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Mentre il Nord Italia affronta una delle crisi idriche più severe degli ultimi anni – più grave persino di quella del 2025 – il Po scorre con portate ridotte lungo quasi tutto il suo corso, il lago Maggiore e molti altri bacini del Nord sono ai minimi storici e nelle risaie della Lomellina l'acqua per irrigare viene razionata a turno. L'Osservatorio Permanente sugli Utilizzi Idrici del Distretto del Po parla apertamente di "severità alta" e di un fiume in siccità estrema, con il rischio concreto che questa situazione diventi la nuova normalità. In Lombardia le riserve idriche restano abbondantemente sotto la media storica, e secondo le stime di Coldiretti oltre il 60% del territorio nazionale si trova sull'orlo della crisi idrica, con danni all'agricoltura che quest'estate hanno già superato i 3 miliardi di euro.

C'è un paradosso alla base di tutto questo: l'Italia è tra i Paesi europei con le maggiori risorse idriche pro capite, eppure riesce a trattenere appena l'11% dell'acqua piovana che cade sul proprio territorio. Il resto scorre via, si disperde nelle reti colabrodo o defluisce rapidamente verso il mare, senza alimentare le falde né mitigare le ondate di calore che, quest'estate, hanno spinto decine di città italiane in bollino rosso.

È in questo scenario – fatto di siccità che si alternano a bombe d'acqua, perché sono le due facce dello stesso clima che cambia – che il concetto di "città spugna" (Schwammstadt, sponge city) assume un'urgenza particolare. Un recente Fact Sheet dell'Agenzia federale tedesca per l'ambiente (Umweltbundesamt), pubblicato a luglio 2026, ne sintetizza i risultati principali e offre indicazioni preziose anche per il contesto italiano.

Che cos'è una città spugna

L'idea di fondo è semplice quanto radicale: invece di allontanare il più rapidamente possibile l'acqua piovana attraverso fognature e canalizzazioni, la città spugna la trattiene, la lascia infiltrare nel terreno o la immagazzina per un uso successivo, avvicinando il ciclo idrico urbano a quello naturale.

Il beneficio è duplice. Durante i temporali intensi, il suolo permeabile e le infrastrutture verdi-blu assorbono l'acqua in eccesso, alleggerendo il carico sulle reti fognarie e riducendo il rischio di allagamenti. Nei periodi di siccità e caldo estremo, quella stessa acqua trattenuta nel sottosuolo continua ad alimentare le falde, sostiene il verde urbano e, attraverso l'evapotraspirazione della vegetazione, raffresca l'aria mitigando le isole di calore. In altre parole, la stessa infrastruttura che protegge dalle inondazioni è quella che aiuta a resistere alla siccità: non sono due problemi da affrontare separatamente, ma un'unica sfida sulla gestione dell'acqua nel tempo e nello spazio urbano.

Gli strumenti concreti sono noti: la desigillazione delle superfici asfaltate, sistemi di raccolta e infiltrazione come trincee drenanti e cisterne, tetti e facciate verdi, alberi urbani piantati con substrati capaci di trattenere acqua. Presi singolarmente non bastano: il documento sottolinea che si tratta di elementi che devono lavorare insieme, all'interno di un disegno urbanistico coerente.

Esempi concreti: cosa si può fare, in pratica

Al di là della teoria, il Fact Sheet e la letteratura a cui fa riferimento offrono un catalogo abbastanza chiaro di interventi, applicabili a scale diverse: dal singolo edificio all'intero quartiere.

Sull'edificio

  • Tetti verdi (anche solo estensivi, con un sottile strato di substrato e vegetazione resistente) che trattengono parte della pioggia e la rilasciano lentamente per evaporazione, riducendo il carico sulle fognature.
  • Facciate verdi, che oltre a trattenere umidità contribuiscono al raffrescamento passivo dell'edificio.
  • Cisterne e sistemi di raccolta dell'acqua piovana, per riutilizzarla nell'irrigazione del verde privato o negli scarichi, riducendo il prelievo di acqua potabile.
  • Recupero dell'acqua piovana anche in fase di ristrutturazione, non solo nelle nuove costruzioni: il documento segnala esplicitamente la necessità di intervenire sul patrimonio edilizio esistente, non solo su quello nuovo.

Sullo spazio pubblico e sulla strada

  • Desigillazione delle superfici asfaltate non indispensabili (parcheggi, cortili, piazzali) per lasciare filtrare l'acqua nel terreno invece di farla scorrere in superficie.
  • Trincee drenanti e rigole lungo le strade, che raccolgono l'acqua piovana e la lasciano infiltrare gradualmente, alimentando la falda.
  • Alberature stradali piantate in fosse di infiltrazione appositamente progettate, capaci di immagazzinare acqua e restituirla alla pianta nei periodi siccitosi (il progetto tedesco "BlueGreenStreets" è citato nel rapporto come esempio di riprogettazione multifunzionale dello spazio stradale in questa direzione).
  • Aree e piazze pensate per allagarsi controllatamente durante i temporali intensi ("aree di laminazione"), restando altrimenti fruibili come spazi verdi o ricreativi.

A scala di quartiere

  • Bacini di ritenzione e piccoli corsi d'acqua urbani riattivati o rinaturalizzati, in grado di assorbire i picchi di pioggia e restituire acqua al paesaggio nei periodi secchi.
  • Quartieri "a deflusso zero" (abflusslose Baugebiete), progettati fin dalla pianificazione affinché tutta l'acqua piovana resti e venga gestita all'interno dell'area, senza scaricarla in fognatura.
  • Progetti pilota integrati che combinano più misure contemporaneamente: il rapporto cita ad esempio lo sviluppo di un quartiere verde-blu a Lipsia, pensato specificamente per la gestione delle piogge intense e per l'irrigazione del verde urbano nei periodi di siccità.
  • Strumenti digitali di supporto, come mappature dello stato del verde urbano, carte del rischio di vulnerabilità o gemelli digitali del sistema idrico urbano, utili a pianificare dove intervenire con priorità.

Il punto sottolineato dal rapporto è che queste misure danno risultati significativi solo se combinate tra loro e inserite in una pianificazione urbana coerente: un singolo tetto verde isolato ha un impatto limitato, mentre una rete di misure distribuite su un intero quartiere – dal tetto alla strada al bacino di raccolta – può effettivamente modificare il bilancio idrico locale, riducendo sia il rischio di allagamento sia la vulnerabilità alla siccità.

Perché non basta la buona volontà: un sistema fatto di tecnologie, attori e regole

Uno degli aspetti più interessanti dello studio è l'insistenza sul fatto che trasformare una città in una spugna non è solo un problema tecnico. Le infrastrutture verdi-blu (i "tetti verdi", le trincee drenanti, gli alberi) sono solo uno dei tre ingredienti necessari. Gli altri due sono gli attori coinvolti – amministrazioni comunali, imprese di gestione idrica, proprietari immobiliari, progettisti, cittadini – e le istituzioni, cioè le leggi, le norme tecniche, i regolamenti edilizi e persino le abitudini culturali consolidate (come l'idea, ancora molto diffusa, che l'acqua piovana vada semplicemente allontanata il più in fretta possibile).

Quando questi tre elementi non si allineano, la trasformazione si blocca. Il rapporto individua alcuni ostacoli ricorrenti: la scarsità di risorse finanziarie e di personale nei comuni, soprattutto quelli piccoli o economicamente più fragili; una collaborazione ancora troppo debole tra i diversi uffici comunali, spesso organizzati per compartimenti stagni che rendono difficile la cooperazione su misure trasversali; la carenza di basi giuridiche solide; i conflitti sull'uso del suolo, con lo spazio urbano conteso tra parcheggi, edificabilità e verde; lo scarso coinvolgimento dei proprietari privati, che controllano gran parte delle superfici potenzialmente utilizzabili; e una scarsa consapevolezza diffusa sui benefici concreti di queste misure.

Gli strumenti politici che funzionano meglio

Per individuare le leve più efficaci, il progetto alla base del rapporto ha analizzato e valutato oltre 70 strumenti di policy, selezionandone 26 applicabili a livello federale. La valutazione ha distinto due dimensioni: da un lato il potenziale di efficacia (quanto uno strumento contribuisce concretamente agli obiettivi), dall'altro il potenziale trasformativo, cioè la capacità di innescare un cambiamento duraturo nell'intero sistema, superando le resistenze strutturali.

I finanziamenti pubblici per lo sviluppo di progetti e per la realizzazione di misure sul territorio risultano lo strumento più efficace nel breve periodo: mobilitano risorse dove i comuni ne hanno più bisogno. Anche l'inserimento di standard e obblighi vincolanti negli strumenti urbanistici e nei codici edilizi produce effetti rilevanti, perché ridefinisce le regole del gioco per tutti gli attori, pubblici e privati.

Ma quando si guarda al potenziale trasformativo – cioè alla capacità di cambiare davvero il sistema nel tempo – emergono altri protagonisti. Gli incentivi economici rivolti ai soggetti privati (sgravi fiscali, tariffe idriche differenziate tra acque nere e acque piovane, rimborsi per la desigillazione dei terreni) si rivelano decisivi, perché gran parte delle superfici utili si trova proprio in mano privata e senza il loro coinvolgimento la trasformazione resta parziale. Allo stesso modo, il finanziamento di progetti di ricerca e innovazione transdisciplinari consente di colmare lacune conoscitive, sperimentare nuove tecnologie e creare progetti pilota da cui altri comuni possono imparare. Infine, il riconoscimento giuridico dell'acqua piovana come risorsa (anziché come semplice rifiuto da smaltire) viene indicato come uno strumento dal forte potenziale sistemico, capace di rompere con decenni di prassi consolidata.

Non uno strumento solo, ma una combinazione

Il messaggio centrale del rapporto è che nessuno strumento, da solo, è sufficiente. Serve un mix coordinato: i finanziamenti per la progettazione e l'attuazione sostengono comuni e privati nell'applicare concretamente norme e obiettivi già definiti; la ricerca applicata genera le conoscenze e le tecnologie che alimentano sia gli incentivi sia gli standard normativi; le norme e gli standard giuridici forniscono la base di legittimità e di obbligatorietà; e gli strumenti di trasferimento di conoscenza – reti tra attori, consulenze tecniche, programmi di formazione – amplificano l'efficacia di tutti gli altri, aumentandone la visibilità e facilitandone l'accettazione sociale. Perché anche la misura tecnicamente più valida rischia di restare sulla carta se chi dovrebbe applicarla non la conosce, non la comprende o non se ne fida.

Un'urgenza che riguarda anche l'Italia

Il rapporto tedesco nasce da un contesto normativo specifico – la legge sull'adattamento climatico del 2024, la Strategia nazionale sull'acqua, la Strategia tedesca di adattamento – ma il ragionamento di fondo ha un valore che va oltre i confini nazionali. In un'estate in cui l'Italia trattiene appena l'11% della pioggia che riceve, in cui il Po tocca portate da siccità estrema e in cui oltre sei comuni su dieci vivono qualche grado di stress idrico, la logica della città spugna offre una via concreta per smettere di scegliere tra "prepararsi alle alluvioni" o "prepararsi alla siccità": sono, appunto, la stessa sfida.

La lezione più importante, forse, è che non basta annunciare progetti pilota isolati o singole aree verdi dimostrative. Serve un mix di strumenti pensato per superare insieme gli ostacoli finanziari, normativi, culturali e di coordinamento istituzionale che oggi rallentano la trasformazione – e serve soprattutto la volontà politica di trattarla come una priorità strutturale, non come un progetto sperimentale tra tanti.


Fonti: Umweltbundesamt (UBA), "Der Weg zur klimaresilienten Schwammstadt – Empfehlungen für wirksame und transformative Politikinstrumente und Instrumentenmixe", 20 luglio 2026; il Post, "La siccità in Italia, vista dai satelliti" (16 agosto 2026); ANSA, "Fiumi e laghi ai minimi storici, 'non si vede la fine'" (6 agosto 2026); AgroNotizie, "Il costo della siccità 2026 in agricoltura" (17 agosto 2026); Wise Society, "Siccità in Italia: dalle cause alle regioni più colpite" (luglio 2026).