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Catania, Sicilia — 2026. Non è ancora un fertilizzante in vendita nei consorzi agrari, né un impianto industriale a pieno regime: quella che si sta costruendo tra i laboratori dell'Università di Catania, la sede ENEA e decine di aziende del territorio è, per ora, una sperimentazione su scala pilota, con test di laboratorio e di campo ancora in corso. Ma è una sperimentazione che punta a un obiettivo molto concreto: dimostrare che i fanghi di depurazione, i residui degli allevamenti ittici, gli scarti della lavorazione delle arance e persino la cenere vulcanica dell'Etna possono diventare, tutti insieme, la materia prima di un fertilizzante di nuova generazione. È il caso studio siciliano di LandFeed, progetto Horizon Europe da quasi 8 milioni di euro che sta testando in parallelo, in cinque regioni europee, un modello di simbiosi industriale per rimettere in circolo i nutrienti oggi dispersi come rifiuti.

Cinque scarti, un solo fertilizzante: come funziona il caso siciliano

Il caso studio italiano di LandFeed, coordinato dalla Struttura di Ricerca Congiunta (SRC) tra Università di Catania ed ENEA, parte da una constatazione semplice: il territorio etneo produce, ogni giorno, diversi flussi di scarto che oggi vengono gestiti separatamente, spesso a caro prezzo, senza che nessuno li metta in relazione tra loro. I fanghi degli impianti di depurazione delle acque reflue urbane e industriali, i fanghi degli allevamenti ittici d'acqua dolce, i residui della coltivazione di microalghe, il digestato agricolo, i sottoprodotti della lavorazione delle arance e la cenere vulcanica dell'Etna sono, singolarmente, materiali difficili da valorizzare. Messi insieme secondo formulazioni specifiche, diventano invece la base di un biofertilizzante pensato per restituire al suolo azoto, fosforo e potassio senza passare dai fertilizzanti di sintesi.

Il passaggio tecnologico più delicato riguarda il rilascio dei nutrienti: un fertilizzante ottenuto da scarti eterogenei rischia di liberare i propri elementi troppo in fretta o in modo irregolare. Per questo il progetto sta sviluppando rivestimenti a base di chitosano e microalghe, pensati per rilasciare i nutrienti in modo controllato e graduale, avvicinando le prestazioni agronomiche del prodotto a quelle di un fertilizzante minerale convenzionale. Come ha spiegato Antonella Luciano, prima ricercatrice ENEA nel Laboratorio Strumenti per la sostenibilità e circolarità di sistemi produttivi e territoriali: "Il progetto LandFeed punta a rispondere a questa sfida recuperando nutrienti preziosi dai rifiuti. Tutti questi residui, seppur di natura diversa, saranno trattati attraverso un processo sostenibile".

Due anni di lavoro: cosa è stato fatto finora, e cosa manca

Avviato il 1° settembre 2024, LandFeed ha raggiunto a metà 2026 il suo secondo anno di attività. Per il caso siciliano, un bilancio pubblicato dal progetto ad agosto 2026 descrive un percorso ancora interamente nella fase di validazione: sono stati completati il reperimento e la caratterizzazione delle matrici di scarto in ingresso, la valutazione degli aspetti normativi e logistici legati al loro trasporto e trattamento, e il coinvolgimento sistematico degli stakeholder del territorio. Sul piano tecnico, sono stati completati i test dei percorsi di pretrattamento — principalmente basati sul compostaggio — e si stanno sviluppando formulazioni "bio-augmented", arricchite con consorzi microbici selezionati per migliorare la disponibilità dei nutrienti per le piante. Il passo successivo, attualmente in corso, sono i test in vaso e le prove di campo, necessari per individuare la formulazione ottimale prima di qualunque ipotesi di scala più ampia.

È un ritmo di avanzamento che si può confrontare con quello degli altri quattro casi studio del progetto, utile per capire quanto lavoro resti da fare prima che si possa parlare di un prodotto pronto per il mercato. In Francia, dove il processo trasforma scarti di acquacoltura, mitilicoltura, allevamenti ovini e macellazione in tre prodotti — olio di pesce ad alto valore, un biostimolante liquido e un fertilizzante organico solido — la qualità dell'olio è già stata riconosciuta e sono in corso le prime prove agronomiche su campi di frumento. In Polonia, dove gli scarti dell'industria lattiero-casearia vengono trasformati in un fertilizzante organo-minerale granulare, i test di germinazione hanno per ora escluso effetti fitotossici, mentre proseguono le prove in vaso e in campo. Nessuno dei cinque casi studio, caso siciliano compreso, ha ancora superato la soglia della sperimentazione per arrivare a una produzione e a una vendita su scala reale.

Una rete di oltre sessanta imprese: la logica della simbiosi industriale

Il 22 aprile 2026, in occasione di Ecomed Green Expo — la fiera della sostenibilità ambientale del Mediterraneo giunta a Catania alla sua diciottesima edizione — il gruppo di lavoro LandFeed ha organizzato tavoli di stakeholder engagement dedicati alla simbiosi industriale, per mettere direttamente in contatto le imprese che generano gli scarti con quelle che potrebbero utilizzarne i derivati. Il responsabile scientifico del caso studio italiano, Giuseppe Mancini, docente di impianti chimici all'Università di Catania, ha commentato così la partecipazione: "L'interesse dimostrato da tutte le imprese partecipanti, oltre sessanta, in questa forma di partecipazione attiva, testimonia l'esigenza di cambiare la metodica di coinvolgimento".

Sulla stessa linea Antonella Luciano, che ha sintetizzato il senso del lavoro di rete costruito finora: "Con LandFeed non stiamo solo studiando nuove tecnologie: stiamo costruendo ponti. La simbiosi industriale richiede fiducia e connessione tra attori diversi". Il progetto sta sviluppando, in parallelo alla sperimentazione tecnica, una piattaforma digitale pensata proprio per mappare scarti e fabbisogni sul territorio e facilitare questi incroci, oltre a un "passaporto digitale di prodotto" che dovrebbe garantire, una volta operativo, la tracciabilità dell'intera filiera del fertilizzante — dalla matrice di scarto di partenza fino al sacco pronto per il campo.

Perché serve: la doppia dipendenza dell'agricoltura europea

Il progetto nasce per affrontare un problema che riguarda l'intera agricoltura europea, non solo la Sicilia. Da un lato l'Unione Europea genera, secondo le stime citate da ENEA nella presentazione del progetto, circa 60 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari ogni anno, in gran parte destinati a smaltimento invece che a un qualche forma di recupero. Dall'altro l'agricoltura del continente dipende quasi interamente da fertilizzanti di sintesi: l'azoto minerale richiede il processo Haber-Bosch, energivoro, mentre il fosforo viene estratto da giacimenti minerari non rinnovabili concentrati in poche aree del mondo, in gran parte fuori dai confini europei. Riuscire a produrre fertilizzanti efficaci a partire da scarti locali significa, in prospettiva, ridurre entrambe le dipendenze contemporaneamente.

Nel caso siciliano, a questo quadro si aggiunge una particolarità locale: la cenere prodotta dalle eruzioni dell'Etna è oggi, per i Comuni etnei, essenzialmente un problema di gestione — un materiale che va rimosso dalle strade e dai tetti dopo ogni fase eruttiva, spesso a costi non trascurabili per le amministrazioni locali. Se la sperimentazione confermerà che la cenere vulcanica può contribuire in modo stabile alla composizione di un biofertilizzante, un territorio che oggi paga per smaltirla potrebbe un giorno trovarvi una risorsa da valorizzare, invece che un problema da gestire.

Un caso concettualmente simile a questa logica di recupero dei nutrienti da flussi di scarto urbani è già stato raccontato su questo sito a proposito del progetto europeo P2GreeN a Gotland, dove l'urina raccolta ai festival dell'isola svedese viene trasformata in pellet fertilizzante per l'orzo: due progetti diversi, finanziati da programmi diversi, che convergono sulla stessa idea di fondo — trattare i nutrienti dispersi nei rifiuti urbani come una risorsa da recuperare, non come un problema da smaltire.

Cosa rende il modello replicabile

Pur trattandosi ancora di una sperimentazione e non di un intervento già operativo sul territorio, il caso studio siciliano di LandFeed offre già alcuni elementi che altri territori con problemi di scarto analoghi possono valutare:

  • Nessuna nuova materia prima da acquistare. Tutti gli scarti impiegati — fanghi di depurazione, residui di acquacoltura, digestato agricolo, sottoprodotti agrumicoli, cenere vulcanica — sono già generati sul territorio da attività esistenti: il progetto non crea un nuovo flusso di rifiuti, ma prova a dare valore a flussi che oggi vengono semplicemente smaltiti.
  • Un metodo già messo alla prova su scarti molto diversi. Il fatto che la stessa logica di simbiosi industriale sia applicata in parallelo, all'interno dello stesso progetto, a scarti HORECA in Spagna, sottoprodotti di acquacoltura in Francia, reflui di frantoio in Grecia e scarti lattiero-caseari in Polonia dimostra che l'approccio non dipende da una specifica tipologia di scarto, ma da un metodo di lavoro trasferibile.
  • Un ecosistema di imprese costruito prima ancora del prodotto finale. Coinvolgere oltre sessanta aziende del territorio nei tavoli di simbiosi industriale già durante la fase sperimentale, anziché solo a valle con un prodotto pronto, costruisce fin da subito la rete di fornitori e potenziali utilizzatori che serve per la scala successiva.
  • Una piattaforma digitale pensata per essere riusata altrove. Lo strumento di mappatura degli scarti e dei fabbisogni sviluppato per il caso siciliano, una volta validato, è concepito come un'infrastruttura digitale applicabile anche ad altri territori con una base industriale e agricola diversificata.
  • Un percorso di validazione dichiarato con onestà. Il progetto comunica esplicitamente a che punto si trova — caratterizzazione e pretrattamento completati, formulazioni in sviluppo, prove in campo ancora da concludere — invece di anticipare risultati che non sono ancora stati misurati: una trasparenza che rende più credibile, quando arriverà, l'eventuale passaggio alla scala successiva.

Fonti: