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Borgo San Dalmazzo (Cuneo) — 2026. Il bidone dell'umido separato ogni sera nelle cucine di 54 Comuni della provincia di Cuneo non finisce più soltanto in un impianto di compostaggio lontano dal territorio: dal 21 settembre 2026 alimenta un biodigestore pubblico, nella frazione San Nicolao di Borgo San Dalmazzo, che lo trasforma in biometano immesso nella rete del gas e in compost destinato ai campi. A gestire l'impianto è ACSR S.p.A. (Azienda Cuneese Smaltimento Rifiuti), la società interamente pubblica che serve un bacino di oltre 160.000 abitanti. "Oggi celebriamo una promessa mantenuta", ha detto il presidente di ACSR Giancarlo Isaia al momento del pieno avvio dell'impianto, sottolineando che il progetto dimostra come "il pubblico sa fare sistema".

A regime il biodigestore può trattare fino a 35.000 tonnellate l'anno di frazione organica urbana (FORSU) e altre 10.000 tonnellate di scarti verdi e legnosi, restituendo oltre 3,4 milioni di metri cubi di biometano l'anno e fino a 11.000 tonnellate annue di compost di qualità per l'agricoltura. Realizzato con un investimento di circa 16 milioni di euro, di cui 12,9 milioni coperti da fondi del PNRR, l'impianto è stato costruito in appena 15 mesi dalla società Entsorga Italia ed è entrato in funzione lo scorso 15 maggio; l'avvio dell'immissione del biometano nella rete del gas, il 21 settembre, ne segna il debutto a piena operatività.

Come funziona: digestione "semi-dry" sottovuoto, senza acqua e senza cattivi odori

Il cuore dell'impianto sono i digestori a tenuta stagna, alimentati tramite un carroponte automatizzato (il sistema, brevettato da Entsorga, è commercializzato con il nome Spider) che carica la frazione organica nelle celle di digestione, denominate Cow. La tecnologia impiegata è la digestione anaerobica "semi-dry": a differenza dei processi "wet" tradizionali, che diluiscono i rifiuti con acqua per renderli pompabili, il sistema di Borgo San Dalmazzo lavora la FORSU così com'è, senza alcun apporto idrico. Il vantaggio principale è ambientale prima ancora che economico: meno acqua in ingresso significa meno acqua da depurare in uscita, con una riduzione dichiarata del 90% della produzione di percolato rispetto agli impianti tradizionali.

Le celle di digestione lavorano in depressione, cioè a pressione leggermente inferiore a quella atmosferica: l'aria viene costantemente aspirata verso un sistema di biofiltrazione (Butterfly System) che abbatte gli odori prima del rilascio in atmosfera, invece di disperdersi nell'ambiente circostante. Il biogas prodotto dalla fermentazione batterica dei materiali organici — una miscela di metano, anidride carbonica e altri gas in tracce — viene poi raffinato in una linea di upgrading che separa il metano dagli altri componenti, fino a ottenere biometano con caratteristiche equivalenti al gas naturale. Il gas viene controllato in continuo e, superati i test di qualità, immesso nella rete di distribuzione locale. Il digestato residuo della fermentazione, infine, non viene smaltito ma stabilizzato nella sezione di compostaggio aerobico già esistente nello stesso sito, da cui esce come ammendante compostato, utilizzabile sia in agricoltura convenzionale sia in quella biologica.

I numeri dell'impianto: capacità doppia rispetto al conferito attuale

Un dato colpisce più degli altri: la capacità di trattamento autorizzata, 35.000 tonnellate l'anno di FORSU, è oggi ben superiore al quantitativo effettivamente raccolto dai 54 Comuni consorziati in ACSR, stimato in circa 10.000 tonnellate l'anno. L'impianto è stato cioè dimensionato per crescere, sia assorbendo l'aumento della raccolta differenziata nel proprio bacino sia, in prospettiva, trattando rifiuto organico proveniente da altri territori limitrofi non ancora serviti da un impianto di questo tipo.

Sul fronte energetico, l'impianto genera oltre 35.000 MWh annui di energia rinnovabile, un quantitativo che il gestore stima sufficiente al fabbisogno di circa 3.000 famiglie e che copre circa sei volte i consumi elettrici dell'impianto stesso, stimati in 5.000 MWh l'anno. ACSR ha inoltre ottenuto la certificazione ISCC-EU (International Sustainability and Carbon Certification), che attesta la sostenibilità e la tracciabilità della filiera e apre l'accesso al mercato delle Garanzie di Origine per il biometano prodotto. Un ultimo dato, spesso trascurato quando si discute della localizzazione di un impianto di trattamento rifiuti, riguarda l'impatto sulla viabilità locale: il conferimento quotidiano di FORSU comporta l'aggiunta di appena quattro mezzi pesanti al giorno sulle strade della zona.

Un impianto pubblico, una tecnologia acquisita tramite gara europea

A differenza di molti progetti di biometano recenti, nati da iniziativa di aziende agricole o gruppi industriali privati, quello di Borgo San Dalmazzo resta un'infrastruttura interamente pubblica: ACSR è partecipata dai Comuni del proprio bacino e la realizzazione dell'impianto è stata affidata a Entsorga Italia attraverso una gara d'appalto europea, che ha selezionato il fornitore di tecnologia mantenendo la proprietà e la gestione dell'opera in capo alla società pubblica. È un modello diverso rispetto a quello, ugualmente basato su fondi PNRR, con cui la cooperativa agricola Agrisfera ha da poco avviato a Mandriole, in provincia di Ravenna, un impianto che trasforma in biometano i reflui zootecnici e le colture energetiche aziendali per un cliente industriale della ceramica: lì la logica è quella della filiera agricola verticale, qui quella del servizio pubblico consortile che tratta il rifiuto urbano di decine di Comuni.

L'investimento e il ruolo del PNRR

Dei circa 16 milioni di euro complessivi, 12,9 milioni — oltre l'80% del totale — arrivano da fondi del PNRR destinati agli impianti di gestione dei rifiuti organici e alla produzione di biometano. Si tratta di una quota di finanziamento pubblico nettamente più alta rispetto a quella tipica dei progetti di biometano agricolo o industriale, dove i contributi PNRR coprono in genere una frazione più contenuta dell'investimento: una differenza che riflette la natura di ACSR come soggetto pubblico e la funzione di servizio essenziale — la gestione dei rifiuti di 54 Comuni — che l'impianto svolge, a differenza di iniziative che restano prevalentemente a rischio d'impresa privato.

Cosa rende il progetto replicabile

L'esperienza di Borgo San Dalmazzo offre alcuni elementi che altri consorzi pubblici di gestione rifiuti, in Italia, possono valutare per contesti simili:

  • Una tecnologia modulare disponibile sul mercato. I sistemi di carico, digestione e biofiltrazione utilizzati non sono soluzioni sperimentali sviluppate ad hoc, ma prodotti industriali già commercializzati da un fornitore specializzato, acquisibili tramite gara d'appalto senza dover sviluppare tecnologie proprietarie.
  • Un dimensionamento pensato per crescere. Costruire una capacità di trattamento superiore al conferito attuale consente al consorzio di assorbire la crescita della raccolta differenziata nel proprio territorio o di aprirsi al trattamento di rifiuto organico proveniente da altre zone, senza dover realizzare un secondo impianto a breve termine.
  • Un impatto sulla viabilità contenuto fin dalla progettazione. Limitare a quattro mezzi pesanti al giorno il traffico aggiuntivo generato dal conferimento riduce uno dei motivi più ricorrenti di opposizione locale alla localizzazione di impianti di trattamento rifiuti.
  • Una filiera che restituisce due prodotti, non uno solo. Ottenere sia biometano sia compost dallo stesso flusso di rifiuto organico distribuisce il valore generato dall'impianto su due mercati diversi — energia e agricoltura — invece di dipendere da un solo sbocco commerciale.
  • Una proprietà pubblica che può accedere a quote di finanziamento più alte. La natura di ACSR come società pubblica partecipata dai Comuni ha permesso di coprire con il PNRR oltre l'80% dell'investimento, una leva difficilmente replicabile da un soggetto privato ma disponibile a qualunque consorzio di gestione rifiuti organizzato in forma analoga.

Il commento di PINET

Il caso di Borgo San Dalmazzo interessa da vicino i molti consorzi pubblici di gestione rifiuti che, in Italia, continuano a inviare la propria frazione organica fuori regione o fuori provincia per il trattamento, sostenendo costi di trasporto e conferimento che un impianto locale eliminerebbe alla radice: è un modello che si presta soprattutto ad aggregazioni di Comuni di dimensione medio-piccola, capaci di fare massa critica come ha fatto ACSR con i suoi 54 Comuni, più che al singolo capoluogo che già dispone di proprie infrastrutture. L'ostacolo principale, anche qui, è la finestra temporale: una copertura PNRR superiore all'80% dell'investimento è un livello di sostegno pubblico che i fondi del PNRR, ormai in gran parte allocati e con scadenze di spesa ravvicinate, difficilmente potranno replicare per i consorzi che non hanno ancora presentato un progetto analogo. Resta poi il nodo, non affrontato nelle fonti disponibili, della fase autorizzativa e del confronto con i territori che precede l'avvio di un cantiere di questo tipo: la localizzazione di un impianto di trattamento rifiuti, per quanto tecnologicamente avanzato e a basso impatto odorigeno dichiarato, in Italia incontra spesso tempi lunghi e resistenze locali che i soli dati tecnici dell'opera finita non raccontano.


Fonti: