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A Changzhou, nella provincia cinese del Jiangsu, una nuova linea produttiva ha appena iniziato a sfornare batterie che non assomigliano in nulla alle celle al litio che oggi dominano l'accumulo stazionario: niente elettrolita organico infiammabile, niente litio né terre rare, ma una chimica a nichel-idrogeno con elettrolita a base acquosa, la stessa che da decenni alimenta il telescopio spaziale Hubble e la Stazione Spaziale Internazionale. L'azienda statunitense EnerVenue, che l'ha rielaborata con materiali a basso costo per l'uso stazionario, ha avviato a fine settembre 2026 la prima linea al mondo ad alto volume per la sua Aqueous Metal Cell, puntando a eliminare dall'accumulo stazionario — e in particolare dai data center, dove il rischio di incendio delle batterie al litio è un problema impiantistico e assicurativo crescente — il vincolo del thermal runaway.

TRL 7-8 — Pre-commerciale: prima linea di produzione ad alto volume avviata, primi ordini commerciali multi-megawattora firmati, diffusione su scala multi-gigawattora ancora da raggiungere (prevista dal 2027)
Impatto potenziale: alto

Il problema: il litio non basta più, soprattutto nei data center

Lo stoccaggio stazionario su batteria è cresciuto quasi ovunque intorno alla chimica litio-ferro-fosfato (LFP), economica e ormai matura, ma non priva di un limite che pesa proprio dove la domanda di accumulo sta crescendo più in fretta: il rischio di incendio da fuga termica (thermal runaway). Negli impianti all'aperto il problema si gestisce con distanze di sicurezza e sistemi antincendio dedicati; dentro un edificio, e in particolare dentro o accanto a un data center, le stesse regole diventano molto più stringenti, con impatti su progettazione, permessi e polizze assicurative. È un vincolo che si fa sentire proprio mentre la corsa ai data center per l'intelligenza artificiale moltiplica la necessità di accumulo locale per gestire picchi di carico, continuità di alimentazione e integrazione con fonti rinnovabili in loco. È in questo spazio che EnerVenue posiziona la propria tecnologia.

Come funziona la Aqueous Metal Cell

La cella si basa su una chimica nichel-idrogeno nota da tempo nel settore aerospaziale per la sua affidabilità su tempi lunghissimi, qui riprogettata con materiali industriali a basso costo — acciaio, nichel e un composito in fibra di vetro — al posto dei materiali pregiati usati nelle applicazioni spaziali. L'elettrolita è acquoso e non infiammabile: la cella non produce la catena di reazioni esotermiche autoalimentate che innesca e propaga un incendio nelle batterie al litio, il che secondo l'azienda riduce a zero il rischio di fuga termica e consente l'installazione anche all'interno di edifici e sale data center. Il nichel è inoltre recuperabile a fine vita, un vantaggio sul fronte della gestione del fine ciclo rispetto a chimiche più difficili da riciclare.

La linea di Changzhou, numero per numero

Lo stabilimento, nel distretto di Wujin a Changzhou, si trova in un'area che ospita circa 160 aziende della filiera batterie, con fornitori chiave disponibili in un raggio di 50-100 km. La prima fase della linea, avviata a fine settembre 2026, ha una capacità di 250 MWh all'anno; l'azienda prevede di salire a 1 GWh/anno nel 2027 e a scala multi-gigawattora nel 2028, con una produzione a piena automazione stimata in circa 300 celle al giorno. Il dato più citato da EnerVenue è la durata: 30.000 cicli di carica dichiarati, contro gli 8.000-10.000 tipici di una cella litio-ferro-fosfato, sufficienti — sostiene l'azienda — a sostenere fino a tre cicli di carica/scarica al giorno per trent'anni senza manutenzione programmata delle celle. Su questa base EnerVenue propone un modello commerciale diverso da quello tipico delle batterie, vendute come asset che si deteriorano: un prodotto pensato per durare trent'anni, dice l'azienda, va trattato e giudicato come un'infrastruttura, non come un bene di consumo energetico.

Dal pilota al primo ordine commerciale multi-megawattora

La tecnologia non parte da zero: un primo impianto pilota è operativo dal novembre 2025 a Jintan, sempre nell'area di Changzhou, in collaborazione con l'utility Towngas, e celle EnerVenue risultano già in servizio, su scala contenuta, anche negli Stati Uniti, in Belgio e in Arabia Saudita. Il salto di scala arriva con il primo ordine commerciale multi-megawattora, annunciato il 28 settembre 2026: 26 unità containerizzate Energy Prism per un totale di 11 MWh, destinate a un grande produttore cinese di petrolio e gas che le impiegherà per immagazzinare l'energia di un impianto fotovoltaico in loco e restituirla alle operazioni del sito. Le prime 3 unità sono previste in consegna a dicembre 2026, le restanti 23 a marzo 2027. Il catalogo prodotti copre taglie diverse: dall'Energy Core da 30 kWh per gli UPS delle telecomunicazioni, all'Energy Cube da 108 kWh per i data center, all'Energy Rack da 150 kWh per applicazioni commerciali e di rete, fino ai container Energy Prism da 600 kWh a 1 MWh. L'azienda ha inoltre siglato memorandum d'intesa con otto aziende, tra cui Towngas, Shanghai Electric, Guangzhou Development Group e PCG Power, e conta tra i clienti attivi PowerSecure negli Stati Uniti, Radiance Energy in Canada e Horizon Power in Australia occidentale. Il percorso è sostenuto da una raccolta Serie B estesa da 300 milioni di dollari chiusa a marzo 2026 e guidata da Full Vision Capital, per un totale raccolto che supera i 700 milioni di dollari.

Una filiera ancora concentrata in Cina

Pur essendo un'azienda di origine statunitense, EnerVenue ha scelto di industrializzare la propria tecnologia in un distretto cinese della batteria già maturo, replicando lo schema seguito da molte altre chimiche emergenti (sodio-ione compreso): vicinanza ai fornitori di materiali, costi di manodopera e impianti più contenuti, filiera già rodata. È una scelta che accelera la curva di apprendimento industriale, ma che lascia per ora la produzione fisica concentrata in Cina anche per una tecnologia nata altrove, un tema che vale la pena tenere d'occhio per chi guarda alla sicurezza degli approvvigionamenti dello stoccaggio energetico, non solo per il litio ma anche per le chimiche alternative che dovrebbero diversificarlo.

Perché interessa il settore

La cella acquosa di EnerVenue si inserisce in una tendenza più ampia, che il settore dell'accumulo sta vivendo negli ultimi due anni: la ricerca di chimiche alternative al litio-ione per lo stoccaggio stazionario, dal sodio-ione ai sistemi ferro-aria, ciascuna pensata per un segmento applicativo diverso più che per sostituire integralmente il litio. Nel caso della Aqueous Metal Cell, il vantaggio competitivo non è la densità energetica — più bassa di quella del litio — ma la combinazione di sicurezza intrinseca, vita utile dichiarata molto lunga e un modello di business impostato sull'infrastruttura di lunga durata piuttosto che sull'asset da sostituire ogni 7-10 anni. Se questi numeri troveranno conferma su scala multi-gigawattora e in condizioni operative reali prolungate, l'applicazione più immediata resta quella dove il rischio di incendio pesa di più sulle decisioni progettuali e assicurative: l'accumulo dentro o a fianco dei data center, proprio nel momento in cui la domanda di capacità per l'intelligenza artificiale rende questo problema sempre più concreto per gli operatori del settore.

Il commento di PINET

Per l'Italia, dove gli investimenti in nuova capacità di data center stanno crescendo insieme alla domanda legata all'intelligenza artificiale, una tecnologia di accumulo priva del rischio di fuga termica avrebbe un interesse concreto per chi progetta e autorizza questi impianti, semplificando in teoria i vincoli antincendio che oggi condizionano la scelta e il posizionamento delle batterie al litio. Al momento, però, EnerVenue non ha annunciato una presenza produttiva o commerciale in Europa, e la produzione resta concentrata in Cina: un eventuale arrivo sul mercato italiano richiederebbe prima un ingresso europeo, oltre alle necessarie certificazioni e omologazioni locali, oggi non ancora verificate. Resta inoltre da capire se il costo per kWh, superiore a quello del litio-ferro-fosfato secondo le prime indicazioni di settore, si tradurrà in un vantaggio economico reale lungo l'intero ciclo di vita trentennale dichiarato, oppure se continuerà a confinare la tecnologia a nicchie applicative dove la sicurezza pesa più del prezzo. Il giudizio, in questa fase, non può che essere prudente: un'innovazione interessante e con riscontri industriali concreti, ma ancora da misurare su scala e in un contesto normativo, quello europeo, diverso da quello cinese in cui è nata la linea di produzione.

Fonte: pv magazine Global, "EnerVenue opens the world's first high volume production line for the Aqueous Metal Cell", con approfondimenti da comunicato ufficiale EnerVenue, "EnerVenue Signs 11 MWh Lithium-Free Battery Order in China" e da ESS News, "EnerVenue lands first megawatt-size order for its non-lithium, aqueous metal cell storage tech".