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Tra novembre 2026 e il 2029 cinque grandi Paesi europei vanno al voto, e in ciascuno un partito della destra nazionalista o conservatrice è al governo o in testa ai sondaggi: il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella in Francia, Reform UK di Nigel Farage nel Regno Unito, Vox di Santiago Abascal in Spagna, Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni in Italia e Alternative für Deutschland (AfD) di Alice Weidel in Germania. Spesso vengono raccontati come un blocco unico, ma sull'Europa hanno obiettivi diversi, e diverse proposte, se applicate insieme, entrerebbero in contrasto tra loro. Li mettiamo a confronto, partendo da ciò che hanno scritto e dichiarato, e vediamo quali scenari si aprirebbero con una loro vittoria, con gli argomenti di chi li sostiene e di chi li critica.

Il calendario: chi vota e quando

  • Spagna: elezioni politiche anticipate il 29 novembre 2026.
  • Francia: elezioni presidenziali nella primavera del 2027.
  • Italia: elezioni politiche entro il 2027, a fine legislatura.
  • Regno Unito e Germania: elezioni politiche previste entro il 2029, salvo anticipi.
  • Parlamento europeo: prossime elezioni nel 2029.

Al Parlamento europeo questi partiti siedono in gruppi diversi: Rassemblement National e Vox nei Patrioti per l'Europa, il terzo gruppo per numero di seggi; Fratelli d'Italia nei Conservatori e Riformisti europei (ECR); l'AfD nell'Europa delle Nazioni Sovrane. Reform UK, essendo il Regno Unito fuori dall'Unione, non è rappresentato.

Rassemblement National (Francia): restare nell'UE, ma con il diritto francese al primo posto

Dove si trova oggi. Marine Le Pen, condannata in primo grado nel marzo 2025 per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo, nel luglio 2026 è stata riconosciuta colpevole anche in appello, ma con una pena di ineleggibilità ridotta che le consente, allo stato attuale, di candidarsi all'Eliseo. Ha presentato ricorso in Cassazione. Se fosse esclusa, il candidato sarebbe il presidente del partito, Jordan Bardella, che in diversi sondaggi risulta il più forte.

Gli obiettivi europei. Il partito non propone più l'uscita della Francia dall'Unione né dall'euro, come faceva fino al 2017. I punti principali sono:

  • la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, in generale o almeno in materia di immigrazione, anche tramite referendum;
  • il dimezzamento del contributo netto della Francia al bilancio europeo, annunciato da Bardella nel giugno 2026, da negoziare con Bruxelles anche con un braccio di ferro;
  • un controllo più stretto delle frontiere e il principio della "priorità nazionale";
  • una ridefinizione del ruolo della NATO, senza uscirne, e un sostegno militare all'Ucraina più limitato.

Le reazioni. A Bruxelles si discute di chiudere il bilancio europeo 2028-2034 prima delle presidenziali francesi; Bardella lo ha definito un tentativo di blindarlo contro un cambio di maggioranza a Parigi. Gli analisti critici osservano che dichiarare la prevalenza del diritto nazionale sarebbe facile e rapido, ma metterebbe in discussione il funzionamento stesso del mercato unico, basato su regole comuni.

Reform UK (Regno Unito): difendere la Brexit

Dove si trova oggi. Il Regno Unito è fuori dall'Unione dal 2020, quindi l'obiettivo di Farage non è cambiare l'UE ma il rapporto con essa. Reform UK è stato a lungo in testa ai sondaggi, con circa dieci punti di vantaggio ancora a maggio 2026; durante l'estate le polemiche sulle donazioni hanno ridotto il vantaggio. Nel luglio 2026 Farage si è dimesso da deputato ed è stato rieletto nelle elezioni suppletive di Clacton.

Gli obiettivi europei. Reform UK si oppone al "reset" negoziato dal governo laburista tra il 2024 e il 2026: accordo su sicurezza e difesa, regole comuni sui controlli alimentari, mobilità per i giovani, pesca. Un governo Farage punterebbe a ridurre o rimettere in discussione questi accordi.

Le reazioni. L'Unione ha chiesto nelle trattative una sorta di "clausola Farage", cioè compensazioni se un futuro governo britannico si ritirasse dagli accordi. Va detto che, secondo i sondaggi, la maggioranza dei britannici oggi considera la Brexit un errore e sostiene il riavvicinamento, anche se una minoranza più ridotta vorrebbe rientrare nell'UE.

Vox (Spagna): un nuovo trattato e la Costituzione sopra il diritto europeo

Dove si trova oggi. Vox arriva alle elezioni del 29 novembre con i sondaggi al massimo storico, tra il 17 e il 19,6%. Governa già in coalizione con il Partido Popular in diverse regioni, e nella media dei sondaggi PP e Vox insieme superano la maggioranza assoluta. Santiago Abascal è anche presidente del partito europeo dei Patrioti.

Gli obiettivi europei. Il programma completo per il voto non era ancora stato pubblicato a metà ottobre; dalle posizioni note emergono:

  • un nuovo trattato che restituisca poteri agli Stati;
  • la prevalenza della Costituzione spagnola sul diritto europeo nelle materie di interesse nazionale;
  • la revisione degli accordi commerciali dell'UE con il Mercosur e con il Marocco, per tutelare agricoltori e pescatori;
  • una linea molto dura sull'immigrazione, tema centrale della campagna.

Il punto chiave. In caso di vittoria della destra, Vox sarebbe con ogni probabilità il partner minore di un governo guidato dal PP, che appartiene al Partito Popolare Europeo. Quanto delle sue proposte europee entrerebbe nel programma di governo dipenderebbe dalla trattativa tra i due partiti.

Fratelli d'Italia (Italia): cambiare l'Europa dall'interno

Dove si trova oggi. Giorgia Meloni governa dal 2022: per l'Italia, quindi, una "vittoria" significherebbe una riconferma. Fratelli d'Italia fa parte dei Conservatori europei (ECR), un gruppo che non chiede l'uscita dall'Unione ma un'Europa più confederale, con meno competenze a Bruxelles.

Gli obiettivi europei. Il tratto distintivo è l'azione dentro le istituzioni:

  • sull'immigrazione, Meloni ha sostenuto il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, in vigore dal 12 giugno 2026, il regolamento sui rimpatri e i centri in Paesi terzi sul modello dell'accordo con l'Albania; a ottobre 2026 ha chiesto di rivedere le norme sulle procedure di frontiera per renderle più efficaci;
  • sulla politica estera, un sostegno all'Ucraina più netto rispetto ad altri partiti di quest'area;
  • sull'economia, maggiore flessibilità sulle regole di bilancio e sulle scadenze del Green Deal.

Le reazioni. I sostenitori rivendicano di aver spostato il dibattito europeo sulla migrazione, ottenendo che molti governi seguissero la linea italiana. I critici, tra cui organizzazioni per i diritti umani, sostengono che la strategia di esternalizzazione delle frontiere sollevi problemi di tutela dei diritti e che il Patto, con il principio del Paese di primo ingresso, possa ritorcersi contro l'Italia.

AfD (Germania): smontare l'UE com'è oggi, con la "Dexit" come ultima carta

Dove si trova oggi. L'AfD è primo partito nei sondaggi, attorno al 28%, davanti alla CDU del cancelliere Merz. Gli altri partiti tedeschi mantengono finora il cosiddetto "cordone sanitario", cioè il rifiuto di governare con l'AfD.

Gli obiettivi europei. Il 21 ottobre 2026 il partito ha presentato un documento strategico sull'Europa che sposta l'accento dall'uscita alla trasformazione dell'Unione:

  • sostituire la Corte di giustizia dell'UE con un meccanismo di arbitrato tra Stati;
  • abolire l'elezione diretta del Parlamento europeo, con eurodeputati nominati dai parlamenti nazionali;
  • dare agli Stati possibilità di non partecipare (opt-out) e di veto su molte politiche comuni, dall'immigrazione alla difesa;
  • ridurre i versamenti tedeschi al bilancio europeo e al minimo la redistribuzione tra Paesi;
  • abbandonare l'obiettivo di neutralità climatica e lo stop alle auto a benzina e diesel nel 2035;
  • mantenere il mercato unico, puntare sull'autonomia strategica rispetto a Stati Uniti e Cina, ma no a un esercito europeo.

Se queste riforme non fossero ottenute, il documento prevede un referendum sulla permanenza della Germania nell'UE. Alcuni osservatori leggono il testo come un compromesso tra chi nel partito vuole la Dexit e chi la considera controproducente. I sondaggi indicano che oltre l'80% dei tedeschi è favorevole all'appartenenza all'Unione.

Il confronto in una tabella

RN (Francia)Reform UKVox (Spagna)FdI (Italia)AfD (Germania)
Uscita dall'UE Non più nel programma Già fuori No No Referendum come ultima risorsa
Diritto nazionale sopra quello UE Sì — Sì (Costituzione) Non come proposta formale Sì, e Corte UE sostituita
Bilancio UE Contributo francese dimezzato — Meno poteri a Bruxelles Più flessibilità Meno versamenti, meno redistribuzione
Immigrazione Controllo nazionale Stretta nazionale Linea molto dura Patto UE, rimpatri, hub esterni Opt-out dalle regole comuni
Gruppo europeo Patrioti — Patrioti ECR Nazioni Sovrane
Prossimo voto 2027 Entro il 2029 29 nov. 2026 Entro il 2027 Entro il 2029

Cosa li unisce

L'idea di un'Europa delle nazioni, con meno poteri alla Commissione e alla Corte di giustizia, una politica migratoria più restrittiva, la difesa delle identità nazionali e una forte diffidenza verso il Green Deal. Su questi principi generali le dichiarazioni dei cinque partiti si somigliano molto.

Le proposte in contrasto tra loro

Il quadro cambia quando si passa dai principi alle proposte concrete. Ogni partito difende l'interesse del proprio Paese, ed è coerente con il suo programma; ma se le proposte venissero applicate tutte insieme, in diversi casi si annullerebbero o si scontrerebbero a vicenda.

1. Migranti e asilo: chi accoglie chi?

È il contrasto più evidente, perché dipende dalla geografia.

  • Italia e Spagna sono Paesi di primo ingresso: le persone che attraversano il Mediterraneo arrivano qui. L'interesse di questi Paesi è ridurre le partenze, ma anche ottenere che gli altri Stati europei si facciano carico di una parte di chi arriva.
  • Germania e Francia sono soprattutto Paesi di destinazione: molti richiedenti asilo si spostano verso nord dopo l'arrivo. L'interesse di un governo AfD o RN sarebbe rimandarli nel Paese di primo ingresso, come prevede il principio di Dublino confermato dal nuovo Patto.

Il risultato è un paradosso: le stesse forze che si dichiarano alleate sul tema dell'immigrazione hanno interessi opposti. L'AfD chiede di poter non partecipare (opt-out) alle politiche migratorie comuni, cioè anche ai meccanismi di solidarietà verso i Paesi di arrivo; il RN vuole che il diritto francese prevalga su quello europeo in materia di immigrazione. Se queste linee si affermassero, Italia e Spagna resterebbero con più responsabilità e meno aiuti.

Le tensioni si vedono già oggi. Con l'entrata in vigore del Patto, nell'estate 2026 diversi Paesi europei hanno annunciato di voler riprendere i trasferimenti verso l'Italia dei richiedenti asilo arrivati qui per primi, mentre i ricollocamenti dai Paesi del Mediterraneo verso il resto d'Europa previsti per il 2026 riguardano meno di novemila persone. Il governo Meloni, che ha sostenuto il Patto, insiste che la priorità sia fermare gli arrivi irregolari piuttosto che discutere della loro distribuzione; i critici osservano che proprio il principio del primo ingresso rischia di pesare soprattutto sull'Italia.

2. Il bilancio europeo: chi paga e chi riceve

  • Il RN vuole dimezzare il contributo netto della Francia; l'AfD vuole ridurre i versamenti tedeschi e portare al minimo la redistribuzione tra Paesi.
  • Ma Italia e Spagna ricevono una parte importante dei fondi europei, a cominciare da quelli per l'agricoltura e per la coesione delle regioni più deboli.

Un'Europa con meno soldi da Parigi e Berlino significa meno fondi per il Sud, oppure più contributi chiesti agli altri Paesi, compresa l'Italia. È difficile che un governo italiano o spagnolo, di qualunque colore, possa sostenere una proposta del genere senza danneggiare i propri cittadini.

3. Agricoltori e commercio

  • Vox fa della difesa di agricoltori e pescatori uno dei suoi temi principali: vuole rivedere gli accordi con Mercosur e Marocco proprio per proteggerli.
  • Ma gli agricoltori spagnoli, come quelli italiani, dipendono in larga parte dalla Politica agricola comune, finanziata dal bilancio europeo che RN e AfD vogliono ridurre.

Proteggere gli agricoltori dalla concorrenza esterna e, allo stesso tempo, tagliare le risorse che li sostengono sono obiettivi difficili da tenere insieme.

4. Sovranità del diritto e mercato unico

  • L'AfD dichiara di voler mantenere il mercato unico, ma sostituire la Corte di giustizia europea, cioè l'organo che garantisce che le regole del mercato siano applicate allo stesso modo ovunque.
  • RN e Vox vogliono che il diritto nazionale prevalga su quello europeo.

Se ogni Paese potesse disapplicare le regole comuni quando lo ritiene opportuno, le imprese che esportano, molte delle quali italiane, tedesche e spagnole, perderebbero la garanzia di vendere in tutta Europa alle stesse condizioni. I sostenitori rispondono che la sovranità nazionale va recuperata anche a costo di qualche complicazione; i critici che senza un arbitro comune il mercato unico smette di essere tale.

5. Difesa, Russia e Ucraina

  • Il governo Meloni sostiene con decisione l'Ucraina e la cooperazione europea nella difesa.
  • Il RN propone un sostegno militare a Kiev più limitato e una ridefinizione del ruolo della NATO; l'AfD è contraria agli aiuti militari e a un esercito europeo.
  • Reform UK si oppone al pacchetto di riavvicinamento con l'UE, che comprende anche il patto su sicurezza e difesa, proprio mentre i Paesi europei cercano di rafforzare la collaborazione con Londra.

Su questo tema i cinque partiti non hanno una linea comune: la differenza tra Roma da una parte e Parigi o Berlino dall'altra sarebbe netta.

6. Nemmeno la stessa casa in Europa

Infine un dato che riassume tutto: al Parlamento europeo questi partiti sono divisi in tre gruppi diversi. Non è un dettaglio tecnico: riflette differenze reali su Russia, metodi e alleanze, che rendono difficile immaginare un fronte unico capace di governare l'Unione insieme.

Il contesto: un'Europa stretta tra Stati Uniti, Cina e Russia

Tutto questo avviene in un mondo in cui le grandi potenze agiscono in modo sempre più deciso e unilaterale:

  • la Russia combatte in Ucraina dal febbraio 2022, e la sicurezza del continente dipende da quanto gli europei sapranno sostenere Kiev e riarmarsi;
  • gli Stati Uniti dell'amministrazione Trump usano dazi e pressioni anche verso gli alleati, come mostrano le tensioni commerciali e la vicenda della Groenlandia;
  • la Cina domina intere filiere strategiche, dalle materie prime critiche alle batterie e alle auto elettriche, da cui l'industria europea dipende.

Washington, Pechino e Mosca prendono decisioni in giorni o settimane. L'Unione europea, in molti campi, deve mettere d'accordo 27 governi.

Il nodo del veto: dove l'Europa decide e dove si blocca

Va precisato un punto spesso frainteso: non è vero che l'UE non decide nulla. Circa l'80% della legislazione europea si approva a maggioranza qualificata, cioè senza che un singolo Paese possa bloccarla: mercato unico, clima, regole digitali, gran parte delle norme sulla migrazione. L'unanimità resta invece obbligatoria proprio nei campi più legati alla geopolitica: politica estera e sanzioni, difesa, allargamento, bilancio pluriennale, fiscalità e modifiche dei trattati.

È qui che un solo governo può fermare gli altri 26. Secondo uno studio dello University College London, i veti esercitati su politica estera, bilancio e allargamento sono stati decine. Il caso più citato è quello dell'Ungheria, che negli ultimi anni ha bloccato o ritardato più volte aiuti all'Ucraina e sanzioni contro la Russia. Per aggirare questi blocchi l'UE ha dovuto ricorrere a strumenti alternativi, come la cooperazione rafforzata tra un gruppo di Paesi, usata nel 2026 per il prestito da 90 miliardi a Kiev.

Il 1° settembre 2026 undici governi, tra cui Germania, Francia e Spagna, hanno chiesto di passare alla maggioranza qualificata almeno in alcune decisioni di politica estera. L'Italia non era tra i firmatari. C'è però un ostacolo che gli esperti chiamano "trappola dell'unanimità": la clausola che permette di abbandonare il veto, detta passerella, va a sua volta approvata all'unanimità. Basta quindi un solo Paese contrario per mantenere tutto com'è.

Il paradosso dei partiti sovranisti

Qui si apre un altro contrasto, questa volta tra obiettivi e strumenti. Diversi di questi partiti denunciano un'Europa debole e irrilevante di fronte a Stati Uniti e Cina: l'AfD parla esplicitamente di "autonomia strategica". Ma le loro proposte vanno nella direzione di più veti, più eccezioni nazionali e meno regole comuni, cioè esattamente il meccanismo che oggi rallenta le decisioni.

I sostenitori rispondono che la legittimità democratica sta nelle nazioni, che un'Europa forte deve essere un'alleanza di Stati sovrani e non un super-Stato, e che il veto protegge i Paesi più piccoli dalla prepotenza dei più grandi. Anche tra gli europeisti, del resto, non tutti vogliono abolirlo: molti Stati medi e piccoli lo considerano una garanzia irrinunciabile. I critici replicano che un'Unione con 27 diritti di veto è facile da dividere, e che le potenze esterne lo sanno bene: basta convincere un solo governo per bloccare tutti.

Un referendum europeo sarebbe la soluzione?

È un'idea che torna periodicamente. Ecco a che punto siamo.

Cosa esiste oggi. Non esiste un referendum europeo. C'è l'Iniziativa dei cittadini europei: con un milione di firme raccolte in almeno sette Paesi si può chiedere alla Commissione di proporre una legge, ma la Commissione non è obbligata a farlo. Nel 2018 la Commissione ha respinto la richiesta di un referendum europeo sulla Brexit proprio perché i trattati non prevedono alcuna base giuridica per un voto del genere.

Cosa è stato proposto. Nel 2022 la Conferenza sul futuro dell'Europa, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di cittadini, ha raccomandato referendum europei in casi eccezionali, su questioni di grande importanza per tutti. Nel 2023 il Parlamento europeo ha inserito nelle sue proposte di riforma dei trattati un meccanismo per referendum su scala UE, con una doppia maggioranza: una proposta passerebbe solo con la maggioranza dei cittadini europei e anche la maggioranza dei voti in un numero sufficiente di Paesi. Le stesse proposte chiedevano di estendere il voto a maggioranza in Consiglio.

Gli argomenti a favore.

  • Le grandi scelte verrebbero prese dai cittadini, non da un singolo governo che può bloccare tutti.
  • Darebbe all'Unione una legittimità democratica diretta, rispondendo a chi la accusa di essere lontana dalle persone.
  • Con la doppia maggioranza, i Paesi piccoli non verrebbero schiacciati da quelli più popolosi.
  • Creerebbe per la prima volta un vero dibattito pubblico europeo, invece di 27 dibattiti nazionali separati.

Gli argomenti contro.

  • Per introdurlo serve una modifica dei trattati, che richiede l'unanimità e la ratifica di tutti i Paesi: lo stesso ostacolo che si vorrebbe superare.
  • Un referendum è lento: non è adatto a decisioni urgenti come sanzioni, aiuti militari o risposte a una crisi.
  • I referendum tendono a polarizzare e a trasformarsi in voti sui governi nazionali, come accadde nel 2005 con i "no" di Francia e Paesi Bassi alla Costituzione europea.
  • Una campagna su scala continentale sarebbe un bersaglio ideale per disinformazione e interferenze esterne.
  • Le questioni europee sono spesso tecniche e difficili da ridurre a un sì o a un no.

Le alternative discusse. Chi cerca soluzioni più rapide punta su strumenti già previsti dai trattati: estendere la maggioranza qualificata con la clausola passerella, l'astensione costruttiva (un Paese non vota a favore ma non blocca gli altri), la cooperazione rafforzata tra gruppi di Paesi volenterosi, e le assemblee di cittadini estratti a sorte per i temi più controversi.

È interessante notare che anche i partiti di cui parliamo propongono referendum, ma nazionali: il RN sull'immigrazione e sul primato del diritto francese, l'AfD sulla permanenza della Germania nell'Unione. Il referendum europeo, invece, è soprattutto una proposta dei federalisti e del Parlamento europeo. Lo stesso strumento, insomma, viene invocato per andare in due direzioni opposte: meno Europa o più Europa.

Cosa aspettarsi se vincessero: gli scenari

1. Un Consiglio europeo più diviso

Con Francia o Germania guidate da questi partiti, i veti nelle materie che richiedono l'unanimità diventerebbero più frequenti e pesanti, e le proposte di superarli avrebbero ancora meno possibilità di passare. Per i sostenitori sarebbe il ritorno del controllo democratico nazionale su decisioni oggi prese a Bruxelles; per i critici, il rischio è la paralisi proprio quando l'Europa deve trattare con Stati Uniti, Cina e Russia. E come abbiamo visto, i veti non sarebbero solo contro Bruxelles, ma anche tra governi della stessa area politica.

2. Lo scontro sul bilancio 2028-2034

Il prossimo bilancio pluriennale si negozia in questi mesi. Un governo francese che dimezza il proprio contributo costringerebbe gli altri a pagare di più o a tagliare programmi: fondi agricoli, coesione, ricerca. È il terreno dove l'Italia, beneficiaria di molti fondi, ha più da perdere.

3. Il primato del diritto europeo messo in discussione

Se più Paesi dichiarassero il proprio diritto superiore a quello europeo, le regole comuni del mercato unico, dalla concorrenza alla sicurezza dei prodotti, rischierebbero di applicarsi in modo diverso da Paese a Paese. I sostenitori parlano di sovranità riconquistata; i critici ricordano che proprio le regole comuni permettono alle imprese, comprese quelle italiane, di vendere in tutta Europa alle stesse condizioni.

4. Immigrazione ancora più restrittiva, ma più conflittuale

La direzione è già tracciata: il nuovo Patto su migrazione e asilo e il regolamento sui rimpatri sono stati approvati con i voti di popolari e conservatori. Una vittoria di questi partiti accelererebbe le procedure di frontiera e gli accordi con Paesi terzi, ma riaprirebbe lo scontro tra Paesi di arrivo e Paesi di destinazione su chi deve accogliere, con l'Italia in prima linea.

5. Green Deal rallentato

Lo stop alle auto a combustione nel 2035, gli obiettivi climatici e diverse norme ambientali sarebbero sotto pressione. Per chi li sostiene, si eviterebbero costi eccessivi per famiglie e imprese; per i critici, si perderebbero investimenti e competitività in settori dove la Cina corre veloce.

6. Ucraina e rapporto con il Regno Unito

Un indebolimento del sostegno a Kiev da parte di Francia o Germania cambierebbe gli equilibri della guerra e della sicurezza europea. Un governo Farage potrebbe invece frenare la cooperazione con l'UE su difesa e commercio, proprio mentre Londra e Bruxelles si erano riavvicinate.

I limiti: perché non tutto cambierebbe

  • I trattati: modificarli richiede l'accordo di tutti i 27 Paesi e la ratifica nazionale, spesso con referendum. Riforme radicali come l'abolizione dell'elezione diretta del Parlamento europeo sono quindi molto difficili, esattamente come lo è l'abolizione del veto.
  • Le coalizioni: in Spagna e probabilmente in Germania questi partiti dovrebbero governare con altri, che hanno posizioni più europeiste.
  • I mercati: Paesi con debito alto, come Francia e Italia, dipendono dalla fiducia degli investitori e dalla Banca centrale europea, e questo limita le scelte di rottura.
  • Gli elettori: in Germania la grande maggioranza dei cittadini vuole restare nell'UE, e anche nel Regno Unito prevale il desiderio di rapporti più stretti con l'Europa.

Il commento di PINET

Raccontare questi cinque partiti come un'unica "onda" è comodo, ma poco utile. Sull'Europa vogliono cose diverse e in parte incompatibili: chi taglia il bilancio comune danneggia chi ne riceve i fondi, e chi vuole rimandare i migranti verso i Paesi di arrivo entra in conflitto con chi quei migranti li riceve per primo. È la contraddizione di fondo di un'alleanza tra nazionalismi: ognuno mette al primo posto il proprio Paese, e quando gli interessi divergono non c'è un interesse comune superiore a cui appellarsi.

Sullo sfondo resta la domanda più grande: come può un'Unione di 27 Paesi decidere abbastanza in fretta in un mondo dominato da potenze che non aspettano nessuno, senza perdere il consenso dei propri cittadini? Il veto, la maggioranza qualificata, un referendum europeo sono risposte diverse alla stessa domanda, e ciascuna ha costi. Vale la pena che se ne discuta apertamente, perché dalla risposta dipende quanto l'Europa conterà nei prossimi anni.

Per un lettore italiano la domanda più concreta non è se "vincerà la destra", ma quale idea di Europa prevarrà tra quelle in campo, e con quali conseguenze su fondi, commercio, sicurezza e diritti. Il consiglio è semplice: leggere i programmi, non gli slogan, e seguire i prossimi appuntamenti, a partire dal voto spagnolo del 29 novembre e dalla trattativa sul bilancio europeo. Su PINET continueremo a farlo, dando conto delle posizioni di tutti.

Giancarlo Finesso

Fonti:
Euronews, Il Sole 24 Ore, Domani, Il Foglio, Orizzonti Politici (vicenda giudiziaria di Le Pen e presidenziali 2027); Politico, Europe 1, Public Sénat, LCP, Jacques Delors Centre, Le Monde via Astrid (programma europeo del RN); Centre for European Reform, New Union Post, Eurasia Review, BritPolls (Reform UK e rapporti UE-Regno Unito); El Independiente, politicaelectoral.com, Euronews (Vox e voto del 29 novembre); Euronews, Il Foglio, Today, Stranieri in Italia (governo Meloni, Patto su migrazione e asilo, ricollocamenti); Le Grand Continent, The Telegraph via AOL, TimesLIVE, Harici (documento europeo dell'AfD e sondaggi); Euronews, Kyiv Post, EU Insider, Brussels Report (veto e maggioranza qualificata); Camera dei deputati, Parlamento europeo, Agence Europe, Decisione (UE) 2018/1905 della Commissione (Conferenza sul futuro dell'Europa e referendum europeo).