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Ferrara — 2026. Nessun modulo è stato ancora costruito, e nessun cittadino può per ora sedersi all'ombra di una delle strutture immaginate per proteggere il centro storico di Ferrara dalle ondate di calore. Quello che esiste oggi è un progetto vincitore di un concorso di idee, un piano di adattamento climatico appena completato e una serie di numeri molto precisi su quanto quei rifugi dovrebbero costare e quanto dovrebbero raffreddare le strade del sito Patrimonio dell'Umanità Unesco. Si chiama DOMINO ed è la proposta selezionata dal Comune di Ferrara, nell'ambito del progetto europeo Interreg Italia-Croazia CAMPUS, per affrontare un problema che il capoluogo estense conosce bene: le cappe di calore che si formano tra i vicoli medievali e i palazzi rinascimentali nei mesi più caldi. Per ora resta uno studio di fattibilità, non un cantiere: un tassello di un piano più ampio che il Comune dovrà decidere se, come e quando trasformare in opere reali.

Come funziona DOMINO: moduli da 240 centimetri assemblabili in sei taglie

Il progetto è firmato dall'architetto Andrea Rinaldi, dello studio ferrarese Laboratorio di Architettura, e si basa su un singolo modulo base alto 300 centimetri e largo 240 per 240, pensato per essere combinato in due configurazioni: il Tipo A, un involucro protettivo chiuso, e il Tipo B, un porticato leggero sorretto da pilotis sottili in acciaio. Entrambe le configurazioni sono scalabili in sei taglie, da XS a XXL, in modo da poter essere adattate a piazze, vicoli e slarghi di dimensioni molto diverse tra loro senza dover ridisegnare il progetto da zero per ogni sito.

Ogni modulo è pensato per essere montato e smontato a secco, senza opere murarie che intaccherebbero il suolo storico del centro Unesco: la struttura portante è in legno e acciaio, il rivestimento esterno in alluminio opaco o in Krion, un materiale minerale composito, mentre i tamponamenti interni sono realizzati in pannelli OSB ricavati da legno riciclato, con isolamento in poliestere anch'esso di recupero e superfici interne in resina lavabile. Anche la scelta cromatica segue una logica di inserimento nel contesto: nei punti più vicini ai monumenti i moduli riprendono le tonalità della terracotta locale, mentre altrove possono assumere un bianco a contrasto, pensato per segnalarne la funzione pubblica.

Da 36 a 28 gradi senza impianti attivi

Il dato più citato del progetto riguarda le sue prestazioni climatiche dichiarate: secondo la proposta di Rinaldi, i moduli dovrebbero riuscire ad abbassare la temperatura percepita al loro interno da 36 a 28 gradi centigradi senza bisogno di impianti di climatizzazione attivi, affidandosi invece a un mix di ombreggiamento, ventilazione naturale e raffrescamento adiabatico, la tecnica che sfrutta l'evaporazione dell'acqua per abbassare la temperatura dell'aria circostante. Ogni modulo prevede inoltre un impianto fotovoltaico da 1 kilowatt di picco, sufficiente ad alimentare l'illuminazione, le pompe per la nebulizzazione dell'acqua e altri consumi elettrici di piccola entità, rendendo la struttura energeticamente autonoma rispetto alla rete cittadina. A completare il pacchetto tecnologico, le superfici esterne sono trattate con rivestimenti fotocatalitici, capaci di abbattere per reazione chimica una parte degli ossidi di azoto e dell'anidride solforosa presenti nell'aria a contatto con la struttura.

Otto punti della città, a dieci minuti di cammino l'uno dall'altro

Il progetto non immagina un singolo rifugio isolato, ma una piccola rete diffusa nel centro storico: gli otto siti individuati sono Porta degli Angeli, Palazzo dei Diamanti, viale Cavour, largo Castello, corso Giovecca, piazza Gobetti, Porta Paola e via del Cammello, scelti in modo da restare tutti raggiungibili l'uno dall'altro in non più di dieci minuti a piedi. È un'impostazione pensata per accompagnare chi si sposta a piedi nelle ore più calde della giornata, offrendo punti di sosta regolari lungo i percorsi più frequentati della città, invece di concentrare la protezione dal caldo in un unico grande intervento.

Il progetto fornisce già alcune stime di costo per configurazioni-tipo pensate per tre di questi siti: un allestimento da tre moduli a corso Giovecca avrebbe un costo base di circa 31.265 euro, che sale a circa 42.102 euro comprendendo IVA al 10% e spese accessorie; un allestimento da cinque moduli per piazza Gobetti costerebbe circa 52.209 euro di base, circa 69.022 euro a consuntivo; mentre la configurazione più ampia, con otto moduli a Porta Paola, avrebbe un costo base di circa 83.574 euro, pari a circa 108.434 euro comprensivi di IVA e spese. Il costo indicativo del singolo modulo Tipo A, secondo le stime del progetto, si aggira intorno ai 9.122 euro.

Il piano di adattamento climatico che sta dietro al progetto

DOMINO non nasce da un concorso isolato, ma è il risultato più visibile del progetto Interreg Italia-Croazia CAMPUS, dedicato ai piani di adattamento climatico per i siti Patrimonio dell'Umanità Unesco, che ha visto come capofila il Comune di Ferrara affiancato dall'Università Iuav di Venezia come partner scientifico, dalla società di consulenza ambientale Punto 3, dal Cnr-Isac (Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima) e dalla Protezione Civile dell'Emilia-Romagna, oltre al Consorzio di Bonifica competente sul territorio ferrarese. Il progetto, presentato nel marzo 2024 e concluso nel luglio 2026, ha prodotto un Piano di Adattamento Climatico per il sito Unesco di Ferrara e del Delta del Po composto da 67 misure, suddivise tra interventi sull'area urbana, sul paesaggio rurale e sul sistema delle acque, elaborate attraverso tavoli tecnici, workshop e percorsi di ascolto della cittadinanza (i cosiddetti "living lab"). Il documento individua nelle alluvioni, nelle ondate di calore e nei periodi di siccità prolungata i tre rischi climatici principali per il territorio.

Proprio all'interno di questo piano si inserisce il concorso di idee per i rifugi climatici, promosso dal Comune insieme all'Ordine degli Architetti di Ferrara e alla Fondazione degli Architetti, che ha messo in palio un premio di 7.000 euro per il progetto vincitore. Il bando si è chiuso il 13 luglio 2026 e il verdetto della giuria — composta da rappresentanti dell'Ordine degli Agronomi e Dottori Forestali, dell'Area Unesco del Comune, dell'Ordine degli Architetti e dell'Ordine degli Ingegneri di Ferrara, oltre che dal dirigente del Settore Ambiente comunale — è stato annunciato il 20 luglio 2026, durante la conferenza finale del progetto CAMPUS, ospitata al Country Club Fossadalbero. Illustrando il senso dell'operazione, il vicesindaco di Ferrara con delega all'ambiente, Alessandro Balboni, ha dichiarato: "Con la conclusione del Progetto CAMPUS dotiamo Ferrara di uno strumento all'avanguardia, capace di coniugare la tutela del nostro patrimonio Unesco alle sfide del presente del cambiamento climatico", aggiungendo che l'amministrazione "non si è limitata ad analisi teoriche, ma è giunta a soluzioni concrete attivandosi per sviluppare un'idea di rifugio climatico modulare e sostenibile che risponde all'emergenza delle cappe di calore urbane". I risultati del progetto CAMPUS, incluso il progetto DOMINO, saranno esposti in una mostra che aprirà l'8 ottobre 2026 nella sala dell'Albo Pretorio del Municipio di Ferrara: un passaggio pensato per raccogliere reazioni e osservazioni prima di qualunque decisione su tempi e modalità di realizzazione effettiva dei moduli.

Il tema dell'adattamento al caldo urbano affianca altri interventi già segnalati in giro per il mondo, come la sperimentazione statunitense sull'asfalto riflettente raccontata nel caso dei "Cool Corridors" di Washington, anche se DOMINO punta su strutture leggere e removibili invece che su interventi permanenti sulla pavimentazione, una scelta obbligata dai vincoli di tutela di un sito Unesco.

Cosa rende il progetto replicabile

Pur trattandosi ancora di un concept vincitore di concorso e non di un'opera realizzata, l'esperienza di Ferrara offre già alcuni elementi che altre città storiche italiane, spesso alle prese con gli stessi vincoli di tutela paesaggistica, possono valutare:

  • Un montaggio a secco, senza opere murarie. L'assenza di fondazioni e di interventi permanenti sul suolo è pensata apposta per aggirare i vincoli di tutela tipici dei centri storici e dei siti Unesco, dove qualunque scavo o intervento fisso richiede autorizzazioni complesse e tempi lunghi.
  • Una modularità che permette di partire in piccolo. Le sei taglie disponibili, dalla XS alla XXL, e le stime di costo differenziate per configurazione consentono a un'amministrazione di avviare una sperimentazione limitata, magari su un solo sito, prima di impegnarsi sull'intera rete di otto punti.
  • Un percorso costruito dentro un piano di adattamento più ampio. DOMINO non è un progetto isolato, ma discende da un Piano di Adattamento Climatico strutturato in 67 misure: un impianto che altre città possono replicare a monte, prima ancora di arrivare al singolo intervento puntuale come i rifugi climatici.
  • Un concorso di idee a basso costo per selezionare le soluzioni migliori. Un premio di 7.000 euro ha permesso al Comune di raccogliere proposte progettuali articolate da parte di professionisti, un meccanismo replicabile da altre amministrazioni che vogliano esplorare soluzioni innovative senza dover commissionare direttamente uno studio di fattibilità completo.

Il commento di PINET

Il caso di Ferrara racconta bene lo stato in cui si trova oggi buona parte dell'adattamento climatico nei centri storici italiani: piani di adattamento sempre più dettagliati, ma ancora pochi cantieri veri, soprattutto dove un sito Unesco impone vincoli stringenti su ogni intervento fisico. Un concorso di idee a basso costo, seguito da uno studio di fattibilità modulare, è un modello alla portata di molti Comuni storici italiani — da Siena a Mantova, da Urbino a Matera — che condividono con Ferrara lo stesso problema di dover raffrescare spazi pubblici senza toccare pietre e facciate protette. Gli ostacoli più concreti non sembrano tecnologici: il progetto usa materiali e componenti già disponibili sul mercato. Restano invece da chiarire chi finanzierebbe la realizzazione effettiva dei moduli una volta conclusa la fase di studio, con quali tempi si passerebbe dal disegno al cantiere e come si eviterebbe che, come spesso accade a fine progetto europeo, un'idea premiata resti sulla carta. Il fatto che il Comune abbia scelto di esporre pubblicamente i risultati prima di decidere è un segnale di trasparenza apprezzabile, ma non sostituisce ancora un impegno concreto su risorse e scadenze.


Fonti: