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San Pietro Mosezzo (Novara) — 2026. Una maglietta lasciata nel cassonetto della raccolta tessile a Milano o a Torino può, nel giro di poche settimane, tornare in circolazione non come vestito ma come imbottitura isolante, come tessuto non tessuto per l'abitacolo di un'auto o come fibra pronta per essere filata di nuovo. È quello che promette di fare, su scala industriale, l'hub per il riciclo tessile inaugurato il 21 settembre 2026 a San Pietro Mosezzo, in provincia di Novara: un impianto completamente automatizzato, realizzato con un investimento di circa 8 milioni di euro dalla società Igers, controllata dal gruppo Haiki+ quotato su Euronext Growth Milan, capace di trattare fino a 19.000 tonnellate l'anno di rifiuti tessili e di recuperarne oltre il 96 per cento come materia prima seconda. Al taglio del nastro, il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha sintetizzato così il senso dell'operazione: "I rifiuti, da scarto, possono diventare risorsa".

Come funziona l'hub: sei fasi per separare le fibre

L'impianto di San Pietro Mosezzo lavora attraverso un ciclo di sei fasi, orchestrato da 56 macchine e semi-macchine interconnesse e coordinate da un software proprietario. Il rifiuto tessile in ingresso viene prima sanificato in cabine a ozono, poi classificato con tecnologia iperspettrale a raggi infrarossi vicini (NIR), capace di riconoscere in automatico la composizione delle fibre e il colore di ogni capo. Segue una fase di selezione affidata a cabine di separazione balistica, che indirizzano i flussi già ordinati verso le linee di lavorazione successive.

Da qui il materiale passa a una fase di pulizia e sfibratura meccanica, che rimuove etichette, cerniere, bottoni ed elastici, seguita da un ulteriore passaggio di raffinazione della fibra per eliminare impurità e materiali non conformi. Il ciclo si chiude con la pressatura: presse intelligenti formano, pesano ed etichettano le balle di materiale pronte per il mercato. Ogni operazione compiuta sul singolo lotto viene registrata su blockchain, un sistema di tracciabilità digitale pensato per garantire, lotto per lotto, la provenienza e la qualità del materiale recuperato.

Dagli scarti alle fibre: dove finisce il materiale recuperato

Il tasso di recupero dichiarato, superiore al 96 per cento del rifiuto tessile in ingresso, si traduce in due famiglie principali di prodotti. Da un lato il tessuto non tessuto (TNT), impiegato in settori molto diversi tra loro come l'imballaggio, l'isolamento termoacustico, l'edilizia, la componentistica per l'automotive e il comparto medicale. Dall'altro lato fibre destinate alla filatura, riutilizzabili per produrre nuovi filati per l'abbigliamento e per il tessile per la casa e l'arredo. È una scelta di posizionamento non secondaria: anziché puntare tutto su un unico sbocco di mercato, l'impianto distribuisce l'output su filiere industriali già esistenti e con una domanda consolidata, riducendo il rischio commerciale tipico di chi lancia un materiale riciclato ancora poco conosciuto.

L'investimento e l'azienda dietro il progetto

L'operazione ha richiesto un investimento complessivo di circa 8 milioni di euro, di cui 1,3 milioni co-finanziati con fondi del PNRR nell'ambito del programma Next Generation EU. A realizzarlo è stata Igers, società controllata dal gruppo Haiki+, quotato su Euronext Growth Milan e già attivo nel riciclo di rifiuti elettronici, batterie esauste, pannelli fotovoltaici dismessi, plastica, carta e metalli da scarti industriali. Per il gruppo, l'hub di San Pietro Mosezzo rappresenta l'ingresso in una nuova filiera di recupero materiali, dopo anni di esperienza accumulata su altre tipologie di rifiuto.

All'inaugurazione, il 21 settembre 2026, erano presenti anche rappresentanti di Cisambiente, l'associazione di Confindustria che riunisce le imprese della gestione ambientale, a conferma dell'interesse del settore per un modello che punta a fare da apripista in un comparto, quello del riciclo tessile, ancora agli inizi in Italia.

Perché conviene: l'Europa ricicla solo l'1% dei tessuti

Il contesto in cui nasce l'hub piemontese aiuta a capire perché un investimento di questo tipo arrivi proprio ora. Secondo i dati più recenti, l'Unione Europea produce ogni anno circa 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, l'equivalente di circa 12 chili a persona, di cui 5,2 milioni di tonnellate provenienti dal solo comparto abbigliamento e calzature. Di questa enorme massa di materiale, appena l'1 per cento viene oggi trasformato in nuovi prodotti: il resto finisce in discarica, negli inceneritori, oppure viene esportato verso Paesi africani o dell'Europa dell'Est, spesso senza un reale controllo sulla sua destinazione finale.

Dal 1° gennaio 2025 la raccolta differenziata dei rifiuti tessili è diventata obbligatoria in tutta l'Unione Europea, in base a una modifica della direttiva quadro sui rifiuti; l'Italia aveva anticipato l'obbligo, introducendo la raccolta separata del tessile già dal 2022. Sul fronte della responsabilità estesa del produttore (EPR), che dovrà far ricadere sui produttori di abbigliamento i costi di raccolta, selezione e riciclo dei capi a fine vita, il quadro normativo europeo è stato definito solo in via provvisoria e la sua applicazione piena è attesa entro il 2028, con gli Stati membri chiamati a predisporre nel frattempo i propri piani nazionali. È in questo spazio temporale, tra un obbligo di raccolta già in vigore e regole di responsabilità del produttore ancora da completare, che si inserisce la scommessa industriale di impianti come quello di San Pietro Mosezzo: creare capacità di trattamento prima che la domanda di riciclo tessile diventi, per legge, molto più ampia di oggi. Il tema si affianca ad altri casi italiani di materiali riciclati che hanno ottenuto certificazioni di prodotto, come il recupero della sabbia dai depuratori di Milano realizzato da CAP Evolution.

Cosa rende il progetto replicabile

L'esperienza di San Pietro Mosezzo offre alcuni elementi che altri territori o operatori del settore ambientale possono valutare per contesti simili:

  • Una tecnologia modulare già disponibile sul mercato. Le 56 macchine che compongono la linea di lavorazione, dalla sanificazione a ozono alla classificazione iperspettrale, sono tecnologie industriali già mature: non è necessario sviluppare soluzioni sperimentali, ma integrarle in un unico ciclo coordinato da software.
  • Un output distribuito su più filiere esistenti. Producendo sia tessuto non tessuto sia fibre per la filatura, l'impianto non dipende da un solo mercato di sbocco, un fattore che riduce il rischio economico rispetto a modelli concentrati su un unico prodotto finale.
  • Un finanziamento misto pubblico-privato. Il co-finanziamento PNRR, pari a circa un sesto dell'investimento complessivo, mostra come i fondi del Next Generation EU possano fare da leva per progetti industriali a guida privata, in un settore dove il ritorno economico da solo non basterebbe ancora a giustificare investimenti di questa scala.
  • Una tracciabilità che anticipa gli obblighi futuri. Registrare su blockchain ogni lotto lavorato prepara l'azienda a un quadro normativo europeo, quello della responsabilità estesa del produttore, che imporrà standard di rendicontazione più stringenti sulla filiera del riciclo tessile entro il 2028.

Come ha commentato Lucia Leonessi, direttore generale di Cisambiente Confindustria, guardando alla possibilità di estendere il modello: "Questo modello possa essere replicato in ogni provincia italiana, per rendere il recupero del tessile davvero una realtà".

Il commento di PINET

L'hub di San Pietro Mosezzo arriva in un momento preciso: l'obbligo di raccolta differenziata del tessile è già realtà da tempo in Italia, ma gli impianti capaci di trattare industrialmente quei volumi restano pochi, e questo squilibrio rischia di lasciare per anni ancora buona parte del tessile raccolto senza una destinazione di riciclo reale. Un modello di questo tipo si presta soprattutto a essere replicato da grandi gestori ambientali o gruppi industriali con capitali consistenti, più che dai singoli Comuni, e trova terreno naturale nei distretti dove il tessile è già filiera consolidata, dal biellese al pratese. L'ostacolo principale, più che tecnologico, è la finestra temporale in cui si trova oggi il settore: i fondi PNRR che hanno permesso di abbattere parte del costo di investimento hanno una scadenza definita, mentre le regole sulla responsabilità estesa del produttore, che dovrebbero rendere strutturale la domanda di riciclo tessile, non saranno pienamente operative prima del 2028. Chi decide di investire ora lo fa quindi scommettendo su un mercato che la normativa renderà obbligatorio solo tra qualche anno, un rischio non da poco che va riconosciuto senza per questo sminuire il valore dell'iniziativa.


Fonti: