 50 MW l'anno ed è progettata per crescere fino a 200 MW l'anno lavorando su turni continui, il che la renderebbe il più grande stabilimento di produzione di elettrolizzatori dell'emisfero australe. Lo stabilimento, di 8.500 metri quadrati, ospiterà a regime tre linee produttive dedicate rispettivamente a elettrodi, membrane e assemblaggio di celle e stack: la prima, quella degli elettrodi, è entrata in funzione proprio il 18 settembre 2026. Una caratteristica distintiva del progetto è l'uso dell'intelligenza artificiale per ottimizzare in tempo reale il processo produttivo stesso: secondo quanto riportato dalla testata specializzata RenewEconomy, il sistema raccoglie ed elabora dati di produzione per affinare continuamente i parametri delle macchine, un approccio che l'azienda descrive come una linea capace di "imparare" centinaia di milioni di volte al giorno. Il progetto porterà inoltre a circa 40 nuove posizioni di lavoro qualificato tra ingegneria, tecnica e produzione, sostenute anche da percorsi formativi dedicati con l'Università di Wollongong e il TAFE NSW Illawarra. La prima unità di grande taglia uscita dalla nuova linea è attesa presso il cliente industriale nella prima metà del 2027.
Le riserve: l'efficienza non basta, serve la durata
Non tutte le voci di settore guardano ai numeri di Hysata senza riserve. Diverse analisi tecniche indipendenti sottolineano che il dato più critico, e ancora non del tutto verificato su impianti in esercizio pluriennale, è la durabilità della cella capillare nel tempo: una tecnologia che parte da un'efficienza più alta ma degrada più rapidamente di una soluzione convenzionale meno performante ma più stabile potrebbe, alla lunga, non tradursi in un reale vantaggio economico per chi acquista l'impianto. È un rilievo che si inserisce in un quadro più ampio di cautela verso il settore degli elettrolizzatori, dove il passaggio dagli annunci di capacità "pipeline" — spesso condizionali e non vincolanti — a contratti di fornitura realmente eseguiti è stato finora più lento delle attese di molti analisti.
Perché interessa il settore
Il caso Hysata è interessante non tanto per un singolo primato di laboratorio, quanto perché segna il passaggio — tutt'altro che scontato nel comparto degli elettrolizzatori — da un annuncio tecnologico a una filiera produttiva reale: una tecnologia pubblicata su rivista scientifica nel 2022, validata in un progetto dimostrativo commerciale, tradotta in un primo ordine vincolante nel 2026 e ora sostenuta da una linea di produzione in serie con tempi di consegna dichiarati. Se i dati di efficienza dichiarati per il sistema completo reggeranno la prova dell'esercizio reale — il nodo aperto resta proprio la durabilità nel tempo — una riduzione di circa un quinto del consumo elettrico per chilogrammo di idrogeno prodotto peserebbe in modo diretto sul costo finale, in un settore, quello dei materiali energetici a basse emissioni per l'industria pesante (siderurgia, chimica, trasporto marittimo), dove ogni frazione di punto percentuale di efficienza si traduce in milioni di euro di elettricità risparmiata su impianti che restano in funzione per decenni. Non è l'unica strada che il settore sta esplorando per abbassare il costo dell'idrogeno pulito: come raccontato in un articolo precedente, anche le pile a ossido solido reversibili puntano a rendere l'elettrolisi più efficiente sfruttando il calore di scarto industriale; la scommessa di Hysata è invece tutta giocata sull'ingegneria della cella elettrochimica in sé. Il vero banco di prova, per entrambi gli approcci, resterà nei prossimi anni il passaggio dagli impianti dimostrativi alla produzione e all'esercizio su scala industriale.
Fonti:
- ARENA, "Australian hydrogen innovation set for commercial manufacturing boost with ARENA funding"
- Hydrogen Insight, "Hysata secures government funding to build manufacturing line for its novel ultra-efficient electrolysers"
- RenewEconomy, "Australian green hydrogen hopeful launches AI-backed electrolyser production line"
- Hysata, "Hysata's electrolyser breaks efficiency records, enabling world-beating green hydrogen cost"