Nella grande fattoria della geopolitica c'è sempre un animale pronto a proclamarsi il custode dell'ordine mentre rovescia il recinto, calpesta il raccolto e poi accusa gli altri di aver sporcato la stalla.
Oggi il ruolo del gallo che canta per primo è conteso tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump: due protagonisti di una stessa commedia del potere, dove la parola "sicurezza" viene ripetuta come una formula magica capace di giustificare qualsiasi cosa.
Netanyahu si presenta come il difensore di Israele, il comandante indispensabile, l'uomo che non può essere sostituito perché il mondo sarebbe troppo pericoloso senza di lui. Una narrazione perfetta: il leader che crea una situazione permanente di emergenza e poi si offre come unica soluzione possibile.
La tragedia di Gaza, con il suo immenso carico di vittime civili e distruzione, ha trasformato questa narrazione in una domanda inquietante: dove finisce il diritto alla difesa e dove comincia la punizione di un'intera popolazione?
Le accuse internazionali contro il governo israeliano sono gravissime, comprese quelle relative a possibili crimini di guerra e genocidio. Netanyahu respinge ogni accusa e sostiene che la guerra sia contro Hamas. Ma milioni di persone nel mondo osservano le macerie e si chiedono se la risposta militare abbia superato ogni limite umano e politico.
E poi arriva il grande alleato d'oltreoceano: Donald Trump, il presidente che ha fatto della politica estera un palcoscenico personale, dove ogni tragedia diventa un'opportunità per una fotografia, uno slogan o un accordo da vendere come "storico".
Trump e Netanyahu sembrano parlare la stessa lingua: quella della forza come soluzione universale, della diplomazia ridotta a spettacolo e della sofferenza dei civili trasformata in una nota a margine. I critici accusano Trump di aver offerto una copertura politica alle scelte più controverse del governo Netanyahu, privilegiando l'alleanza strategica rispetto alla pressione per il rispetto del diritto internazionale.
Nella loro versione del mondo, i potenti siedono al tavolo e decidono il destino dei popoli come se fossero pedine su una scacchiera. Le vittime diventano "danni collaterali", le proteste diventano "ostilità", le domande diventano "attacchi politici".
È la vecchia favola del potere: quando il lupo mangia le pecore, sostiene che sta difendendo il gregge da un pericolo più grande.
Ma la storia ha una memoria lunga. Ricorda i leader che hanno confuso la forza con la ragione, la propaganda con la verità, la vendetta con la sicurezza.
Netanyahu rischia di essere ricordato non soltanto per le decisioni prese durante una guerra devastante, ma per aver trasformato la paura in uno strumento permanente di governo. Trump rischia di essere ricordato come il leader che, pur avendo il peso politico per influenzare gli eventi, ha scelto la fedeltà all'alleato invece della pressione per fermare una tragedia umanitaria.
Nel frattempo, mentre i potenti discutono di confini, strategie e vittorie, la gente comune continua a pagare il conto: israeliani e palestinesi intrappolati in una spirale dove il dolore di uno diventa la giustificazione del dolore dell'altro.
La vera sconfitta non sarà solo militare o diplomatica. Sarà morale.
Perché un giorno, quando la polvere delle macerie sarà scesa, resterà una domanda semplice e terribile: chi aveva il potere di fermare la tragedia e ha scelto di non farlo?
La fattoria dei potenti: Netanyahu, Trump e il grande banchetto sulla pelle dei popoli
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