Sotto la Toscana, l'Appennino ligure-emiliano e il bacino del Po potrebbero nascondersi milioni di tonnellate di idrogeno naturale (o "bianco"), il gas che si forma spontaneamente nel sottosuolo senza bisogno di elettrolizzatori né di energia elettrica per produrlo. A dirlo non è una start-up in cerca di investitori, ma il CNR, che il 31 agosto 2026 ha reso pubblica la prima mappa geologica italiana di prospettività per questa risorsa, frutto di uno studio pubblicato sulla rivista International Journal of Hydrogen Energy. Non si tratta di un giacimento scoperto e pronto da sfruttare, ma di un nuovo metodo scientifico che indica per la prima volta, in modo sistematico, dove in Italia converrebbe cercarlo.
TRL 2-3 — Ricerca esplorativa: metodologia di analisi geologica validata su dati esistenti, nessuna perforazione o attività estrattiva ancora avviata
Impatto potenziale: medio
Che cos'è l'idrogeno naturale e perché fa gola
A differenza dell'idrogeno verde, ottenuto scindendo l'acqua con elettricità rinnovabile, o di quello grigio, ricavato dal gas naturale, l'idrogeno naturale (in inglese natural o geologic hydrogen, in Italia noto anche come idrogeno "bianco") si genera spontaneamente nel sottosuolo attraverso reazioni chimiche tra rocce e fluidi, senza alcun intervento industriale a monte. Se le stime di potenziale dovessero essere confermate da future campagne di esplorazione, sarebbe una fonte di idrogeno a costo di produzione potenzialmente molto più basso di quello elettrolitico: l'analista WoodMackenzie, citato da diversi osservatori di settore, ha stimato che l'idrogeno naturale prodotto su scala potrebbe arrivare a costare meno di 1 dollaro al chilogrammo, contro i 3-6 dollari tipici dell'idrogeno verde odierno. È un tema relativamente nuovo a livello mondiale: l'unico sito con produzione commerciale attiva oggi è quello di Bourakébougou, in Mali, dove un pozzo perforato per errore negli anni '80 alimenta da tempo un piccolo generatore elettrico locale. Ma negli ultimi anni Stati Uniti, Francia, Australia e altri paesi hanno avviato campagne di esplorazione dedicate, nella convinzione che il sottosuolo terrestre custodisca riserve di idrogeno naturale ben più diffuse di quanto si pensasse.
Il problema: sapere dove cercare, prima di scavare
Il nodo centrale per qualunque campagna di esplorazione geologica è capire dove concentrare le risorse, spesso ingenti, necessarie per le indagini sul campo e le eventuali perforazioni. Finora, in Italia, mancava uno strumento sistematico per farlo: le segnalazioni di emissioni di idrogeno in superficie sono sporadiche e, come sottolineano gli stessi autori dello studio, la loro assenza in un'area non permette di escludere che in profondità esista comunque un sistema geologico favorevole alla generazione di idrogeno. Serviva quindi un metodo che non si limitasse a censire le emissioni già note, ma che stimasse anche il potenziale nascosto sulla base delle caratteristiche geologiche profonde.
L'H2 Prospectivity Index: come funziona il nuovo metodo
Il gruppo di ricerca, coordinato da Chiara Boschi dell'Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR (CNR-IGG) insieme a Sapienza Università di Roma e all'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), ha messo a punto un indice chiamato H2 Prospectivity Index, costruito integrando dati geologici, geofisici e geochimici all'interno di un sistema informativo territoriale (GIS). Il metodo distingue due tipi di informazioni: le "evidenze" dirette, come emissioni di idrogeno già misurate, sorgenti di acque alcaline o anomalie magnetiche, e le "condizioni" geologiche di contesto, come la presenza di rocce sorgente adatte, un elevato flusso di calore terrestre e un'architettura geologica compatibile con l'accumulo del gas. Combinando questi elementi, l'indice permette di confrontare aree geologicamente diverse tra loro e di segnalare dove servono nuove indagini per colmare le lacune conoscitive, invece di limitarsi a fotografare ciò che già si conosce.
Lo studio individua tre meccanismi geologici principali capaci di generare idrogeno nel sottosuolo italiano: la serpentinizzazione, cioè la reazione tra acqua e rocce peridotitiche che libera idrogeno come sottoprodotto; l'alterazione idrotermale di rocce ignee da parte di fluidi caldi in risalita; e la degradazione termogenica della materia organica sepolta in profondità, un processo che nello studio viene collocato in un intervallo di temperatura tra 200°C e 600°C.
Le aree più promettenti in Italia
Applicando l'indice al territorio nazionale, la Toscana emerge come l'area a maggiore prospettività (indice pari a 1,0 nella scala relativa costruita dai ricercatori), grazie alla combinazione di estesi volumi di rocce granitoidi, un flusso geotermico tra i più elevati d'Europa, sistemi idrotermali attivi e la presenza di emissioni di idrogeno già documentate in letteratura scientifica. Seguono, a distanza, l'Appennino ligure-emiliano-toscano (indice 0,83), il bacino sedimentario del Po (0,77) e il Massiccio di Voltri, tra Liguria e Piemonte (0,72), quest'ultimo ricco di rocce serpentinitiche particolarmente favorevoli al meccanismo di serpentinizzazione.
Quanto idrogeno c'è, in teoria
Per dare un ordine di grandezza al potenziale, i ricercatori hanno applicato il modello a un volume di riferimento di 100 chilometri cubi di roccia reattiva, una soglia scelta perché in linea di principio compatibile con una produzione sostenuta di circa 0,5 milioni di tonnellate di idrogeno all'anno per 20 anni. Su questa base, le stime indicano un potenziale teorico di 3-25 milioni di tonnellate di idrogeno accumulabile nelle rocce serpentinitiche e di 1-10 milioni di tonnellate in quelle granitoidi, per un totale complessivo dell'ordine di 35 milioni di tonnellate a livello nazionale, a fronte di circa 30.000 chilometri quadrati di rocce sorgente potenzialmente idonee affioranti sul territorio italiano. Gli stessi autori invitano però alla massima cautela nel leggere questi numeri: si tratta di stime teoriche di potenziale geologico, non di risorse già individuate o tantomeno accertate tramite perforazioni esplorative. Per passare dalla stima alla scoperta di un giacimento realmente sfruttabile servono ancora analisi geochimiche di dettaglio, modelli tridimensionali ad alta risoluzione del sottosuolo e, alla fine, pozzi esplorativi mirati.
Perché interessa il settore
Lo studio, realizzato nell'ambito del progetto NHEAT (Natural Hydrogen for Energy trAnsiTion), finanziato dall'Unione Europea attraverso NextGenerationEU e dal Ministero dell'Università e della Ricerca nel quadro dei progetti PRIN PNRR 2022, colloca l'Italia tra i pochi paesi al mondo dotati di una metodologia quantitativa e riproducibile per la prospezione dell'idrogeno naturale, un campo di ricerca ancora giovane a livello internazionale ma seguito con crescente attenzione da agenzie geologiche e aziende energetiche in Nord America, Francia e Australia. Se le aree indicate dalla mappa dovessero essere confermate da future campagne di esplorazione, l'idrogeno naturale potrebbe rappresentare per l'Italia una fonte energetica a basso costo di produzione e potenzialmente a basso impatto climatico, da affiancare — non da sostituire nel breve termine — alla filiera dell'idrogeno verde prodotto da elettrolisi con energia rinnovabile, oggi ancora penalizzata da costi più elevati. Resta, come sempre in questa fase della ricerca, la differenza sostanziale tra un potenziale geologico stimato su carta e un giacimento economicamente estraibile: colmarla richiederà anni di indagini sul campo, investimenti in perforazioni esplorative e, non da ultimo, lo sviluppo di tecnologie di estrazione dedicate, che oggi esistono solo in forma sperimentale in pochissimi siti al mondo.
Fonte: CNR, "Idrogeno naturale: la prima mappa italiana delle aree più promettenti per l'esplorazione", studio pubblicato su International Journal of Hydrogen Energy, vol. 266 (2026), con approfondimenti da Rinnovabili.it, "Toscana, Po e Alpi: ecco la prima mappa dell'idrogeno naturale in Italia".