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A Madrid una parte dell'acqua che esce dai depuratori non viene più scaricata: viene rigenerata e distribuita attraverso una rete dedicata di circa 180 chilometri di tubature interrate, per annaffiare parchi e giardini e lavare le strade al posto dell'acqua potabile. Nel 2025 il sistema ha prodotto 6,9 milioni di metri cubi di acqua rigenerata e, secondo i dati diffusi dal Comune il 30 settembre 2026, ha fatto risparmiare 7,1 milioni di euro: un record, che porta il totale dal 2019 a 40,3 milioni di euro a fronte di 5,1 milioni investiti nelle estensioni della rete.

Come è fatta la rete

A differenza di quanto avviene in molte città, dove il riuso delle acque depurate passa dalle autocisterne, Madrid ha costruito una vera infrastruttura di distribuzione. Le tubazioni sotterranee, per circa 180 chilometri in totale, formano un grande anello e hanno una caratteristica tecnica importante: il flusso può essere invertito, così l'acqua può arrivare a un'utenza da punti diversi della rete.

Il sistema è organizzato in cinque reti: Centro, Norte Este Rejas, Sur Este Rejas, Interconexión Gavia e Interconexión Norte Oeste-Norte Este. Ciascuna ha in testa una stazione di rigenerazione e lungo il percorso stazioni di controllo che monitorano in continuo la qualità dell'acqua e le variabili idrauliche. Nei punti di consumo, come i moli di carico dei mezzi per la pulizia stradale e i parchi, l'acqua viene accumulata in serbatoi interrati o semi-interrati.

I numeri del 2025

Nel 2025 la rete ha prodotto 6,9 milioni di metri cubi di acqua rigenerata. Di questi, 4,5 milioni (il 66%) sono stati destinati all'irrigazione delle aree verdi comunali e alla pulizia delle strade, così da riservare l'acqua potabile agli usi che davvero la richiedono. Gli usi dichiarati sono l'irrigazione di parchi e giardini, la pulizia stradale e il lavaggio della viabilità pubblica.

Il risparmio economico stimato dal Comune è stato di 7,1 milioni di euro nel 2025, il primo anno sopra i 7 milioni. Il trend è in crescita: 5,39 milioni nel 2019 e 6,7 milioni nel 2024, per un totale di 40,3 milioni di euro tra il 2019 e il 2025.

Quanto è costato

Gli investimenti tra il 2019 e il 2025 sono stati di 5,1 milioni di euro, destinati soprattutto a estendere la rete esistente. Le voci principali sono 1,5 milioni per il collegamento alle aree verdi del distretto T-Las Tablas, 1 milione per l'interconnessione tra le stazioni di rigenerazione de La Gavia e La China, 950.000 euro per l'Anillo Verde di Villaverde e Orcasitas e 500.000 euro per il Cerro Almodóvar, nel Bosque Metropolitano. Il resto è andato a interventi minori: depositi dei mezzi, aree verdi di Sanchinarro, i dintorni dello stadio Metropolitano e le piazzole di lavaggio al bacino di El Capricho.

Il confronto più interessante è quello tra le due cifre: 5,1 milioni investiti contro 40,3 milioni di risparmio dichiarato nello stesso periodo. Va detto che il risparmio è un dato calcolato dal Comune e che il comunicato non spiega il metodo di calcolo né i costi di esercizio della rete e della rigenerazione.

Le prossime estensioni

Il Comune prevede di portare la rete anche nei nuovi sviluppi urbani. A nord è prevista l'estensione a Madrid Nuevo Norte, la grande area di trasformazione che si sviluppa su una fascia di 5,6 chilometri; a sud-est a quartieri in costruzione come Cañaveral, Los Ahijones, Los Cerros, Los Berrocales e Valdecarros. Realizzare le tubature insieme all'urbanizzazione di un nuovo quartiere, anziché in un secondo momento, è uno dei modi per contenere i costi di scavo.

Cosa non sappiamo

Il comunicato municipale non indica i livelli di trattamento applicati, i parametri di qualità dell'acqua né quali impianti alimentino ciascuna rete oltre a La Gavia e La China; in una pagina precedente del Comune compaiono gli impianti di Rejas e Valdebebas, oggetto di una ristrutturazione da 126 milioni di euro. Per questo l'articolo non entra nei dettagli del trattamento: sono informazioni da verificare presso il gestore prima di valutare una replica altrove.

Cosa lo rende replicabile

Dal caso di Madrid si possono ricavare alcune condizioni di fondo. La prima è puntare sugli usi urbani a bassa esigenza di qualità, verde pubblico e pulizia stradale, che da soli assorbono due terzi dell'acqua prodotta. La seconda è costruire la rete per pezzi, collegando via via le utenze più grandi, come hanno fatto le estensioni verso parchi e grandi aree verdi. La terza è progettare la rete con un anello a flusso reversibile e punti di controllo della qualità, che garantiscono continuità del servizio e sicurezza. La quarta è prevedere le tubature fin dall'inizio nei nuovi quartieri. Infine, i serbatoi interrati nei punti di consumo permettono di gestire i picchi di domanda senza sovradimensionare la rete.

Il commento di PINET

Madrid mostra che il riuso urbano dell'acqua depurata, quando diventa una rete e non una sperimentazione, può avere un ritorno economico misurabile, e per questo il confronto con i grandi Comuni italiani con molto verde pubblico e depuratori vicini alle aree da irrigare appare naturale. Il passaggio più delicato per l'Italia non è tecnico ma di governance: servono accordi tra Comune, gestore del servizio idrico e ente che autorizza il riuso, oltre al rispetto della normativa nazionale e delle regole sanitarie sul riuso, da verificare caso per caso. Resta poi da capire quanto del risparmio dichiarato dipenda dal confronto con il costo dell'acqua potabile e quanto dai costi reali di rigenerazione, dato che il comunicato non lo chiarisce. Il giudizio è quindi positivo ma prudente: un buon modello di scala e di gradualità, da leggere insieme ai dati di esercizio del gestore.

Per confrontare approcci diversi al riuso urbano si può leggere anche il caso di Béziers, dove l'acqua del depuratore arriva in città con le autocisterne.

Fonti