Amundi, il più grande gestore patrimoniale europeo con circa 2.600 miliardi di euro di patrimonio in gestione, ha lanciato una quota tokenizzata del suo fondo Core STOXX Europe 600, uno dei veicoli indicizzati sull'azionario europeo più diffusi tra gli investitori, con 22,8 miliardi di euro di patrimonio. La nuova classe di quote è stata emessa il 5 novembre 2026 sulla blockchain pubblica Ethereum, in collaborazione con CACEIS, la società di asset servicing che ha fornito l'infrastruttura tecnica di tokenizzazione.
Come funziona la nuova quota tokenizzata
Il fondo continuerà a essere distribuito anche attraverso i canali di sottoscrizione tradizionali: la tokenizzazione non sostituisce le modalità di accesso esistenti, ma affianca loro una rappresentazione digitale delle quote su un registro distribuito pubblico. CACEIS ha agito da transfer agent e da agente di tokenizzazione, un ruolo che la società aveva già svolto un anno prima: nel novembre 2025 Amundi aveva lanciato la sua prima quota tokenizzata per il fondo monetario Amundi Funds Cash EUR, con la classe J28 EUR DLT emessa sempre su Ethereum. Da allora il gestore francese ha ampliato il programma con altre iniziative legate alla liquidità a breve termine, tra cui una collaborazione con Ant International per la gestione in tempo reale della tesoreria infragruppo e, a marzo 2026, l'incarico di gestore delegato dello Spiko Amundi Overnight Swap Fund (SAFO), un prodotto di total return swap che ha raccolto circa 2,5 miliardi di dollari.
Il contesto: la corsa alla tokenizzazione degli indici azionari
Il mercato delle azioni tokenizzate resta ancora piccolo e fortemente concentrato sui titoli statunitensi: secondo i dati di RWA.xyz ripresi da Cointelegraph, la capitalizzazione globale degli equity token ha superato i 4,24 miliardi di dollari il 4 novembre 2026, in crescita di quasi il 27% in trenta giorni, ma i dieci maggiori prodotti tokenizzati restavano tutti legati a società o titoli quotati negli Stati Uniti. L'operazione di Amundi è quindi tra i primi tentativi di portare su blockchain pubblica un fondo indicizzato sull'azionario europeo, un segmento finora rimasto ai margini rispetto alle iniziative di tokenizzazione concentrate soprattutto sui fondi monetari e sulla liquidità.
Il tema non è solo tecnologico. Già in aprile 2026 una coalizione di 39 aziende e associazioni di settore aveva segnalato alle autorità europee il rischio che l'Unione europea resti indietro rispetto agli Stati Uniti su questo fronte, chiedendo di ampliare gli asset ammissibili, aumentare i limiti di volume e rimuovere le restrizioni temporali previste dal regime pilota dell'Unione europea per le infrastrutture di mercato basate su tecnologia a registro distribuito (DLT Pilot Regime).
Perché interessa a gestori, banche e imprese
Per le società di gestione del risparmio e per i loro fornitori di servizi, l'iniziativa di Amundi è un banco di prova su scala rilevante: un fondo da 22,8 miliardi di euro non è un progetto pilota di nicchia, ma uno dei veicoli indicizzati più posseduti in Europa. Amundi ha dichiarato di puntare, con questa e le prossime iniziative di tokenizzazione rivolte a clienti istituzionali e piattaforme digitali, a miglioramenti su accessibilità, velocità di regolamento ed efficienza operativa nei processi di back-office. Se l'esperimento darà i risultati previsti, altri grandi gestori patrimoniali potrebbero valutare un percorso analogo per i propri fondi indicizzati, mentre per le banche depositarie, i fornitori di servizi di custodia e i reparti IT delle società di gestione la vicenda mostra come la tokenizzazione si stia spostando dai casi d'uso di tesoreria verso prodotti di investimento più ampi e diffusi.
Il commento di PINET
Per il risparmio gestito italiano la notizia conta più di quanto sembri a prima vista: molti fondi di Amundi, incluse le linee indicizzate sull'azionario europeo, sono distribuiti anche attraverso reti bancarie e assicurative nel nostro paese, quindi l'infrastruttura di tokenizzazione descritta qui potrebbe in prospettiva toccare prodotti già presenti nei portafogli di risparmiatori e investitori professionali italiani. Un'adozione su larga scala in Italia resta però condizionata da alcuni nodi non banali: la piena maturità del quadro normativo europeo sugli asset digitali regolamentati, la disponibilità di intermediari e banche depositarie italiane in grado di dialogare con registri distribuiti pubblici come Ethereum, e competenze specialistiche che oggi restano concentrate in pochi grandi gruppi internazionali. Il giudizio più equilibrato, in questa fase, è di interesse costruttivo ma non enfatico: i canali di distribuzione tradizionali restano intatti, quindi per il risparmiatore finale nulla cambia nell'immediato, ma la direzione verso una gestione sempre più ibrida tra infrastrutture tradizionali e registri distribuiti appare difficilmente reversibile.