Lisbona — 2026. Non è ancora un impianto in funzione, ma un progetto di ricerca europeo che sta muovendo i primi passi fuori dal laboratorio: negli stabilimenti pilota di dodici organizzazioni di sette Paesi, tra cui due aziende italiane, gli scarti della lavorazione del pomodoro e i residui della filiera dell'olio d'oliva vengono trasformati in lotti sperimentali di bioplastica, con l'obiettivo dichiarato di ottenere un materiale in grado di competere, per prestazioni tecniche, con la plastica di origine fossile. Il progetto si chiama POLYMERS-5B, è finanziato dall'Unione Europea con oltre 5,2 milioni di euro e punta a un traguardo preciso: dimezzare consumo energetico ed emissioni di gas serra rispetto ai polimeri petrolchimici equivalenti.
Coordinato dall'Instituto Superior Técnico di Lisbona, il progetto è ancora a uno stadio di maturità tecnologica intermedio — i ricercatori parlano di TRL5, cioè lotti pilota riproducibili ma lontani dalla produzione industriale — e non ha quindi ancora un impianto, un gestore né una filiera commerciale in grado di rilasciare dati di impatto misurati su scala reale. Per questo motivo il caso rientra tra le sperimentazioni ancora in fase di validazione: un caso comunque ben documentato, con un consorzio nominato, un finanziamento pubblico verificabile e obiettivi tecnici precisi, ma non un intervento già operativo sul territorio.
Dai pomodori e dalle olive al polimero: come funziona il processo
Il nome per esteso del progetto è "Synthesis of Bio-based and Biodegradable polymers from monomers from renewable Biowastes via Biocatalysis and Green Chemistry to contribute to European Circular Bioeconomy" — da cui l'acronimo POLYMERS-5B. L'idea di partenza è selezionare monomeri bio-rinnovabili ricavati da tre flussi di scarto che non competono con la filiera alimentare: i residui della lavorazione industriale del pomodoro, gli scarti della filiera dell'olio d'oliva e biomasse lignocellulosiche, cioè legno e residui legnosi di seconda generazione.
Da questi scarti il consorzio estrae i monomeri con "processi di estrazione ottimizzati e sostenibili", guidati da simulazioni basate su intelligenza artificiale che aiutano a prevedere quali combinazioni di monomeri diano origine ai polimeri più promettenti prima ancora di sintetizzarli in laboratorio. La sintesi vera e propria avviene poi tramite biocatalisi e chimica verde: polimerizzazione enzimatica condotta in condizioni blande di temperatura e pressione, che riduce l'uso di solventi rispetto ai processi chimici tradizionali impiegati per produrre plastiche fossili.
I numeri del progetto europeo POLYMERS-5B
POLYMERS-5B è finanziato dalla Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU), il partenariato pubblico-privato tra la Commissione Europea e il Bio-based Industries Consortium (BIC) che sostiene la ricerca sulla bioeconomia circolare, nell'ambito del bando HORIZON-JU-CBE-2023. Il contributo CBE JU ammonta a 5.264.779 euro (circa 5,6 milioni secondo l'arrotondamento usato dalla maggior parte della stampa specializzata). Il progetto è partito il 1° giugno 2024 e durerà fino al 31 maggio 2028, per un totale di quattro anni.
Il consorzio riunisce 12 organizzazioni in sette Paesi: oltre al coordinatore IST-ID — Instituto Superior Técnico per la Ricerca e lo Sviluppo di Lisbona, in Portogallo — partecipano il centro tecnologico portoghese Centimfe, l'azienda ISQ&CTAG Automotive Technologies e il produttore di componenti in plastica Iber-Oleff (tutti portoghesi), la Tehnoloski Fakultet di Novi Sad in Serbia, la società di ingegneria Idener e il centro di ricerca Fundació Eurecat in Spagna, insieme al marchio di abbigliamento per bambini Bobo Choses, l'olandese Chiralvision BV, specializzata in biocatalisi industriale, l'istituto tedesco Max Planck Gesellschaft, l'Istituto lettone di chimica del legno (Latvijas Valsts Koksnes Kimijas Instituts) e due aziende italiane.
Le due aziende italiane nel consorzio
La prima è NSBProject Srl, una società di consulenza specializzata in analisi tecnologica e biotecnologie che ha sviluppato una metodologia proprietaria, chiamata "AI-driven C-Tech Navigator", per valutare la competitività di nuove tecnologie rispetto al mercato. Sono suoi, secondo quanto riportato dalla stampa di settore, i co-fondatori Andrea Jester e Riccardo Varotto, che hanno inquadrato così il problema che il progetto prova ad affrontare: "Molte tecnologie bio-based oggi sul mercato costringono a un compromesso: il PEF garantisce ottime performance ma è ottimizzato quasi solo per il packaging rigido delle bevande, mentre i PHA eccellono nella biodegradabilità ma soffrono i trattamenti termici industriali". Secondo NSBProject, i materiali sviluppati da POLYMERS-5B punterebbero invece a colmare questo "market gap", capace di "combinare sostenibilità radicale, scalabilità e resistenza strutturale" per settori più esigenti come l'automotive e il tessile tecnico.
La seconda azienda italiana è Bonlex Europe Srl, con sede a Treviso e controllata dal gruppo giapponese C.I. Takiron Corporation, specializzata nella produzione di film decorativi per l'industria del mobile e del design d'interni. All'interno del consorzio, Bonlex Europe si occupa della caratterizzazione dei materiali sviluppati e della loro sperimentazione in componenti per l'arredo, uno dei quattro mercati di sbocco individuati dal progetto insieme ad automotive, tessile tecnico e imballaggi alimentari flessibili.
A che punto è la tecnologia: scala pilota e prossimi passi
Il progetto si trova oggi a un livello di maturità tecnologica TRL5, che nella scala usata dalla Commissione Europea indica una tecnologia validata in un ambiente rilevante ma non ancora a livello di dimostrazione industriale: in pratica, i lotti prodotti nell'impianto pilota raggiungono al momento fino a 15 chilogrammi per volta, una quantità sufficiente per caratterizzare il materiale e testarlo nei componenti dei partner industriali, ma ancora lontana da una produzione su scala di stabilimento.
I primi risultati tecnici comunicati dal consorzio, presentati alla conferenza EUBCE 2026 (European Biomass Conference and Exhibition), indicano una temperatura di transizione vetrosa pari o superiore a 80°C e un modulo di Young di circa 2 GPa, un valore di rigidità strutturalmente paragonabile a quello delle plastiche petrolchimiche tradizionali. L'obiettivo dichiarato dal progetto è una riduzione fino al 50% nel consumo energetico e nelle emissioni di gas serra rispetto ai polimeri fossili equivalenti, calcolata con un'analisi "cradle-to-gate" che considera le fasi dall'estrazione della materia prima fino all'uscita dal cancello dello stabilimento.
Perché conviene: 120 milioni di tonnellate di scarti l'anno
Il problema che POLYMERS-5B prova ad affrontare ha una scala enorme. Secondo le stime citate dal progetto, l'industria agroalimentare europea genera ogni anno circa 120 milioni di tonnellate di scarti potenzialmente utilizzabili come materia prima per nuovi materiali, oggi in larga parte non valorizzati. Pomodoro e olive sono due filiere particolarmente rilevanti per l'Italia, tra i principali produttori europei di entrambe le colture, dove gli scarti di lavorazione — bucce, semi, sanse, acque di vegetazione — rappresentano da tempo un costo di smaltimento per l'industria di trasformazione più che una risorsa.
Allo stesso tempo, la plastica di origine fossile resta oggi più economica da produrre rispetto alla maggior parte delle bioplastiche disponibili, e il vero banco di prova per tecnologie come POLYMERS-5B non sarà solo tecnico ma economico: riuscire a produrre polimeri bio-based a un costo competitivo, o comunque giustificabile per le aziende clienti grazie ai vincoli normativi europei sulla plastica monouso e sull'economia circolare. Un percorso di valorizzazione degli scarti che ha punti di contatto, pur con tecnologie diverse, con altri casi già raccontati su questo sito, come l'hub piemontese che ricicla gli scarti tessili in nuove fibre a San Pietro Mosezzo.
Cosa manca prima che diventi un'iniziativa operativa
Trattandosi di un progetto ancora in fase di validazione, la domanda più utile non è "cosa lo rende replicabile" ma cosa dovrebbe accadere prima che lo diventi. Alcuni elementi già presenti nel progetto lasciano intravedere un percorso realistico:
- Materia prima già disponibile e non in competizione con il cibo. Gli scarti di pomodoro, olive e legno usati come feedstock sono sottoprodotti di lavorazioni industriali già esistenti, non colture dedicate: non richiedono nuovo suolo agricolo né sottraggono raccolti alla filiera alimentare.
- Una filiera di partner industriali già individuata. La presenza nel consorzio di un produttore di componenti automotive (Iber-Oleff), di un centro tecnologico per lo stampaggio (Centimfe) e di un'azienda di arredo e design (Bonlex Europe) significa che, se la tecnologia dovesse superare la fase pilota, esisterebbero già acquirenti industriali pronti a testarla nei propri prodotti, invece di dover cercare un mercato da zero.
- Un finanziamento pubblico che copre proprio il salto più rischioso. I quattro anni di finanziamento CBE JU coprono esattamente la fase, tipicamente la più difficile da finanziare con capitali privati, tra la dimostrazione in laboratorio e la validazione in un ambiente industriale rilevante.
- Un obiettivo tecnico misurabile, non solo dichiarativo. Target come la riduzione del 50% di emissioni ed energia, o le soglie di temperatura di transizione vetrosa e modulo di Young, sono parametri verificabili che permetteranno, a fine progetto, di valutare oggettivamente se la tecnologia ha raggiunto le prestazioni promesse.
Ciò che manca, e che nessun comunicato del consorzio nasconde, è tutto il resto: un impianto dimostrativo a scala industriale, dati di impatto ambientale misurati su produzioni reali e non solo stimati, e un modello di costo che dimostri la competitività economica rispetto alla plastica fossile, non solo quella tecnica.
Il commento di PINET
Per l'Italia, primo produttore europeo di pomodoro da industria insieme alla Spagna e tra i maggiori produttori di olio d'oliva, un progetto come POLYMERS-5B tocca un nervo economico reale: la gestione degli scarti di queste due filiere è oggi soprattutto un costo, tra smaltimento e trattamento delle acque di vegetazione, più che un'opportunità industriale. I distretti agroindustriali del pomodoro, dal parmense al foggiano, e le filiere olearie pugliesi, calabresi e toscane sarebbero i territori più naturalmente coinvolti in una futura filiera di questo tipo, insieme alle imprese chimiche e della plastica tecnica già presenti sul territorio nazionale. Restano però ostacoli concreti da non sottovalutare: il progetto è ancora a TRL5, con lotti da 15 chili e non da tonnellate, e il salto verso un impianto dimostrativo richiederà investimenti che oggi non risultano ancora stanziati; inoltre, senza una spinta normativa o fiscale che penalizzi la plastica fossile o incentivi quella bio-based, la sola competitività tecnica difficilmente basterà a spostare la domanda industriale su larga scala. È un caso da seguire con interesse, non da salutare come una soluzione già pronta.
Fonti:
- POLYMERS-5B — Circular Bio-based Europe Joint Undertaking
- Polymers-5B — iBB, Instituto Superior Técnico di Lisbona
- Dagli scarti agroalimentari ai materiali avanzati: la sfida europea del progetto Polymers-5B — Innovation Post
- NSBProject, dagli scarti agroalimentari i biopolimeri del futuro di POLYMERS-5B — Affaritaliani
- Bioplastiche da scarti alimentari: il progetto POLYMERS-5B — Rinnovabili.it
- La trevigiana Bonlex Europe nel progetto delle plastiche bio — Il Nord Est