Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

Karlsruhe, Germania — 2026. Va detto con chiarezza fin dal primo paragrafo: quello che segue non è il racconto di un intervento già concluso e verificato sul campo, ma di un progetto di ricerca europeo ancora in fase di sperimentazione. Tra la primavera e l'estate del 2026 sono entrati in funzione, uno dopo l'altro, sei impianti dimostrativi che testano — in un'isola greca dipendente dal turismo, in un villaggio rurale del Sudafrica, in un quartiere ad alta densità di Stoccarda, in un'area urbana di Gdańsk e in una grande zona umida artificiale vicino a Barcellona — come si possa trattare e riusare l'acqua di scarico senza costruire, ogni volta, un depuratore centralizzato tradizionale. È il cuore di DECIRE-WATER, un progetto Horizon Europe che ha appena completato la sua prima fase di installazione e non dispone ancora di dati di impatto misurati a lungo termine: per questo lo raccontiamo come lo studio e la sperimentazione che è oggi, non come un servizio già operativo.

Il nome per esteso del progetto — "Decentralized Solutions for a Circular and Efficient Water Management – from Demonstration to the Market" — dice già molto del suo obiettivo: dimostrare che tecnologie di trattamento dell'acqua pensate su piccola scala e distribuite sul territorio, invece che concentrate in un unico grande impianto, possono raggiungere un livello di maturità tale da entrare sul mercato. Coordinato dal Karlsruher Institut für Technologie (KIT) insieme alla Rheinland-Pfälzische Technische Universität (RPTU) di Kaiserslautern-Landau, il progetto è partito il 1° giugno 2025 e durerà tre anni, fino al 31 maggio 2028, con un budget complessivo di 5.217.621 euro, di cui 4.991.995,89 euro finanziati dalla Commissione Europea nell'ambito di Horizon Europe (accordo di sovvenzione n. 101182154).

Sei territori, sei problemi diversi da risolvere

Quello che distingue DECIRE-WATER da molti altri progetti di ricerca sull'acqua è la scelta di non testare una singola tecnologia in un solo luogo, ma di adattare un insieme di soluzioni a sei contesti molto diversi tra loro, scelti apposta per essere rappresentativi di problemi tipici europei ed extraeuropei. Sull'isola greca di Lesbo, dipendente dal turismo stagionale, un primo impianto tratta le acque grigie (quelle di lavelli, doccia e lavatrici) di piccoli edifici turistici per renderle riutilizzabili in loco, mentre un secondo sito della stessa isola combina acque reflue domestiche e agroindustriali in un'area rurale. A Kenton-on-Sea, in Sudafrica, il sistema installato è pensato per le comunità rurali a basso reddito: un impianto di trattamento delle acque nere a bassa manutenzione, che non richiede personale specializzato per funzionare giorno dopo giorno. A Gdańsk, in Polonia, la sperimentazione riguarda invece il trattamento e il riuso combinato di acque reflue domestiche e acque piovane direttamente negli edifici di un'area urbana. A Stoccarda il progetto testa sistemi compatti e modulari, pensati per i vincoli di spazio tipici dei quartieri ad alta densità delle città tedesche. Il sito più ambizioso per dimensioni, infine, è a Granollers, alle porte di Barcellona, dove è stata realizzata quella che il progetto stesso definisce una "lighthouse", una zona umida artificiale di grande scala in ambito urbano, con l'obiettivo di produrre acqua depurata da destinare al riuso agricolo.

Dalla palude artificiale ai sensori digitali: come funziona il sistema

Al centro della strategia tecnica di DECIRE-WATER c'è la combinazione di due famiglie di soluzioni che, nella depurazione tradizionale, vengono spesso considerate alternative tra loro: le "nature-based solutions" e le tecnologie ingegneristiche avanzate. Nella prima categoria rientrano le zone umide costruite (in inglese "constructed wetlands"), bacini artificiali riempiti di sabbia, ghiaia e piante acquatiche — tipicamente canne — che imitano il funzionamento di una palude naturale: l'acqua di scarico attraversa lentamente il substrato e le radici delle piante, dove microrganismi e processi fisico-chimici degradano la materia organica e trattengono nutrienti come azoto e fosforo. Nella seconda categoria rientrano i bioreattori a membrana, che affinano biologicamente l'acqua separandola attraverso membrane a pori sottilissimi, i sistemi di disinfezione a raggi ultravioletti, che eliminano i patogeni senza ricorrere a disinfettanti chimici, e i filtri da suolo piantumati installati in container modulari, pensati per essere trasportati e installati anche dove non c'è spazio per una vasca a cielo aperto. A completare l'impianto tecnico, ogni sito demo è dotato di sistemi di monitoraggio digitale continuo, che permettono ai ricercatori di seguire in tempo reale il comportamento dell'impianto in condizioni reali, non solo in laboratorio.

Come ha spiegato Verena Höckele, responsabile del dipartimento tecnologie idriche presso l'agenzia di gestione progetti PTKA del KIT e coordinatrice di DECIRE-WATER: "Il nostro obiettivo è combinare i vantaggi dei processi naturali con le soluzioni tecniche e adattare in modo sistematico il trattamento dell'acqua a esigenze diverse". Sulla stessa linea Heidrun Steinmetz, responsabile del dipartimento "Resource-efficient Wastewater Technologies" della RPTU: "Stiamo testando sistemi modulari e tecnologie digitali in condizioni reali. Questa è la chiave per arrivare a soluzioni pronte per il mercato, economicamente ed ecologicamente sostenibili, che permettano una gestione dell'acqua resiliente ai cambiamenti climatici".

Numeri e struttura di un progetto a rete

DECIRE-WATER coinvolge 15 partner in sette Paesi — Germania, Austria, Repubblica Ceca, Spagna, Polonia, Grecia e Sudafrica — con una composizione che mescola deliberatamente mondo accademico, imprese e amministrazioni pubbliche: tra i partner scientifici figurano, oltre a KIT e RPTU, l'Università di Innsbruck, la Vysoká Škola Chemicko-Technologická di Praga, l'Universitat Politècnica de Catalunya, l'Università dell'Egeo e la Nelson Mandela University in Sudafrica; tra le imprese e PMI compaiono la polacca Ecol-Unicon, la tedesca Akut Umweltschutz Ingenieure e Sustainable Water Infrastructure Solutions; tra gli enti pubblici, il Comune di Stoccarda, il Comune di Granollers e il Consorci Besòs Tordera, l'ente che gestisce la depurazione del bacino idrico catalano in cui si trova il sito dimostrativo spagnolo. Secondo la scheda del progetto pubblicata da CORDIS, il portale della Commissione Europea dedicato ai progetti di ricerca finanziati, l'obiettivo dichiarato è portare le tecnologie testate a un livello di maturità tecnologica (TRL, Technology Readiness Level) tra 7 e 8 su una scala che arriva a 9: significa, in pratica, sistemi già dimostrati in condizioni operative reali ma non ancora pienamente maturi per una diffusione commerciale su larga scala, con l'obiettivo dichiarato di arrivare entro la fine del progetto anche a un primo confronto con gli iter di approvazione regolatoria necessari all'adozione sul mercato.

Perché non è (ancora) un intervento operativo

È importante essere precisi su cosa esiste oggi e cosa non esiste ancora. I sei siti dimostrativi sono realmente installati e, secondo gli aggiornamenti pubblicati dal progetto nel corso del 2026, progressivamente entrati in funzione: il sito spagnolo è operativo da giugno, in Germania a luglio sono stati installati i filtri nelle zone umide costruite, il sito greco di Lesbo è stato completato ad agosto insieme a un workshop sul sito sudafricano, mentre a settembre si è tenuto un workshop con gli stakeholder locali in Polonia. Quello che non è ancora disponibile, a un anno dall'avvio del progetto, sono dati pubblici di performance a lungo termine — quanti metri cubi d'acqua vengono effettivamente trattati in ciascun sito, con quali percentuali di rimozione degli inquinanti, con quale grado di soddisfazione delle comunità coinvolte. È la ragione per cui questa storia va letta, oggi, come il racconto di una rete di laboratori a cielo aperto appena avviati e non come il bilancio di un servizio già a regime: un aggiornamento sui risultati concreti, quando arriveranno, meriterà un articolo a parte.

Cosa rende il progetto replicabile

  • Sei contesti diversi come banco di prova, non uno solo. Testare in parallelo un'isola turistica mediterranea, un villaggio rurale sudafricano, due città nordeuropee ad alta densità e un'area agricola catalana permette di verificare quali soluzioni funzionano a prescindere dal contesto socioeconomico e climatico, e quali invece richiedono adattamenti specifici, prima di proporre un unico modello a enti gestori molto diversi tra loro.
  • Sistemi modulari, non impianti su misura. La scelta dichiarata dai coordinatori di puntare su tecnologie modulari e container trasportabili, invece che su opere civili costruite ex novo per ogni sito, riduce in linea di principio i tempi e i costi di installazione in un nuovo territorio che voglia adottare lo stesso approccio.
  • Una combinazione flessibile tra natura e tecnologia. Poter scegliere, caso per caso, quanto affidarsi a soluzioni nature-based a basso costo di gestione (come le zone umide costruite) e quanto a tecnologie ingegneristiche più intensive (come i bioreattori a membrana) permette di adattare l'investimento iniziale e i costi di gestione al budget disponibile in un determinato territorio.
  • Un obiettivo di mercato dichiarato fin dal titolo del progetto. A differenza di molte sperimentazioni che si fermano alla fase di ricerca, DECIRE-WATER include tra i partner imprese e PMI del settore idrico fin dall'inizio, con l'obiettivo esplicito — richiamato anche nel nome del progetto, "from Demonstration to the Market" — di arrivare a soluzioni pronte per l'adozione commerciale, non solo a un risultato scientifico.
  • Un finanziamento e una cornice metodologica già replicati altrove. Il programma Horizon Europe, con il suo sistema di valutazione TRL, offre a qualunque consorzio europeo di università, imprese e comuni un canale di finanziamento e una metodologia di verifica della maturità tecnologica già collaudati, applicabili in linea di principio ad altri consorzi che vogliano proporre reti di dimostrazione simili su altri territori.

Un tema di riuso delle acque reflue non lontano da questo, seppure con un approccio molto diverso, è quello raccontato nell'articolo dedicato al progetto Eco Flow a Gallipoli, dove l'acqua reflua depurata viene testata per irrigare ulivi resistenti alla Xylella.


Fonti: