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Calcinato, Brescia — 2026. Per trent'anni è stata una ferita nel paesaggio: una cava di ghiaia scavata sulla sponda destra del fiume Chiese, abbandonata dopo la fine dell'attività estrattiva e lasciata come una voragine di 55mila metri quadrati, profonda fino a venti metri. Oggi quella voragine si è trasformata nel più grande bacino artificiale a uso irriguo della Lombardia: un invaso da 700mila metri cubi d'acqua, capace di arrivare fino a 800mila, che da qui al 2027 dovrà garantire l'irrigazione di 166 ettari di terreni agricoli e servire 34 aziende del territorio. È il progetto realizzato dal Consorzio di Bonifica Chiese, interamente finanziato con 13,84 milioni di euro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che entro l'autunno 2026 sarà inaugurato ufficialmente e che rappresenta uno dei tentativi più concreti, in Italia, di rispondere alla siccità estiva riconvertendo un'infrastruttura già esistente invece di consumare nuovo suolo.

Da voragine dismessa a riserva d'acqua: come funziona il bacino

Il sito di Calcinato era una cava lapidea "in asciutto", cioè priva di interscambio diretto con la falda acquifera: una caratteristica che, paradossalmente, ne ha fatto un candidato ideale per diventare un serbatoio artificiale, perché l'acqua immagazzinata non si disperde per infiltrazione verso la falda sottostante. Per renderlo stagno agli usi irrigui, il fondo e le pareti della cava sono stati impermeabilizzati con uno strato di argilla, mentre l'intero invaso è stato integrato in un sistema di canali di carico riqualificati che lo alimentano nei periodi di maggiore disponibilità idrica, tipicamente l'autunno e l'inverno.

Il principio di funzionamento è quello dell'accumulo stagionale: l'acqua viene raccolta quando è abbondante — durante le piogge autunnali e invernali, o nei periodi di piena del fiume Chiese — per essere rilasciata nei mesi estivi, quando la domanda irrigua è massima e la disponibilità naturale, per effetto della crescente alternanza tra eventi di pioggia intensi e lunghe fasi di siccità, si fa sempre più incerta. Un compito che il territorio del Chiese conosce bene: il fabbisogno idrico stagionale dell'area consortile è stimato in circa 460 milioni di metri cubi d'acqua, un ordine di grandezza che rende chiaro come un singolo invaso da 700mila metri cubi non risolva da solo il problema, ma vada letto come un tassello di un sistema più ampio di piccoli e medi accumuli diffusi sul territorio.

Una rete di 15 chilometri e l'addio all'irrigazione a scorrimento

Accumulare l'acqua è solo metà del lavoro: l'altra metà consiste nel portarla nei campi senza sprechi. Il progetto di Calcinato comprende infatti una centrale di pompaggio e una rete di tubazioni in pressione lunga circa 15 chilometri, che distribuisce l'acqua verso i terreni agricoli a sud-est del bacino. La rete è stata progettata per alimentare sistemi di irrigazione efficienti — aspersione, micro-irrigazione e sub-irrigazione — in sostituzione delle pratiche tradizionali di irrigazione a scorrimento superficiale, che disperdono per evaporazione e infiltrazione incontrollata una quota significativa dell'acqua distribuita.

Il passaggio da un sistema a scorrimento a un sistema in pressione non è un dettaglio tecnico marginale: è la differenza tra portare l'acqua ai campi lasciandola scorrere lungo canali a cielo aperto, esposta al sole e all'evaporazione, e consegnarla direttamente alle radici delle colture attraverso tubazioni chiuse. Per un territorio come quello del Chiese, dove il fabbisogno stagionale supera di gran lunga la disponibilità di un singolo bacino, ogni punto percentuale di efficienza recuperato nella distribuzione vale, in pratica, come se si fosse costruito un invaso più grande.

Un progetto nato nel 2017 e chiuso nel 2026: la lunga strada dei cantieri

La storia di questo bacino non nasce con il PNRR. L'idea di riconvertire la cava dismessa di Calcinato in un invaso irriguo risale al 2017, quando il Consorzio di Bonifica Chiese ha iniziato a studiarne la fattibilità. Solo nel luglio 2023 l'appalto per la realizzazione dell'opera è stato assegnato, con l'avvio dei cantieri veri e propri alla fine di gennaio 2024. I lavori si sono conclusi nel febbraio 2026, seguiti da mesi di collaudo tecnico completati entro l'agosto dello stesso anno. Il costo complessivo dell'intervento, inizialmente stimato in 7,6 milioni di euro, è cresciuto fino a 13,84 milioni di euro — un aumento che riflette la complessità di un'opera che ha dovuto mettere in sicurezza idraulica un sito di cava, costruire una centrale di pompaggio e stendere 15 chilometri di rete in pressione, tutto interamente a carico dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Il Consorzio prevede l'inaugurazione ufficiale dell'opera in autunno 2026, ma l'entrata in funzione a pieno regime per uso irriguo è programmata per la stagione 2027, quando gli agricoltori delle 34 aziende servite potranno per la prima volta attingere stabilmente al nuovo bacino. Come ha dichiarato il presidente del Consorzio di Bonifica Chiese, Luigi Lecchi, presentando l'opera: "Il Consorzio di Bonifica Chiese ha sempre cercato di dare risposte al territorio, anche in maniera innovativa". Il progetto ha raccolto il sostegno delle principali organizzazioni agricole del territorio — tra cui Cia, Copagri, Confagricoltura e Coldiretti — oltre a quello della sindaca di Calcinato, Nicoletta Maestri, e del presidente di Anbi Lombardia, Alessandro Rota.

Perché serve: una Lombardia sempre più stretta tra siccità estive e piene invernali

Il bacino di Calcinato nasce per rispondere a un problema che nel 2026 si è fatto acuto in tutta la Lombardia. Secondo quanto riportato da Anbi Lombardia nel bilancio della stagione irrigua 2026, l'innevamento invernale sulle Alpi lombarde è risultato inferiore del 45% rispetto alla media stagionale, mentre l'estate si è confermata tra le più calde mai registrate in Italia, con anticicloni africani persistenti che hanno ridotto ulteriormente la disponibilità idrica naturale. Le immagini satellitari del fiume Ticino diffuse dal consorzio mostrano, nell'agosto 2026, portate più basse e terreni agricoli più sofferenti rispetto allo stesso periodo del 2025, sebbene — secondo lo stesso bilancio — i campi coltivati siano rimasti più verdi rispetto alla crisi del 2022 proprio grazie al lavoro dei consorzi di bonifica.

Come ha sintetizzato Alessandro Rota, presidente di Anbi Lombardia, commentando la stagione appena trascorsa: "I consorzi di bonifica hanno svolto un lavoro impegnativo che ha permesso, a parità di condizioni idrologiche, di non trovarsi ora nelle medesime situazioni del 2022". È in questo contesto — fatto di inverni sempre più poveri di neve ed estati sempre più calde, ma anche di eventi di pioggia intensi e concentrati che il territorio fatica ad assorbire — che investire nella capacità di accumulo stagionale, oltre che nella modernizzazione delle reti di distribuzione, diventa una priorità esplicitamente indicata dalle organizzazioni di gestione idrica del territorio.

Cosa rende il progetto replicabile

Il caso di Calcinato offre alcuni elementi che altri consorzi di bonifica, in Lombardia e altrove in Italia, possono valutare per contesti analoghi:

  • Un sito che esiste già, invece di nuovo suolo consumato. Riconvertire una cava dismessa in un bacino idrico permette di creare capacità di accumulo senza sottrarre nuovi terreni all'agricoltura o al paesaggio, e senza affrontare i tempi e i costi di scavare un invaso ex novo: in Italia esistono migliaia di cave esaurite o abbandonate che potrebbero, in linea di principio, prestarsi a un utilizzo analogo, come conferma il lavoro di censimento delle cave riconvertibili avviato da Anbi Lombardia sul territorio regionale.
  • Una caratteristica geologica che diventa un vantaggio. Una cava "in asciutto", priva di interscambio con la falda, è più semplice da impermeabilizzare e trasformare in un serbatoio stabile rispetto a un sito con falda affiorante, un criterio tecnico che qualunque consorzio può usare per individuare i siti più adatti sul proprio territorio.
  • Un finanziamento pubblico già esistente su cui contare. L'intervento è stato interamente coperto dai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, un canale di finanziamento che altri enti gestori italiani possono in linea di principio utilizzare per interventi analoghi di accumulo idrico e ammodernamento delle reti irrigue.
  • L'accumulo da solo non basta: serve una rete efficiente a valle. Abbinare il nuovo bacino a una rete di distribuzione in pressione, pensata per sistemi di irrigazione efficienti come aspersione e micro-irrigazione, moltiplica il beneficio dell'acqua accumulata rispetto a una semplice distribuzione a scorrimento superficiale: un principio applicabile a qualunque invaso, nuovo o esistente.
  • Un consenso costruito con il territorio. Il sostegno esplicito delle principali organizzazioni agricole locali e dell'amministrazione comunale, raccolto attorno a un'opera che risponde a un bisogno concreto e riconosciuto — l'irrigazione di 34 aziende agricole — mostra come un progetto infrastrutturale complesso possa trovare consenso quando risolve un problema che il territorio avverte come proprio.

Fonti: