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Satira – i fatti sono veri, il tono no.

Se la sugar tax è la tassa che non arriva mai, la plastic tax è la sua gemella: nate lo stesso giorno, con la stessa legge di bilancio 2020, rinviate insieme otto volte. Ma la sorella di plastica ha un talento in più: non la paghiamo come tassa italiana, eppure la paghiamo lo stesso. A Bruxelles.

Una gemella con lo stesso calendario

La plastic tax prevede 45 centesimi per ogni chilo di plastica monouso: bottiglie, vaschette, pellicole, sacchetti, imballaggi in polistirolo. Esentati la plastica compostabile, quella riciclata, i dispositivi medici e le confezioni dei farmaci. Doveva partire nel 2020. Poi gennaio 2021, luglio 2021, gennaio 2022, gennaio 2023, gennaio 2024, luglio 2024, luglio 2026 e infine gennaio 2027: otto rinvii, tre governi di colori diversi, nessun chilo tassato. Ogni volta lo stesso rito: l'industria chiede l'abolizione, il governo non trova la copertura e sposta la data in avanti, come si fa con la sveglia la domenica mattina.

Per non sbagliarsi, l'ultima legge di bilancio ha fatto le cose per bene: tassa «sterilizzata» fino al 31 dicembre 2026, cioè viva sulla carta e morta nella realtà. E siccome la sorella zuccherata si avvia già al nono rinvio, è facile immaginare che le due gemelle continueranno a viaggiare in coppia, come hanno sempre fatto.

Il paradosso: la tassa la paghiamo già

Qui arriva il colpo di genio. Dal 1° gennaio 2021 ogni Paese dell'Unione Europea versa al bilancio comunitario 80 centesimi per ogni chilo di imballaggi in plastica non riciclati. È una delle «risorse proprie» dell'UE, e l'Italia la paga puntualmente: secondo i dati della Corte dei conti europea ripresi dalla stampa di settore, circa 749 milioni nel 2021, 793 nel 2022, 855 nel 2023 e 768 nel 2024. Oltre 3 miliardi di euro in quattro anni.

Chi li paga? Non chi produce o vende la plastica, ma lo Stato, cioè la fiscalità generale, cioè tutti noi. Compreso il cittadino modello che lava il vasetto dello yogurt prima di buttarlo nella plastica e divide il tappo dalla bottiglia con la precisione di un chirurgo. Lui ricicla, ma paga anche per chi non ricicla. È la versione italiana del principio «chi inquina paga»: chi inquina, paga qualcun altro.

Riassumendo: per non far pagare 45 centesimi al chilo a chi immette plastica monouso sul mercato, ne paghiamo 80 al chilo tutti insieme a Bruxelles. Un affare che nemmeno al mercato del sabato.

Il fronte del no (e quello del boh)

Contro la tassa si schierano compatti i produttori di imballaggi e l'industria alimentare, che la definiscono ingiusta e dannosa per un settore che dà lavoro a molte persone, e applaudono a ogni rinvio. A favore resta chi si occupa di riciclo, convinto che una tassa sulla plastica vergine farebbe crescere la domanda di plastica riciclata di qualità. In mezzo, la politica: chi l'ha introdotta l'ha rinviata, chi l'ha criticata l'ha rinviata, chi governa adesso la rinvia. Sulla plastica, almeno, l'Italia ha trovato una perfetta unità nazionale.

Il commento di PINET

Si può discutere se 45 centesimi al chilo siano la misura giusta, o se sarebbe meglio premiare chi usa plastica riciclata invece di tassare chi usa quella vergine. Quello che non ha senso è lasciare tutto com'è: una tassa nazionale che non parte mai, un contributo europeo che paghiamo comunque e nessun incentivo vero a ridurre la plastica monouso. Se l'obiettivo è smettere di pagare 800 milioni l'anno a Bruxelles, la strada più efficace non è il calendario, ma il riciclo. Che, a differenza della plastic tax, conviene a tutti.

Nel frattempo, continuate a separare la plastica con cura. Non vi farà risparmiare un euro, ma almeno avrete la coscienza pulita. Come il vasetto dello yogurt.

Fonti