Satira – i fatti sono veri, il tono no.
C'è un'opera pubblica italiana che non ha mai sforato i tempi, perché i tempi non sono mai cominciati: la sugar tax. Nata con la legge di bilancio 2020, attesa per l'ottobre di quell'anno, rinviata otto volte e ora pronta al nono slittamento. Il primo gennaio 2027 resterà, ancora una volta, una data sul calendario e non sullo scontrino.
Cronaca di una tassa annunciata (e mai riscossa)
Ricapitoliamo per chi si fosse perso qualche puntata, cioè tutti. La tassa sulle bevande zuccherate prevede pochi centesimi al litro: dieci a regime, cinque nel primo anno nella versione più recente, se mai ci sarà un primo anno. Doveva partire nell'ottobre 2020. Poi gennaio 2021. Poi gennaio 2022, gennaio 2023, gennaio 2024, luglio 2024, luglio 2025, gennaio 2026 e infine gennaio 2027. Otto date, otto proroghe, zero centesimi incassati: più che una tassa, un abbonamento al rinvio.
Il 23 settembre il presidente della Commissione Finanze della Camera, Marco Osnato (Fratelli d'Italia), ha rassicurato tutti: il rinvio è sicuro, la durata da decidere, «spero che si arrivi a un anno». L'abolizione definitiva? «Difficile», perché bisognerebbe trovare i soldi per coprirla. Ed è qui il capolavoro: una tassa che non è mai entrata in vigore costa ogni anno centinaia di milioni per non entrare in vigore. Secondo l'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, l'ultimo rinvio vale 372 milioni di minori entrate nel solo 2026. È l'unico tributo al mondo che pesa sui conti pubblici esattamente come una spesa.
Il calendario come politica fiscale
Il meccanismo è ormai rodato: ogni autunno, insieme alle castagne, arriva la proroga. L'industria delle bevande, tramite Assobibe, avverte che l'incertezza blocca oltre un miliardo di investimenti e chiede «la cancellazione della sugar tax, non la sua nona proroga». Il governo annuisce, rinvia, e l'anno dopo si ricomincia. Le aziende non possono investire perché la tassa potrebbe arrivare; lo Stato non può incassare perché la tassa non arriva mai. Un equilibrio perfetto, in cui l'unico a guadagnarci è chi stampa i calendari.
Nel frattempo, in decine di Paesi, dal Regno Unito al Messico, tasse simili sono in vigore da anni e l'Organizzazione mondiale della sanità continua a raccomandarle contro obesità e diabete. Ma noi siamo il Paese della dieta mediterranea: lo zucchero, da noi, lo prendiamo solo nel caffè. E nelle bibite. E nelle merendine. Ma con moderazione legislativa.
E la sinistra? Non pervenuta
Viene da chiedersi come mai, a ogni rinvio, dall'opposizione non si alzi un coro di indignazione per la salute dei bambini. La risposta è semplice e un po' imbarazzante: la sugar tax l'ha inventata proprio il governo Conte II, sostenuto da Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e sinistra. E i primi rinvii portano la stessa firma: due con Conte, uno con Draghi, quando PD e 5 Stelle sedevano in maggioranza. Difficile protestare per un rinvio quando sei stato tu a inaugurare la tradizione.
A dire il vero, nel giugno 2025 il PD aveva rilanciato in grande stile: una proposta per raddoppiare la tassa, con aliquote progressive in base allo zucchero contenuto, ribattezzata da qualche commentatore «l'Irpef degli zuccheri» e definita dal partito una sua bandiera. Una bandiera, si sa, sventola quando c'è vento. Al nono rinvio il vento dev'essere calato: nelle cronache della proroga di settembre le voci dell'opposizione non si sentono. Forse stanno tutti cercando la bandiera, rimasta in un cassetto insieme agli scontrini del 2020.
Lezioni americane: il nutrizionista a gettone
Oltreoceano, almeno, la battaglia contro le soda tax la combattono a viso aperto. O quasi. Nel 2016, mentre negli Stati Uniti diverse città votavano sulle tasse sulle bibite, Kyle Pfister, attivista per la salute pubblica, notò su Twitter un fenomeno curioso, raccontato nell'articolo «Is Coke paying dietitians to tweet against soda tax?»: un gruppo di dietisti iniziò, quasi in contemporanea, a scrivere contro l'hashtag #sodatax, ripetendo lo stesso argomento dell'industria, ovvero che si trattava di una «tassa sulla spesa». Coincidenza: diversi di loro comparivano nell'elenco degli esperti di salute con cui Coca-Cola stessa dichiarava di collaborare, altri scrivevano per una campagna anti-tassa finanziata dai produttori di bevande. La replica dell'azienda fu disarmante: ogni grande marchio lavora con blogger e talenti pagati. L'articolo, va detto, poneva la questione come domanda e non dimostrava che ogni singolo tweet fosse retribuito; ma il quadro era abbastanza chiaro da far discutere mezza America.
In Italia questo problema non c'è. Non servono dietisti a gettone né campagne social coordinate: per tenere lontana la sugar tax basta la legge di bilancio, che lo fa da sei anni, gratis e con il voto di maggioranze di ogni colore. È la vera eccellenza italiana: il lobbismo a costo zero, perché il lavoro lo fa direttamente il Parlamento.
Il commento di PINET
Si può essere a favore o contro la sugar tax: ci sono buoni argomenti da entrambe le parti, dalla tutela della salute alla difesa di un settore che dà lavoro a migliaia di persone. Quello che è difficile difendere è il limbo. Una tassa che c'è sulla carta e non nella realtà non protegge la salute di nessuno, non porta un euro allo Stato, costa centinaia di milioni ogni volta che viene rinviata e impedisce alle imprese di programmare. Se è sbagliata, la si abolisca. Se è giusta, la si applichi. Rinviarla per la nona volta è l'unica scelta che riesce a scontentare tutti: tranne il calendario.
Appuntamento al prossimo autunno, per il decimo rinvio. Portate le castagne.
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Fonti
- Milano Finanza, «Manovra, nono rinvio per la sugar tax nella legge di Bilancio 2027» (23 settembre 2026)
- Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, «Plastic Tax e Sugar Tax: otto rinvii in cinque anni» (novembre 2025)
- Money.it, «Sugar tax 2027, cosa cambia e quanto costeranno le bibite»
- Il Foglio, «I paradossi della Sugar Tax, dal rinvio di Meloni al raddoppio di Schlein» (giugno 2025)
- Kyle Pfister, «Is Coke paying dietitians to tweet against soda tax?», #CokeLeak su Medium (ottobre 2016)