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C'era una volta la politica che regolava le aziende. Oggi negli Stati Uniti va di moda il contrario: le grandi piattaforme tecnologiche siedono in prima fila, pagano il biglietto d'ingresso e in cambio ottengono il menu completo. Lo scrittore e attivista digitale Cory Doctorow, riprendendo un saggio di Baldur Bjarnason, la chiama technopoly: un mondo in cui pochi colossi decidono cosa sia legittimo pensare, comprare e regolare. Con una postilla di Bjarnason che vale tutto il resto: qualunque cosa gli oligarchi vogliano prendersi questo mese, la ottengono.

Lezione 1: prenota il posto in prima fila

Il 20 gennaio 2025, alla cerimonia di insediamento di Donald Trump, i posti migliori non erano per i ministri, ma per Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai e Tim Cook. Un'immagine che riassume un'epoca: la Silicon Valley che per anni aveva giurato di «cambiare il mondo» ha scoperto che è più comodo cambiare governo. Prima ancora c'erano state le donazioni milionarie al comitato per l'insediamento, versate da aziende e manager che fino a poco prima si dichiaravano preoccupati per la democrazia. Evidentemente la preoccupazione si è risolta con un bonifico.

Musk, da parte sua, ha investito nella campagna elettorale del 2024 oltre un quarto di miliardo di dollari, per poi ricevere le chiavi del «Dipartimento per l'efficienza governativa» e tagliare agenzie federali, comprese alcune che indagavano sulle sue aziende. Il matrimonio è finito pochi mesi dopo con un litigio pubblico, ma il principio è rimasto: chi paga, entra.

Lezione 2: chiudi le cause con un assegno

Trump aveva fatto causa alle piattaforme che nel 2021 avevano sospeso i suoi account. Le aziende avrebbero potuto difendersi in tribunale. Hanno preferito pagare: 25 milioni di dollari da Meta, circa 10 milioni da X, 24,5 milioni da YouTube. Nel frattempo Meta ha chiuso il programma di verifica dei fatti negli Stati Uniti, scoprendo all'improvviso che il fact-checking era una forma di censura. Una conversione degna di un santo, se i santi avessero un ufficio legale.

Lezione 3: porta un regalo (meglio se d'oro)

Nell'agosto 2025 Tim Cook è andato alla Casa Bianca con una targa di vetro su base d'oro a 24 carati per annunciare nuovi investimenti negli Stati Uniti. Nello stesso mese Nvidia ha accettato di versare al governo federale il 15% dei ricavi delle vendite di alcuni chip in Cina, in cambio delle licenze di esportazione, e lo Stato è entrato con circa il 10% nel capitale di Intel. Più che politica industriale, una tassa d'ingresso con ricevuta.

A ottobre 2025 la Casa Bianca ha pubblicato l'elenco dei donatori del nuovo salone da ballo presidenziale da circa 300 milioni di dollari: Amazon, Apple, Google, Meta, Microsoft, Palantir, HP, Micron e, per non farsi mancare nulla, le società di criptovalute Coinbase, Ripple e Tether. Nessun conflitto di interessi, ovviamente: solo una passione comune per i lampadari.

Lezione 4: fatti scrivere le regole (o falle cancellare)

Gli Stati americani avevano iniziato a regolare l'intelligenza artificiale. Problema risolto: prima si è tentato di vietarlo per legge con una moratoria di dieci anni, che il Senato ha bocciato a luglio 2025 con 99 voti contro 1; poi, l'11 dicembre 2025, è arrivato un ordine esecutivo che crea una task force del Dipartimento della Giustizia per fare causa agli Stati con leggi sull'AI «onerose» e ipotizza di tagliare loro i fondi federali per la banda larga. A coordinare il tutto c'è David Sacks, venture capitalist e consigliere del presidente per l'AI. Il controllore e il controllato, finalmente nella stessa stanza: si risparmia sulle trasferte.

Lezione 5: esporta il modello (con le buone o con le cattive)

Il vero capolavoro è la politica estera. Quando l'Unione Europea applica le sue regole digitali, Washington risponde con minacce di dazi contro i Paesi che tassano o regolano le piattaforme americane. A dicembre 2025 il Dipartimento di Stato ha negato il visto all'ex commissario europeo Thierry Breton, uno degli artefici del Digital Services Act, e a quattro attivisti contro la disinformazione, accusandoli di voler «censurare» le piattaforme americane. La Commissione europea ha condannato duramente la decisione.

Doctorow aggiunge un dettaglio ancora più istruttivo: dopo i tagli agli aiuti internazionali, i negoziatori americani avrebbero legato il ripristino degli aiuti sanitari ai Paesi del Sud del mondo all'impegno a non regolare le aziende tecnologiche statunitensi. Lo Zambia ha risposto che la salute non si baratta con l'accesso ai minerali. La sua tesi è semplice: il dominio globale di Big Tech non nasce dall'amore dei cittadini per queste aziende, ma dalla politica commerciale americana che scoraggia gli altri Paesi dal regolarle. Senza quell'ombrello, molte di queste aziende non avrebbero mai goduto della libertà di cui godono.

La lezione che i manuali non insegnano

C'è però un capitolo che gli oligarchi tendono a saltare. Doctorow lo riassume così: non scambiare «potente» per «duraturo». Un sistema che regge su un impero sempre più isolato, su dazi, minacce e favori personali è forte finché dura il patrono. E intanto spinge il resto del mondo a cercare alternative: pagamenti, reti e software che non dipendono dagli Stati Uniti. Per l'Europa è un'occasione, non solo un problema: interoperabilità tra piattaforme, software libero, infrastrutture pubbliche digitali, regole applicate davvero e non solo annunciate.

Il commento di PINET

Per chi, come noi, si occupa ogni giorno di tecnologia per piccole imprese e famiglie, la lezione è concreta: dipendere da pochi fornitori che rispondono a un governo straniero, e che quel governo usa come strumento di pressione, è un rischio, non una comodità. Diversificare, preferire standard aperti e soluzioni open source dove si può, tenere i propri dati sotto il proprio controllo non è ideologia: è manutenzione della propria libertà. Nel nostro piccolo, è l'unico modo di non farsi comprare con lo sconto.

Fonti