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Attenzione: si tratta di un progetto di ricerca ancora in corso, non di un prodotto già sul mercato. POLYMERS-5B è un'iniziativa europea che vuole ricavare plastiche di origine biologica dagli scarti della filiera del pomodoro e dell'olio d'oliva, due colonne dell'agroindustria mediterranea. Il lavoro è partito il 1 giugno 2024 e durerà fino al 31 maggio 2028.

Che cos'è POLYMERS-5B

Il nome completo è lungo quanto l'ambizione: Synthesis of Bio-based and Biodegradable polymers from monomers from renewable Biowastes via Biocatalysis and Green Chemistry to contribute to European Circular Bioeconomy. Si tratta di una Research and Innovation Action finanziata dal partenariato pubblico-privato Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU) nell'ambito di Horizon Europe (convenzione di sovvenzione 101157840). Secondo la scheda CORDIS il costo totale è di 5.264.779 euro, coperti interamente dal contributo europeo.

Il consorzio conta 12 partner di sei Paesi ed è coordinato dall'Instituto Superior Técnico di Lisbona (tramite IST-ID). Ne fanno parte istituti di ricerca come la Max-Planck-Gesellschaft, il Latvian State Institute of Wood Chemistry, la Facoltà di Tecnologia di Novi Sad e Fundació Eurecat, aziende e centri tecnologici come IDENER, Chiralvision, CENTIMFE, ISQ&CTAG Automotive Technologies e Iber-Oleff, oltre alla casa di moda per bambini Bobo Choses e due realtà italiane: Bonlex Europe e NSBProject, quest'ultima responsabile della comunicazione e della diffusione dei risultati.

Come funziona

Il punto di partenza sono i residui della trasformazione del pomodoro, quelli della filiera dell'olio d'oliva, la polpa di legno e derivati della lignina: biomasse di seconda generazione, cioè sottoprodotti agroindustriali e non colture alimentari. Da questi materiali vengono estratti monomeri rinnovabili, i mattoni chimici con cui si costruiscono i polimeri.

La sintesi combina biocatalisi e chimica verde. L'idea, spiegano i partner, è produrre poliesteri e poliammidi senza ricorrere a temperature e pressioni estreme e riducendo l'uso di reagenti aggressivi o tossici. Le simulazioni, aiutate da strumenti di machine learning, servono a prevedere le proprietà dei polimeri prima di produrli e a ottimizzare i processi per minimizzare scarti e inquinamento. I polimeri più promettenti vengono poi portati a scala pilota e miscelati in biocompositi.

Gli obiettivi dichiarati

Dalla scheda del progetto sul sito di NSBProject emergono obiettivi quantitativi: almeno 12 monomeri rinnovabili, nuovi polimeri da almeno quattro famiglie (tra cui poliesteri, poliammidi, PEF e polifenoli), almeno 12 polimeri su misura e almeno 12 biocompositi o prototipi. Il progetto punta a sostituire materiali fossili come PU, PET, ABS e resine amminiche in quattro settori: tessile, automotive, arredo e resine polimeriche. Sul fronte ambientale l'obiettivo è tagliare del 50% consumi energetici ed emissioni di gas serra rispetto alle alternative di origine fossile. Il progetto parte dal dato che oltre il 97% delle plastiche deriva oggi da fonti fossili.

A che punto è

Qui occorre prudenza. La pagina del progetto sul sito CBE JU non riporta ancora risultati tecnici. Alcuni dati sono però stati presentati in occasione di EUBCE 2026 e ripresi dalla stampa specializzata italiana: secondo Rinnovabili.it la piattaforma ha raggiunto il livello di maturità tecnologica TRL 5, con un impianto pilota capace di produrre fino a 15 kg per lotto, e i primi polimeri avrebbero una temperatura di transizione vetrosa pari o superiore a 80 gradi, adatta allo stampaggio industriale, con un'impronta di carbonio fino al 50% inferiore agli equivalenti fossili. Sono valori dichiarati dal progetto, non verificati da terzi, e vanno letti come tali.

Un contributo concreto arriva anche dall'analisi di mercato: lo strumento di intelligenza artificiale C-Tech Navigator, usato da NSBProject, ha mappato il mercato europeo per individuare dove questi polimeri potrebbero collocarsi rispetto al PEF, adatto a imballaggi rigidi per bevande, e ai PHA, biodegradabili ma poco resistenti al calore dei processi industriali. Le applicazioni indicate sono interni e pannelli per auto, filati ad alta tenacità per tessuti tecnici e moda, film flessibili per il contatto alimentare e resine per il design. Secondo Innovation Post, NSBProject presenterà a EUBCE 2026 dati di validazione industriale; secondo Rinnovabili.it l'Europa genera circa 120 milioni di tonnellate di scarti agroalimentari all'anno.

Perché può essere replicabile

Il modello non dipende da una località: pomodoro e olio d'oliva sono filiere diffuse in tutto il Mediterraneo, e il progetto è costruito proprio per collegare chi genera il residuo, chi lo trasforma in monomeri e chi lo usa nel prodotto finale (un fornitore automotive, un produttore di tessuti). Per un distretto agroindustriale la logica replicabile è quella della simbiosi: mappare i volumi di residui, verificarne la qualità costante e coinvolgere fin dall'inizio un utilizzatore industriale disposto a validare il materiale. La sintesi a basse temperature e pressioni, se confermata su scala maggiore, ridurrebbe inoltre gli ostacoli impiantistici.

Il commento di PINET

Per l'Italia, grande Paese di trasformazione del pomodoro e produttore di olio, il tema è concreto: i distretti agroindustriali del Sud e dell'Emilia-Romagna convivono con grandi quantità di residui, e un impiego a più alto valore sarebbe interessante per frantoi, conserviere e consorzi. Il percorso però è lungo: la scala di un pilota da 15 kg a lotto è lontanissima da quella industriale, e restano da dimostrare costi competitivi, stabilità di approvvigionamento e conformità normativa, soprattutto per i materiali a contatto con gli alimenti. Conviene quindi seguire il progetto come segnale della direzione della ricerca europea, senza aspettarsi plastiche bio da pomodoro sugli scaffali nel breve periodo; il 2028, anno di chiusura, sarà il vero banco di prova per verificare i dati dichiarati.

Fonti

Immagine: Magda Ehlers su Pexels (licenza Pexels).