Nel giro di un anno l'Unione Europea ha messo in fila l'accordo con il Mercosur, quelli con India, Indonesia, Messico e Australia e, a fine ottobre, una nuova "Alleanza per il futuro" con il Canada. Il politologo Ivan Krastev, su Le Monde, legge questa strategia con le categorie del dissenso dell'Est europeo degli anni Settanta. Qui proponiamo un'altra chiave: non una resistenza che si trattiene davanti a Washington, ma la presa d'atto che serve una rete di alleanze tra pari, senza un centro egemone. Un'idea che ha un precedente teorico preciso: il confederalismo democratico elaborato da Abdullah Öcalan.
Chi paga davvero i dazi
Il punto di partenza sono i numeri. Uno studio del Kiel Institute for the World Economy pubblicato a gennaio 2026, basato su circa 25 milioni di transazioni commerciali, ha stimato che il 96% del costo dei dazi americani ricade su importatori e consumatori degli Stati Uniti: gli esportatori stranieri hanno abbassato i prezzi solo in minima parte. Per gli autori i dazi funzionano di fatto come un'imposta sui consumi degli americani.
L'Europa, però, paga in un altro modo: con i volumi. Lo stesso studio osserva che chi esporta negli Stati Uniti finisce per vendere meno e deve cercare nuovi mercati, e secondo i dati citati dalla banca QNB le esportazioni dell'Unione verso gli Stati Uniti sono scese del 30,4% nel primo trimestre 2026. Bruxelles ha accettato nel luglio 2025 un tetto del 15% sulla maggior parte delle merci, in un quadro entrato in vigore il 1° luglio 2026, e la stessa Commissione ha riconosciuto che le condizioni commerciali precedenti non torneranno.
La rete che l'Europa sta costruendo
Da questa presa d'atto nasce la diversificazione. L'accordo con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) è applicato in via provvisoria dal 1° maggio 2026 e crea un'area di libero scambio di oltre 700 milioni di persone. Tra il 2025 e la prima metà del 2026 l'Unione ha chiuso anche i negoziati con Messico, Indonesia, India e Australia. Un dato aiuta a capire la direzione: nel 2025 il commercio dell'UE con i Paesi dell'accordo trans-pacifico CPTPP, da cui gli Stati Uniti si erano ritirati, ha raggiunto il 21% del totale, più di quello con gli Stati Uniti (18%) e con la Cina (15%).
Il vertice di Montréal del 29-30 ottobre ha aggiunto il tassello politico: un accordo sul commercio digitale, un'intesa che permette alla Banca europea per gli investimenti di finanziare progetti canadesi sui minerali critici, il contributo di Ottawa al prestito europeo all'Ucraina e l'impegno a definire entro il 2027 una "associazione sempre più stretta" del Canada all'Unione, senza adesione. Il primo ministro Mark Carney ha insistito che l'alleanza non è rivolta contro nessun Paese; Donald Trump l'ha invece descritta come un possibile atto ostile.
Perché non è una "rivoluzione autolimitata"
Krastev richiama la "rivoluzione autolimitata" teorizzata da Jacek Kuroń negli anni di Solidarność: non sfidare frontalmente il potere, ma costruire accanto a esso una società parallela. L'immagine è suggestiva, ma presuppone un centro di potere che non si può contestare. Il caso europeo è diverso. Se i dazi li pagano soprattutto gli americani, l'Europa non sta trattenendo un colpo: sta evitando di finanziare una guerra commerciale che danneggia in primo luogo chi la conduce, e intanto sposta il proprio baricentro altrove. Più che autolimitazione, è la costruzione di un sistema di relazioni che non ha bisogno di un egemone.
La lezione del confederalismo democratico
Qui il pensiero di Abdullah Öcalan offre strumenti più utili. In carcere a İmralı dal 1999, il fondatore del PKK ha rielaborato le idee del teorico americano Murray Bookchin e, con la Dichiarazione sul confederalismo democratico del 2005, ha abbandonato l'obiettivo di uno Stato curdo indipendente. La sua constatazione era semplice: nessuna delle terre storiche dei curdi è abitata solo da curdi, e lo Stato-nazione, con la sua pretesa di omogeneità, produce conflitto invece di risolverlo.
Le idee che parlano all'Europa di oggi
- Sovranità condivisa senza un centro. Il confederalismo immagina comunità che restano autonome ma si legano in una rete di cooperazione. È molto vicino a ciò che l'Unione sta facendo con Canada, Mercosur e India: partner sovrani, legami settore per settore, geometria variabile.
- La politica dal basso. Per Öcalan la democrazia nasce da assemblee locali, cooperative, consigli, prima che dai governi. Nell'alleanza con il Canada il capitolo sugli scambi tra giovani, università e lavoratori va in questa direzione, ma resta marginale rispetto agli accordi tra vertici.
- Il pluralismo come regola. Convivenza di identità diverse dentro le stesse istituzioni, parità tra donne e uomini, attenzione all'ecologia: valori che l'Unione dichiara e che dovrebbero misurare anche i suoi accordi commerciali, a partire dalle clausole ambientali del Mercosur.
- La rinuncia alle armi come scelta politica. Nel febbraio 2025 Öcalan ha chiesto al PKK di sciogliersi e deporre le armi; a maggio 2025 il gruppo ha annunciato la fine della lotta armata. A marzo 2026 ha spiegato di non avere problemi con la Repubblica turca, ma con il fatto che non sia pienamente democratica.
I limiti da non nascondere
Il confederalismo democratico è nato dentro un movimento armato: il PKK ha condotto dal 1984 un'insurrezione che ha causato decine di migliaia di morti ed è tuttora classificato come organizzazione terroristica da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. Anche studiosi vicini al progetto hanno segnalato il rischio di un autoritarismo strisciante e il peso della figura del leader in un movimento che predica l'abolizione delle gerarchie. E i fatti del 2026 sono severi: l'amministrazione autonoma del nord-est siriano, costruita su queste idee, è stata in gran parte smantellata da un'offensiva governativa a gennaio e le Forze democratiche siriane sono state integrate nell'esercito di Damasco ad agosto. In Turchia il processo di pace va avanti, ma lentamente, tra disarmo e garanzie legali ancora da definire.
La lezione, proprio per questo, è utile: una rete di autogoverno senza capacità di difendersi e senza riconoscimento esterno viene assorbita dai poteri più forti.
Con Putin serve anche la difesa
Verso Mosca la strategia europea è necessariamente diversa. Il Consiglio europeo ha approvato un prestito da 90 miliardi di euro all'Ucraina per il 2026-2027, da restituire solo se la Russia pagherà le riparazioni, insieme al ventesimo pacchetto di sanzioni. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha riassunto la linea in due pilastri: rafforzare l'Ucraina e aumentare la pressione sulla Russia. Davanti a un'aggressione militare la costruzione di alleanze non basta: serve che la rete abbia anche la capacità di proteggersi, come insegna la vicenda siriana.
Cosa manca: il consenso dal basso
È qui che il confederalismo democratico mette in difficoltà l'Europa. Le sue alleanze sono finora un progetto dei vertici. Il 21 gennaio 2026 il Parlamento europeo ha chiesto alla Corte di giustizia un parere sull'accordo con il Mercosur con 334 voti contro 324, mentre gli agricoltori protestavano a Strasburgo; la proposta di fare del Canada un "membro associato" è stata frenata da Germania, Francia e Italia; il prestito all'Ucraina è rimasto bloccato a lungo dal veto ungherese. Senza una partecipazione reale di cittadini, territori e corpi intermedi, la rete resta fragile e lascia spazio a chi, dentro l'Europa, guarda a Washington o a Mosca.
Per approfondire il lato ambientale dell'accordo sudamericano: Mercosur e ambiente: un patto commerciale con troppe ombre verdi.
Il commento di PINET
L'Europa ha capito che il mondo di prima non torna e sta costruendo, con una velocità insolita per Bruxelles, una rete di accordi che riduce la dipendenza da un solo partner. Il confederalismo democratico ricorda però che una rete tra pari regge solo se poggia su una partecipazione diffusa e su una capacità di difesa comune: senza queste due condizioni diventa un insieme di trattati firmati dai governi e contestati nelle piazze. Per l'Italia, che ha frenato sul Canada e resta divisa sul Mercosur, la scelta è se subire questa trasformazione o contribuire a darle una base democratica, coinvolgendo imprese, agricoltori e Comuni nella definizione delle regole. Un coivolgimento certo difficile che cozza con il corporativismo e la tutela di interessi particolari, di cui talvolta molti esponenti politici si fanno portavoce, ma che è irrinciabile. Una strategia per vincere domani passa da qui, più che dal braccio di ferro con chi oggi alza i dazi.
Fonti: Kiel Institute, America's own goal: who pays the tariffs; QNB, Europe's trade pivot; Ashurst, Towards new markets in complex times; Consiglio UE, Capire gli accordi UE-Mercosur; Intereconomics, EU-Mercosur trade agreement; Delegazione UE in India, dati sulla rete di accordi; Consiglio UE, Dichiarazione congiunta del vertice UE-Canada 2026; AP, Carney eyes June deal for Canada; Courthouse News, vertice UE-Canada; Le Monde, tribune di Ivan Krastev; NYRB, Adam Michnik: Hero of Our Time; Joris Leverink, Murray Bookchin and the Kurdish resistance; Frontiers in Political Science, social ecology e confederalismo democratico; Peregraf, messaggio di Öcalan di marzo 2026; The New Arab, processo di pace in Turchia; OSW, lo smantellamento dell'autonomia curda in Siria; Geopolitical Monitor, integrazione delle FDS; EU Perspectives, prestito all'Ucraina e sanzioni; Belga, veto ungherese e prestito; Il Post, entrata in vigore provvisoria del Mercosur. Immagine: Pexels.