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Lun, Ott
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Ricerca di laboratorio, non un intervento già realizzato. Un gruppo di ingegneri civili del Mepco Schlenk Engineering College, in India, ha messo a punto e testato in laboratorio un calcestruzzo che sostituisce parte della sabbia con zeolite e una piccola frazione del cemento con biochar di bambù. Il risultato, descritto in uno studio pubblicato sulla rivista Carbon Research e tornato all'attenzione di stampa e comunicati scientifici nel settembre 2026, è un materiale che nelle prove è risultato più resistente di un calcestruzzo tradizionale e, allo stesso tempo, capace di catturare anidride carbonica dall'ambiente. Si tratta di una prova di principio: nessun cantiere, nessuna produzione industriale, ma dati misurati e verificabili che indicano una direzione interessante per chi si occupa di materiali da costruzione a basse emissioni.

Lisbona — 2026. Non è ancora un impianto in funzione, ma un progetto di ricerca europeo che sta muovendo i primi passi fuori dal laboratorio: negli stabilimenti pilota di dodici organizzazioni di sette Paesi, tra cui due aziende italiane, gli scarti della lavorazione del pomodoro e i residui della filiera dell'olio d'oliva vengono trasformati in lotti sperimentali di bioplastica, con l'obiettivo dichiarato di ottenere un materiale in grado di competere, per prestazioni tecniche, con la plastica di origine fossile. Il progetto si chiama POLYMERS-5B, è finanziato dall'Unione Europea con oltre 5,2 milioni di euro e punta a un traguardo preciso: dimezzare consumo energetico ed emissioni di gas serra rispetto ai polimeri petrolchimici equivalenti.

Coordinato dall'Instituto Superior Técnico di Lisbona, il progetto è ancora a uno stadio di maturità tecnologica intermedio — i ricercatori parlano di TRL5, cioè lotti pilota riproducibili ma lontani dalla produzione industriale — e non ha quindi ancora un impianto, un gestore né una filiera commerciale in grado di rilasciare dati di impatto misurati su scala reale. Per questo motivo il caso rientra tra le sperimentazioni ancora in fase di validazione: un caso comunque ben documentato, con un consorzio nominato, un finanziamento pubblico verificabile e obiettivi tecnici precisi, ma non un intervento già operativo sul territorio.

San Pietro Mosezzo (Novara) — 2026. Una maglietta lasciata nel cassonetto della raccolta tessile a Milano o a Torino può, nel giro di poche settimane, tornare in circolazione non come vestito ma come imbottitura isolante, come tessuto non tessuto per l'abitacolo di un'auto o come fibra pronta per essere filata di nuovo. È quello che promette di fare, su scala industriale, l'hub per il riciclo tessile inaugurato il 21 settembre 2026 a San Pietro Mosezzo, in provincia di Novara: un impianto completamente automatizzato, realizzato con un investimento di circa 8 milioni di euro dalla società Igers, controllata dal gruppo Haiki+ quotato su Euronext Growth Milan, capace di trattare fino a 19.000 tonnellate l'anno di rifiuti tessili e di recuperarne oltre il 96 per cento come materia prima seconda. Al taglio del nastro, il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha sintetizzato così il senso dell'operazione: "I rifiuti, da scarto, possono diventare risorsa".

A Robecco sul Naviglio, nell'hinterland milanese, un impianto di depurazione delle acque reflue produce ogni giorno qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato semplicemente smaltito come rifiuto: sabbia. Dal 24 luglio 2026 quella sabbia ha smesso ufficialmente di essere uno scarto. La Città Metropolitana di Milano ha infatti autorizzato CAP Evolution, la società del Gruppo CAP dedicata all'economia circolare, a commercializzarla come aggregato riciclato certificato, pronto per essere impiegato in cantieri edili e infrastrutturali al posto della sabbia estratta dalle cave.

È un passaggio che sembra tecnico — un'autorizzazione amministrativa, qualche norma tecnica, un marchio CE — ma che chiude un percorso avviato anni prima e affronta un problema tutt'altro che marginale: la sabbia è, dopo l'acqua, la risorsa naturale più consumata al mondo, e le cave italiane ed europee mostrano segnali crescenti di esaurimento. Trasformare uno scarto della depurazione urbana in materiale da costruzione certificato non è solo un esercizio di economia circolare: è un modo per alleggerire la pressione su un settore estrattivo sempre più sotto stress.

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