Con l’esplosione delle tecnologie di intelligenza artificiale generativa, non solo i contenuti creativi ma anche le identità digitali—voce, volto e comportamento—possono essere riprodotti con una precisione sorprendente. Questo ha dato vita a una nuova ondata di frodi e manipolazioni, in cui i deepfake non sono più un problema solo di disinformazione, ma una minaccia economica e personale reale.

1. Cosa sono i deepfake e perché sono pericolosi

I deepfake sono contenuti audio e video sintetici creati tramite reti neurali o modelli di IA, capaci di imitare la voce e l’aspetto di una persona reale in modo estremamente realistico. Possono essere generati da pochi secondi di registrazione disponibili online o da foto pubbliche, rendendo possibile clonare un volto e una voce in pochi minuti.

Queste tecnologie possono ingannare persino sistemi automatici di riconoscimento o persone esperte, generando scenari falsi credibili: qualcuno che parla, ordina, supplica o consiglia come se fosse una persona reale.

2. Esempi reali di truffe deepfake

Romance scams e furti emotivi

Un caso emblematico è quello di Abigail Ruvalcaba, una donna di Los Angeles che è stata convinta di avere una relazione romantica con un attore tramite video e messaggi deepfake. Alla fine, ha venduto la casa di famiglia per inviare denaro e gift card ai truffatori, credendo che fosse il suo “partner”.

Questa truffa non solo ha devastato la sua situazione finanziaria, ma mette in evidenza quanto una voce e un volto sintetici possono creare fiducia emotiva e spingere a decisioni estremamente dannose.

Attacchi alle aziende

Non sono solo i consumatori a essere presi di mira:

  • In Asia, diverse multinazionali hanno perso milioni durante videoconferenze deepfake in cui un “CFO” sintetico ha ordinato bonifici urgenti e diretti su conti fraudolenti.
  • In particolare, una società a Hong Kong ha trasferito circa HK$200 milioni (~26 milioni USD) dopo una chiamata video in cui tutti interlocutori — tranne la vittima — erano deepfake.

Questi scenari mostrano che il pericolo non riguarda solo l’utente medio, ma anche settori corporativi dove le decisioni finanziarie vengono delegate in base a credibilità e autorità percepite.

Scenari politici e informazione manipolata

I deepfake non si limitano alle frodi economiche, ma esteriorizzano anche un rischio di disinformazione di massa:

  • Ads deepfake raffiguranti il Primo Ministro britannico Rishi Sunak sono stati diffusi su Facebook per promuovere truffe finanziarie e investimenti falsi.
  • In India, una persona è stata arrestata per aver condiviso un video deepfake del Primo Ministro Narendra Modi con contenuti che incitavano paura e discordia su un gruppo WhatsApp.
  • In passato (2022–2024), deepfake di Zelenskyj e di altri leader sono stati diffusi per manipolare percezioni pubbliche su questioni politiche o militari.

Questi esempi evidenziano come i deepfake possano essere usati per delegittimare figure pubbliche o influenzare l’opinione pubblica — con effetti potenzialmente di portata nazionale.

Falsi endorsement e influencer sfruttati

I deepfake non risparmiano neanche gli influencer: la star britannica Molly-Mae Hague è stata falsamente ritratta in un video che la mostrava dire endorsement ingannevoli per un profumo, inducendo fan a comprare prodotti falsi.

Questo tipo di abuso crea non solo danni economici ai consumatori, ma anche danni reputazionali agli stessi influencer.

3. Perché la legge tradizionale fatica a stare al passo

Il diritto d’autore tradizionale protegge opere creative, non identità biologiche. La voce e il volto non sono considerati opere di cui si possa automaticamente detenere copyright, anche se la loro riproduzione può causare danni enormi.

Per questo diversi ordinamenti stanno discutendo soluzioni nuove: ad esempio, la Danimarca ha proposto una legge che attribuisce a ciascun individuo un diritto simile al copyright sulla propria voce e immagine, con l’obiettivo di combattere i deepfake non autorizzati.

In molti altri paesi, invece, la protezione si basa ancora su norme di privacy, diffamazione o uso indebito dell’immagine: difficili da applicare rapidamente in un mondo di contenuti virali online.

4. Come si evolveranno truffe e normative

Poiché gli strumenti per creare deepfake diventano sempre più accessibili e qualitativi, le truffe seguiranno il trend tecnologico. Ecco alcune direzioni chiave:

  • Romance scams sempre più sofisticate: video e audio personalizzati per ogni vittima.
  • Impersonazioni aziendali in tempo reale: con multa-digit deepfake in meeting Zoom o Teams.
  • Regolamentazione emergente: proposte legali e framework di responsabilità per piattaforme e intermediari tecnologici.

I casi di deepfake fraudolenti finora documentati mostrano che non sono più un fenomeno marginale o solo teorico: ormai riguardano vittime reali, società e persino processi democratici. La voce e i dati biometrici, grazie all’IA, diventano prodotti economicamente sfruttabili—ma anche vulnerabili—e la risposta legale tradizionale fatica a proteggerli.

Discutere se dovrebbero essere soggetti a forme di copyright o di altri strumenti di tutela legale specifici non è più un esercizio accademico, ma una questione di sicurezza personale, economica e sociale.

Scenario ipotetico: deepfake di leader politici usati per truffe

Un’evoluzione particolarmente pericolosa delle truffe deepfake riguarda l’uso di figure politiche di primo piano, sfruttandone autorevolezza, riconoscibilità e fiducia pubblica. In questo contesto, è utile considerare un’ipotesi verosimile che potrebbe manifestarsi anche in Italia.

Il caso ipotetico: un deepfake di Giorgia Meloni

Immaginiamo la circolazione, sui social o tramite messaggistica privata, di un video o audio deepfake attribuito alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel quale la voce e il volto appaiono autentici, il linguaggio coerente con lo stile pubblico e il contesto apparentemente credibile (ufficio istituzionale, bandiera alle spalle, tono formale).

In questo scenario, il contenuto fraudolento potrebbe essere usato per:

  • sollecitare un’azione politica (es. invito a sostenere una specifica iniziativa, referendum o lista “di appoggio”),
  • richiedere un contributo economico urgente, presentato come donazione, fondo straordinario, sostegno a una causa nazionale o a un’emergenza,
  • indirizzare verso siti o conti correnti fraudolenti, sfruttando la percezione di ufficialità.

Il punto critico non è il messaggio in sé, ma il fatto che la vittima percepisca di interagire direttamente con una massima autorità dello Stato, riducendo drasticamente il livello di diffidenza.

Perché questo scenario è particolarmente pericoloso

Questo tipo di truffa avrebbe un impatto potenzialmente enorme perché:

  • combina deepfake e autorità istituzionale, un’accoppiata molto più efficace delle classiche impersonificazioni di CEO o parenti;
  • sfrutta canali ad alta viralità (WhatsApp, Telegram, Facebook, TikTok), dove il contenuto viene condiviso “per avviso” prima ancora di essere verificato;
  • può causare danni multipli: economici per i cittadini, reputazionali per l’istituzione, e democratici per il processo politico.

È importante sottolineare che non servirebbe convincere milioni di persone: basterebbe una piccola percentuale di destinatari che agisce d’impulso per generare profitti significativi ai truffatori.

Implicazioni giuridiche

Uno scenario del genere metterebbe in evidenza tutti i limiti delle tutele attuali:

  • la diffamazione interviene dopo il danno;
  • la privacy non è sempre sufficiente quando il contenuto è pubblico e virale;
  • il diritto elettorale non è progettato per contrastare impersonazioni sintetiche iper-realistiche.

È proprio in casi come questo che prende forza l’idea di una tutela giuridica specifica dell’identità biometrica, potenzialmente assimilabile a un diritto esclusivo (sul modello del copyright o di un diritto dell’identità digitale), che consenta rimozioni rapide, blocchi automatici e responsabilità chiare per piattaforme e intermediari.

Perché parlarne prima che accada

L’assenza di casi noti in Italia non è una garanzia, ma solo un ritardo temporale. Gli esempi internazionali dimostrano che, quando una tecnica funziona, viene rapidamente replicata e adattata a contesti locali.

Affrontare oggi l’ipotesi di un deepfake che sfrutta la voce o l’immagine di un leader politico serve non a creare allarmismo, ma a preparare strumenti normativi e culturali per riconoscere e neutralizzare queste minacce prima che diventino sistemiche.

C’è una sensazione sempre più diffusa tra operatori sanitari e cittadini: la sanità pubblica italiana è senza guida. Non perché manchi formalmente un Ministero della Salute, ma perché manca una direzione politica riconoscibile, autorevole e responsabile.

Il PNRR avrebbe potuto rappresentare una svolta storica per la sanità territoriale, affidando alle Case della Comunità il ruolo di filtro reale del Servizio Sanitario Nazionale. A pochi mesi dalla scadenza del 2026, il bilancio è impietoso: strutture incomplete, servizi assenti, personale insufficiente. Non è solo un fallimento amministrativo. È il risultato di una scelta politica precisa: lasciare che la sanità continui a essere governata da 21 sistemi regionali diversi, senza una regia nazionale forte.

Case della Comunità: l’idea giusta, l’attuazione sbagliata

Il modello di riferimento è chiaro ed è già realtà in Francia e Germania: una medicina generale forte, dotata di personale e strumenti diagnostici, capace di risolvere sul territorio la maggior parte dei bisogni sanitari. In Italia il PNRR ha cercato di replicare questo schema finanziando oltre mille Case della Comunità. Ma il risultato, ad oggi, è largamente insoddisfacente.

Il caso del Piemonte è emblematico:

  • circa 91 Case della Comunità previste;
  • la maggior parte dei cantieri avviata;
  • solo una trentina di strutture con almeno un servizio attivo;
  • appena 1–2 Case realmente operative con medici, infermieri e servizi completi.

In altre parole: edifici pronti o quasi pronti, ma vuoti di funzione. La sanità territoriale non si costruisce con il cemento, ma con personale, organizzazione e responsabilità chiare.

Il nodo centrale: la regionalizzazione della sanità (e l’alibi perfetto per non decidere)

Il fallimento parziale delle Case della Comunità non è un incidente di percorso. È la conseguenza diretta di una scelta politica precisa: la regionalizzazione spinta della sanità, introdotta con la riforma del Titolo V della Costituzione (2001).

Cosa ha prodotto la regionalizzazione

  1. 21 sistemi sanitari diversi, con standard, tempi e priorità differenti.
  2. Assenza di una regia nazionale forte su personale, modelli organizzativi e integrazione dei MMG.
  3. Scarico sistematico delle responsabilità:
    • lo Stato finanzia;
    • le Regioni progettano;
    • le ASL eseguono;
    • nessuno risponde dei risultati.

Il PNRR ha amplificato questo problema: fondi europei gestiti da strutture regionali che non hanno la capacità (o la volontà) di riorganizzare profondamente il sistema.

Le responsabilità politiche: quando nessuno risponde

1. Il vuoto al centro: il Ministero della Salute

Il primo dato politico è semplice: il Ministero della Salute non esercita più un ruolo di guida reale. Si limita a certificare milestone, a distribuire fondi e a registrare ritardi, senza imporre standard vincolanti su personale, servizi e modelli organizzativi.

In pratica, il Ministro della Salute è diventato un notaio del fallimento, non il responsabile della salute pubblica.

2. I Governi che hanno accettato il modello

Governi di colore politico diverso hanno scelto la strada più comoda: non mettere mano alla regionalizzazione della sanità, anche quando era evidente che produceva disuguaglianze, inefficienze e sprechi.

Il PNRR è stato gestito come un programma edilizio, non come una riforma strutturale. Si è preferito finanziare muri piuttosto che affrontare il nodo politico del personale, della medicina generale e del riequilibrio tra ospedale e territorio.

3. Le Regioni: potere senza responsabilità

Le Regioni hanno ottenuto risorse straordinarie senza accettare vincoli stringenti sui risultati. Hanno costruito – o avviato – edifici, ma spesso senza sapere chi li avrebbe fatti funzionare.

Il caso del Piemonte è emblematico, ma non isolato: decine di Case della Comunità previste, pochissime operative, quasi nessuna pienamente funzionante.

La regionalizzazione ha creato un sistema perfetto per l’irresponsabilità diffusa:

  • lo Stato finanzia;
  • le Regioni decidono;
  • le ASL eseguono;
  • nessuno paga il prezzo politico del fallimento.

Il confronto europeo che smentisce il modello italiano

Francia e Germania dimostrano che investire nel territorio riduce la spesa complessiva:

  • meno accessi impropri al Pronto Soccorso;
  • meno ricoveri evitabili;
  • migliore gestione delle cronicità.

L’Italia, al contrario, spende meno sul territorio e molto di più sugli ospedali, pagando il prezzo di una scelta ideologica: l’autonomia regionale come fine, non come strumento.

Una lezione che non si può più ignorare

Le Case della Comunità non stanno fallendo perché l’idea è sbagliata, ma perché sono state calate in un sistema che non le può sostenere. Senza una revisione profonda della regionalizzazione della sanità, continueranno a essere:

  • scatole vuote;
  • inaugurazioni simboliche;
  • occasioni mancate.

Il PNRR rischia così di diventare l’ennesima prova che la sanità pubblica non può essere governata come un mosaico di interessi regionali, ma richiede una responsabilità nazionale chiara.

Quanto costerebbe davvero far funzionare le Case della Comunità

Uno degli argomenti più usati contro un rafforzamento reale della medicina territoriale è il presunto aumento di spesa. I dati mostrano l’opposto.

Un modello realistico – basato su studi associati di 3 medici di medicina generale, supportati da infermieri e diagnostica di base – richiederebbe:

  • investimento iniziale: circa 75–95 mila euro per struttura (attrezzature diagnostiche, IT, allestimento);
  • costo annuo di funzionamento: 80–90 mila euro (personale infermieristico, assistenza di studio, manutenzione).

Ogni struttura di questo tipo segue mediamente 4.500–5.000 assistiti.

Il risparmio potenziale per lo Stato

Su questa popolazione, l’esperienza comparata e i dati italiani indicano:

  • 450–600 accessi impropri al Pronto Soccorso evitabili ogni anno;
  • costo medio di un accesso PS: ~300 euro;
  • risparmio diretto annuo sul PS: circa 150.000 euro.

A questo si aggiungono i ricoveri evitabili:

  • anche solo 10 ricoveri in meno all’anno per struttura;
  • costo medio di un ricovero: 3.000–4.000 euro;
  • ulteriori 30–40 mila euro di risparmio.

Risparmio complessivo annuo stimabile: 180–190 mila euro.

A fronte di un costo annuo di circa 85 mila euro, il saldo per lo Stato sarebbe ampiamente positivo (+100 mila euro l’anno).

L’investimento iniziale verrebbe recuperato in meno di dodici mesi.

Perché incentivare l’associazionismo dei MMG conviene

Il PNRR ha puntato soprattutto sulle strutture edilizie. Un’alternativa – o meglio, un’integrazione necessaria – è incentivare l’associazionismo dei medici di medicina generale, sostenendo:

  • studi associati o cooperative di MMG;
  • personale infermieristico condiviso;
  • diagnostica di primo livello in studio;
  • integrazione digitale con il SSN.

Questo modello:

  • costa meno di una struttura pubblica completamente nuova;
  • è più rapido da attivare;
  • utilizza professionisti già presenti sul territorio;
  • replica ciò che funziona in Francia e Germania.

Una scelta politica, non tecnica

I numeri dimostrano che rafforzare la medicina generale associata non è una spesa, ma un investimento ad altissimo rendimento. Se questo non avviene, non è per mancanza di risorse, ma per:

  • rigidità della governance regionale;
  • assenza di una strategia nazionale vincolante;
  • resistenza a spostare risorse dall’ospedale al territorio.

Conclusione

Le Case della Comunità rischiano di restare scatole vuote se non vengono affiancate da una scelta chiara: aiutare economicamente e organizzativamente i medici di medicina generale a lavorare insieme, dotandoli degli strumenti necessari per fare da filtro reale al sistema.

Continuare a investire solo in muri, senza investire nelle persone e nell’organizzazione, significa sprecare il PNRR e perseverare nell’errore della sanità regionalizzata.

I dati parlano chiaro: una sanità territoriale forte costa meno, funziona meglio ed è l’unica via per salvare il Servizio Sanitario Nazionale.

Introduzione: Sicurezza come Bene Comune

In un contesto urbano sempre più complesso e vulnerabile, garantire la sicurezza delle attività commerciali non è solo un'esigenza privata, ma un investimento per tutta la comunità. Furti, atti vandalici, aggressioni e microcriminalità sono fenomeni che minano la vitalità economica e sociale dei quartieri. Il Bonus Sicurezza 2025 si propone come uno strumento concreto per rafforzare la sorveglianza passiva, attraverso sistemi di videosorveglianza a costo ridotto, soprattutto per piccoli negozi e botteghe situate lungo le vie commerciali.

Cos’è il Bonus Sicurezza 2025

Il Bonus Sicurezza è una detrazione fiscale al 50% delle spese sostenute per l’acquisto e l’installazione di:

  • Sistemi di videosorveglianza (telecamere IP, DVR/NVR, storage criptato);
  • Sistemi antifurto (allarmi, sensori perimetrali e volumetrici);
  • Porte blindate e inferriate;
  • Citofoni e videocitofoni.

Valido fino al 31 dicembre 2025, il bonus è destinato a persone fisiche e titolari di partita IVA, senza obbligo di ristrutturazione edilizia, purché si tratti di interventi volti a prevenire atti illeciti.

Come Funziona la Detrazione

Tipologia di SpesaImporto DetraibileModalità di Rimborso
Videosorveglianza 50% In 10 rate annuali
Allarme e dispositivi anti-intrusione 50% In 10 rate annuali
Spese di installazione e progettazione 50% In 10 rate annuali

✔️ Pagamento tracciabile obbligatorio: bonifico parlante o pagamento elettronico.

✔️ Documenti richiesti: fattura dettagliata, ricevuta del bonifico, dichiarazione di conformità.

Un'Occasione per i Negozi delle Vie Commerciali

Le piccole attività commerciali, spesso esposte a furti notturni e danneggiamenti, possono trasformare il Bonus Sicurezza in un'opportunità strutturale. Installare una telecamera oggi significa:

  • Protezione diretta del negozio e dei dipendenti;
  • Collaborazione con le forze dell’ordine grazie alle registrazioni video;
  • Deterrenza visibile verso i malintenzionati;
  • Aumento della percezione di sicurezza per clienti e cittadini.

Verso una Sicurezza Diffusa: Il Progetto “Occhio alla Strada”

 

In molte città si stanno diffondendo iniziative di sorveglianza partecipata, in cui:

  • I negozianti condividono immagini o alert in tempo reale tramite gruppi WhatsApp o app di quartiere;
  • Le telecamere private diventano un presidio diffuso, fungendo da sentinelle di quartiere;
  • Le amministrazioni comunali promuovono accordi pubblici-privati, offrendo ulteriori incentivi per le vie ad alta densità commerciale.

Idea innovativa:
Un sistema condiviso di monitoraggio tra negozi, magari coordinato da una rete associativa (es. Confesercenti o CNA), potrebbe creare un “corridoio sicuro” nelle zone più a rischio.

Esempio Illustrativo: Come Installare un Sistema Completo con il Bonus

Caso tipo: Piccolo negozio di abbigliamento in centro città

  • 2 Telecamere IP (visione notturna e rilevamento movimento) = €400
  • NVR (registratore digitale) = €300
  • Installazione tecnica = €300
    Totale spesa: €1.000Detrazione: €500 in 10 anni
     Costo effettivo annuo = €50

Come Accedere al Bonus Sicurezza

  1. Scegliere un fornitore abilitato e richiedere un preventivo dettagliato.
  2. Effettuare il pagamento con bonifico parlante.
  3. Conservare:
    • Fattura con indicazione dei dispositivi;
    • Certificato di conformità dell’impianto;
    • Ricevuta del bonifico.
  4. Indicare le spese nella dichiarazione dei redditi (modello 730 o Redditi PF).

Invito all’Azione per le Amministrazioni Locali

Per potenziare l’efficacia del Bonus Sicurezza, i Comuni possono:

  • Attivare convenzioni con ditte installatrici per prezzi calmierati;
  • Promuovere reti di videosorveglianza urbana integrata, anche tramite bandi regionali o PNRR;
  • Creare un marchio “Quartiere Sicuro” per valorizzare le vie con maggiore adesione al progetto.

Sicurezza come Infrastruttura Civica

Il Bonus Sicurezza non è solo un incentivo fiscale: è una leva per costruire reti solidali, proteggere il lavoro e valorizzare il commercio locale. Ogni telecamera installata è un tassello di sicurezza collettiva, capace di restituire fiducia ai cittadini e favorire la rinascita di strade oggi svuotate o insicure.

Investire in sicurezza conviene: per il singolo, per il quartiere, per la città.

30 maggio 2025 – Nell’epoca dell’informazione digitale, dove ogni clic può fare la differenza, anche i titoli delle notizie hanno subito un'evoluzione profonda. Un recente studio del Max Planck Institute for Human Development ha analizzato circa 40 milioni di titoli in lingua inglese degli ultimi vent’anni, rivelando una tendenza chiara e trasversale: titoli più lunghi, più negativi e strutturati per suscitare curiosità.

La trasformazione del titolo giornalistico

Un tempo brevi e informativi, oggi i titoli sono sempre più simili a slogan pubblicitari. L’obiettivo non è solo anticipare il contenuto, ma spingere l’utente a cliccare, sfruttando meccanismi psicologici e algoritmi. Le frasi nominali sono spesso sostituite da costrutti completi, con verbi attivi, domande, pronomi e una dose sempre maggiore di emozione, soprattutto negativa.

“Il linguaggio dei titoli online è cambiato sistematicamente nel tempo”, afferma Pietro Nickl, autore principale dello studio. “Questi cambiamenti riflettono un adattamento alle dinamiche dell’ambiente digitale.”

Il potere del negativo

Lo studio conferma ciò che altri lavori avevano già ipotizzato: le parole negative attirano più attenzione. Non si tratta solo di una strategia editoriale consapevole, ma di un fenomeno più profondo: un processo di selezione culturale, dove certe scelte linguistiche si impongono naturalmente perché funzionano meglio nell’ecosistema dell’economia dell’attenzione.

Anche i media tradizionalmente considerati affidabili – come The New York Times, The Guardian, The Times of India o ABC News Australia – mostrano un’evoluzione stilistica verso modalità simili a quelle dei portali dichiaratamente "clickbait" come Upworthy.

Il problema della confusione tra informazione e manipolazione

Questo appiattimento stilistico tra media seri e fonti poco affidabili rischia di offuscare la distinzione tra informazione e manipolazione, avvertono i ricercatori. Philipp Lorenz-Spreen, co-autore dello studio, sottolinea che “quando lo stile dei media di qualità si avvicina a quello delle fonti problematiche, i confini diventano sfumati, rendendo difficile per il lettore orientarsi”.

Verso nuovi indicatori di qualità

Ma ci sono anche segnali positivi. Alcuni media stanno cercando modelli alternativi per valutare il successo di un contenuto, puntando non solo sul numero di clic ma anche sull'engagement reale. The Guardian, ad esempio, ha introdotto una sezione dedicata alle “Letture approfondite”, basata sul tempo effettivo di lettura in proporzione alla lunghezza dell’articolo. Un tentativo di valorizzare contenuti di qualità che vanno oltre il titolo accattivante.

In un panorama mediatico sempre più competitivo, i titoli sono diventati lo specchio delle logiche di mercato e degli algoritmi. Tuttavia, l’informazione di qualità ha ancora margini per distinguersi, se saprà ridefinire i propri parametri di successo, riconoscendo che la fiducia del lettore è un bene più prezioso del click immediato.

In un Paese dove l’unico cantiere che non dà fastidio è quello mai aperto, il NIMBY (Not In My Back Yard) è solo la punta dell’iceberg di un sistema che ha fatto dell’immobilismo una forma d’arte. Tutti vogliono infrastrutture moderne, energia pulita, trasporti efficienti e città verdi. Però — dettaglio non trascurabile — senza cambiare nulla, senza toccare nulla, senza disturbare nessuno. Un miracolo urbanistico alla Harry Potter, insomma.

Ma il NIMBYismo da solo non basterebbe a spiegare perché in Italia anche costruire una panchina richieda il tempo necessario a un ciclo lunare completo. No, qui entra in gioco la burocrazia bizantina, il balletto tragicomico delle autorizzazioni, il potere delle Soprintendenze che proteggono anche i ruderi dei supermercati dismessi anni '80 come fossero siti Unesco, e naturalmente il TAR, che è diventato il vero ministero delle Infrastrutture del nostro Paese.

Ogni progetto pubblico ormai prevede, tra i costi fissi, un ricorso al TAR obbligatorio, tipo il catering o le sedie per l’inaugurazione. Non c'è opera che parta senza che qualcuno faccia causa, gridando al mostro urbanistico, anche se si tratta di una pista ciclabile tra due rotonde. È un meccanismo perfetto per non fare nulla ma col massimo delle garanzie legali.

Nel frattempo, le aree dismesse — quelle vere, brutte, inquinanti — stanno lì, come cicatrici aperte nel paesaggio urbano. Nessuno le recupera. Nessuno sa come farlo, o meglio: nessuno vuole assumersi il rischio politico di dire “facciamolo”. Perché vuoi mettere il rischio di svegliare un comitato di quartiere? Meglio lasciare tutto com’è, che tanto fa anche un po’ “archeologia industriale”, fa figo. E chi se ne importa se a cento metri c’è gente che vive con le finestre chiuse per il tanfo di amianto.

E mentre ci si divide tra chi vuole l'idrogeno verde, chi l'eolico in mare aperto ma lontanissimo dalla vista, e chi vuole solo che tutto resti esattamente com’è — il concetto di sostenibilità muore soffocato sotto una pila di PDF da approvare in quindicesima commissione. Nessuno che osi dire che la sostenibilità vera implica delle scelte, dei compromessi, delle trasformazioni. Serve densificare le città, recuperare spazi abbandonati, rendere efficiente ciò che già esiste. Ma questa roba qui non fa click, non fa indignazione social. E soprattutto: potrebbe disturbare.

E allora eccoci qui, nel 2025, con una generazione di giovani che chiede più Stato, mentre lo Stato viene demolito a colpi di "no", di comitati spontanei, di attese infinite per una firma, di sindaci che fanno i “contro” anche alle cose che avevano approvato loro stessi tre anni prima, e di politici che si cagano sotto all’idea di decidere qualcosa.

E poi ci si sorprende se la destra avanza. Ma è ovvio. Perché almeno dice “FAREMO QUALCOSA, MA NON NEL TUO GIARDINO” (vedi tassisti e balneari) con estrema chiarezza. Il che, in questo scenario, è già un atto rivoluzionario. Chi si oppone, invece, fa il tifo per il nulla, per il blocco eterno, per il Paese-ricordo, dove tutto è com’era e niente sarà come dovrebbe. Basta che non tocchino il mio cortile.

Eppure il problema non è solo la mancanza di decisionismo: è la totale assenza di responsabilità chiara e di tempi certi. È questo che i giovani, sotto sotto, stanno urlando. Non tanto il desiderio di un “uomo forte” — che pure emerge da sondaggi inquietanti, come quello di SWG in cui il 52% dei giovani tra i 25 e i 34 anni accetta l’idea di un leader che governi senza Parlamento. Un numero che dovrebbe far tremare ogni democratico vero, ma che in fondo non dice “via la democrazia”, bensì “dateci uno Stato che funzioni”.

Il  Rapporto Giovani 2024 realizzato da EURES in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Giovani e l’Agenzia Italiana per la Gioventù .​ evidenzia come  i giovani italiani mostrano un forte desiderio di maggiore attenzione da parte delle istituzioni. Tuttavia, solo il 3% degli intervistati ritiene che le istituzioni siano "del tutto adeguate" nel rispondere alle esigenze dei giovani, mentre il 9,1% le considera "abbastanza adeguate". La maggioranza esprime insoddisfazione: il 47,9% le giudica "piuttosto inadeguate" e il 34,8% "del tutto inadeguate". Inoltre, il rapporto evidenzia che i giovani italiani desiderano sentirsi più utili alla comunità in cui vivono. Una ricerca ha rilevato che l'83,4% dei giovani italiani vorrebbe contribuire attivamente alla società, e il 74,2% si dichiara disposto a svolgere attività di volontariato.​ Questi dati indicano una generazione che, pur desiderando un maggiore coinvolgimento e supporto da parte dello Stato, si sente spesso trascurata e poco valorizzata dalle istituzioni.​

I giovani italiani non vogliono evidentemente vivere in un reality show istituzionale dove ogni riforma finisce nel nulla, ogni piano si arena, ogni progetto pubblico si trasforma in un cantiere archeologico. Vogliono sapere chi decide, cosa decide e quando succederà. Soprattutto: che accada davvero.

Ma questo Paese ha già avuto una possibilità, nel 2016, con il referendum costituzionale. Non perfetto, discutibile, certo. Ma era una riforma strutturale, un tentativo (maldestro, magari) di razionalizzare un sistema confuso. Eppure fu ridotto a un plebiscito personale: non una riflessione sul bicameralismo, ma un “sì” o “no” a Matteo Renzi. Il risultato? Un altro treno perso, un’altra occasione buttata, un altro “no” che suonava tanto familiare: "non adesso, non così, non da te".

E così, mentre il mondo corre, noi restiamo inchiodati al solito copione: nessuno che vuole decidere, tutti pronti a impedire. Ma tranquilli, finché c'è un TAR, un comitato e un bel "non nel mio giardino", l’Italia sarà salva. O almeno, sarà comoda. Immobile, ma comoda.

di Andrea Gaiardoni

 Eccoli gli apostoli del trumpismo, che chiamano a raccolta i loro seguaci, che scendono in piazza invocando la “democrazia” ma pretendendo al tempo stesso di esercitare un potere al di sopra delle leggi, attaccando lo stato di diritto e l’indipendenza della magistratura. Marine Le Pen è stata appena condannata a quattro anni di carcere (due dei quali condonati) e a 5 anni di ineleggibilità per appropriazione indebita di fondi del Parlamento Europeo: il che la escluderebbe dalla corsa presidenziale del 2027, salvo ribaltamenti della sentenza in appello. Eppure la leader dell’estrema destra francese ha immediatamente indossato i panni della martire, sostenendo di essere “vittima di una caccia alle streghe politica”, parlando di “diritti violati”, di “milioni di francesi indignati”, fino a sostenere che la magistratura le ha lanciato contro “una bomba nucleare per impedirle di correre alle prossime presidenziali”. E perciò ha chiamato a raccolta i suoi fedelissimi (non una gran folla, appena qualche migliaio di persone) domenica scorsa in Place Vauban, nel cuore di Parigi, per una pubblica protesta indetta “per salvare la democrazia”. 

Cambio di scena: Brasile, Rio De Janeiro. La spiaggia di Copacabana è affollata da migliaia di persone (18mila secondo le stime dei quotidiani locali) che indossano le magliette verde-oro della nazionale di calcio brasiliana, che gridano slogan a favore dell’ex presidente Jair Bolsonaro e che mostrano cartelli con su scritto Amnistia oraI guai di Bolsonaro sono assai più gravi di quelli di Le Pen: il mese scorso era stato formalmente accusato dal procuratore generale del Brasile per aver tentato di organizzare un colpo di stato, in combutta con altre 33 persone, dopo aver perso le elezioni dell’ottobre 2022. Il complotto, chiamato dagli stessi organizzatori “Pugnale verde e giallo”, puntava “ad abbattere il sistema dei poteri e l’ordine democratico” e includeva anche un piano per avvelenare il suo successore e attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva, e per uccidere un giudice della Corte Suprema, Alexandre de Moraes. Qualora fosse ritenuto colpevole l’ex presidente, già condannato all’ineleggibilità fino al 2030 per aver sostenuto che il sistema elettorale brasiliano era truccato, rischia di passare in carcere i prossimi 20 anni. 

Il “colpo di spugna” su Capitol Hill

Anche Bolsonaro nega tutto, si definisce un “perseguitato politico”, parla di un “attacco alla democrazia”. Eppure le affinità con Trump, con la sua condotta, con il suo stile, sono lampanti. A partire dalle insurrezioni dei suoi sostenitori che l’8 gennaio 2023 assaltarono e vandalizzarono i “luoghi” del potere a Brasilia (la Corte Suprema, il Congresso, il Palazzo presidenziale) per contrastare l’elezione di Lula. Oltre 1.500 furono gli arresti: e l’attuale richiesta d’amnistia dei fan di Bolsonaro punta proprio a cancellare quelle condanne. Ma l’analogia con quanto accaduto a Capitol Hill il 6 gennaio 2021 è lampante: l’assalto al Campidoglio dei fanatici estremisti di destra trumpiani per impedire “fisicamente” ai legislatori americani di certificare la vittoria di Joe Biden alle elezioni; l’accusa di brogli lanciata dall’allora ex presidente senza alcun fondamento; l’accusa, ricevuta da diversi tribunali e giudici degli Stati Uniti, di aver attivamente “incitato” all’insurrezione, o quantomeno non aver fatto abbastanza per impedirla. La differenza è nell’esito finale, e nella maggiore “capacità d’intervento” della magistratura brasiliana rispetto a quella americana: Bolsonaro è stato condannato per quel che ha fatto. Trump noper ragioni diverse e complesse: al punto che ha potuto di nuovo candidarsi e vincere le ultime elezioni. “Il 6 gennaio dimostra che l’impunità è la regola per le élite americane”, già scriveva Newsweek nel primo anniversario di quegli eventi.

L’obiettivo di questa rete transnazionale di estrema destra, che usa gli stessi slogan, le stesse parole d’ordine, è evidente: avvelenare i pozzi della democrazia. Colpire il pilastro della separazione dei poteri, delegittimare qualsiasi organo della magistratura osi mettersi di traverso con la “scusa” di applicare la legge. Neutralizzare il sistema giudiziario e smantellare i sistemi di supervisione che mettono sotto controllo la loro autorità. Come ha ricordato recentemente il politologo Steven Levitsky, professore all’Università di Harvard, in un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel: “Stiamo assistendo al collasso della nostra democrazia. Sotto Donald Trump, gli Stati Uniti stanno scivolando in una forma di autoritarismo competitivo. Questo probabilmente non sarà irreversibile. Ma il fatto è che in questo momento, gli Stati Uniti stanno cessando di essere una democrazia”. Difatti il presidente americano non ha escluso l’ipotesi di ripresentarsi per un terzo mandato, nonostante il divieto imposto dal 22° emendamento della Costituzione americana. Trump non è il primo autocrate che tenta di radere al suolo lo stato di diritto: Erdogan in Turchia, Orbàn in Ungheria, per non parlare di Putin, più sfacciato nella sua postura dittatoriale. O di Netanyahu, che pur di mantenere il suo potere illimitato e schivare la fastidiosa insistenza dei giudici che pretendono di processarlo per diversi reati commessi prima della carneficina di Gaza è disposto, letteralmente, a tutto: militarmente, giudiziariamente, moralmente. A fare la differenza è il ruolo che Trump ricopre, il “peso” che una decisione del presidente degli Stati Uniti può avere sul resto del mondo. E l’esempio che può dare: difatti a Parigi i sostenitori di Marine Le Pen hanno portato in piazza l’equazione: “Se Trump si è candidato, perché vogliono impedirlo a Marine?”. Gli striscioni di altri dimostranti lepenisti recitavano: “La giustizia prende ordini”, oppure “Fermate la dittatura giudiziaria”. Lo stesso ritornello già sentito più e più volte negli ultimi decenni anche in Italia, da Berlusconi in poi. L’ultimo esempio pochi giorni fa, con il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano che è arrivato a definire la magistratura come una sorta di contro-potere politico “che tenta di erodere la volontà popolare”. Sono in molti a essere d’accordo con lui. Elon Musk ad esempio, il plurimiliardario ospite fisso della casa Bianca, che dopo il verdetto di condanna di Le Pen ha dichiarato: “Quando la sinistra radicale non può vincere attraverso il voto democratico, abusa del sistema legale per incarcerare i suoi oppositori. Questo è il loro copione standard in tutto il mondo”. Bénédicte de Perthuis, il giudice che ha condannato la leader dell’estrema destra francese, è stato posto sotto protezione dalla polizia dopo aver ricevuto diversi messaggi con minacce personali.

Il dietrofront di Trump sui dazi

Eppure la fascinazione collettiva suscitata da Trump comincia a mostrare cenni di cedimento dopo neanche tre mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, e dopo aver scatenato una guerra commerciale mondiale, con la decisione unilaterale e priva di qualsiasi giustificazione “tecnica” (a parte l’illusione di ripianare cosìl’enorme debito pubblico americano) d’imporre dazi praticamente al mondo intero (ma non alla Russia e alla Corea del Nord), dando così origine a un caos globale senza precedenti e dalle conseguenze ancora imprevedibili. Salvo poi congelarli, poche ore fa, con una mossa a sorpresaprobabilmente costretto dal crollo dei mercati globali (Wall Street ha registrato il suo peggior calo dalla pandemia di Covid), inasprendo tuttavia quelli con la Cina, portandoli al 125%: i prossimi tre mesi saranno decisivi per capire quale strada l’imprevedibile inquilino della Casa Bianca deciderà d’intraprendere. 

Resta il fatto che le critiche nei confronti di Trump si fanno sempre più aspre, e ampie. Prova ne siano le enormi manifestazioni di protesta che a partire dallo scorso fine settimana hanno attraversato ogni angolo degli Stati Uniti, sotto lo slogan Hands Off, “Giù le mani”. Alle proteste pacifiche, oltre 1.300, organizzate da più di 150 gruppi di difesa e per i diritti civili, coordinate dall’organizzazione progressista MoveOn, hanno partecipato oltre 3 milioni di americani per dire no allo smantellamento dei programmi economici e sociali, per opporsi ai brutali tagli al personale pubblico operati da Elon Musk. “Non staremo in silenzio mentre i nostri diritti, il nostro futuro e la nostra democrazia sono sotto attacco”, ha dichiarato la direttrice esecutiva di MoveOn, Rahna Epting. “Il nostro è un movimento pacifico al quale partecipano persone comuni - infermieri, insegnanti, studenti, genitori - che si stanno sollevando per proteggere ciò che conta di più. Siamo uniti, siamo implacabili e siamo solo all’inizio”. Simili manifestazioni di opposizione a Trump e alle sue politiche non soltanto commerciali iper aggressive si sono svolte anche in altri paesi, dal Canada al Messico, e in diverse capitali europee, da Parigi a Berlino, da Londra a Lisbona. 

Quanto sta accadendo in Canada, che nei sogni da imperatore di Trump potrebbe e dovrebbe diventare presto il 51° stato americano, merita un breve approfondimento. Il prossimo 28 aprile i canadesi saranno chiamati a votare per le elezioni federali, che determineranno la composizione del prossimo governo, dopo un decennio a guida liberale e dopo le dimissioni anticipate cui è stato costretto l’ex leader del Partito Liberale, Justin Trudeau. Sembrava tutto apparecchiato per un drastico cambio di scenario, con il Partito Conservatore, capitanato dal 45enne Pierre Poilievre, populista di destra e simpatizzante trumpiano(scimmiottando il presidente americano aveva sfoggiato lo slogan Canada First) pronto ad assumere la guida del governo, forte di un vantaggio record nei sondaggi di 27 punti percentuali rispetto al Partito Liberale (47% contro 20%, stando alla rilevazione di Abacus Data del 9 gennaio 2025). Ma sono bastati un paio di mesi di Trump alla Casa Bianca, con le sue mire da conquistatore, per ribaltare i sondaggi: ora i Liberali sono tornati in vantaggio di dieci punti, con il primo ministro Mark Carney, economista, ex governatore della Bank of Canada, che evidentemente offre più garanzie e competenze rispetto a Poilievre, accusato dai suoi stessi colleghi di partito di aver risposto troppo lentamente alle minacce di annessione e alle aggressioni commerciali del presidente americano. I sondaggi sono una cosa, il voto reale spesso dice altro: ma nella migliore delle ipotesi, vista dal lato dei Conservatori, l’elezione del 28 aprile si risolverà con un testa a testa. Ma di certo gli atteggiamenti di Trump e i suoi modi da gangster hanno appesantito la corsa dei conservatori, scatenando proteste tra i canadesi. In una di queste, domenica scorsa, a Montreal, alcuni manifestanti hanno innalzato striscioni sostituendo all’ormai celebre acronimo trumpiano MAGA (Make-America-Great-Again) il più beffardo “Menteur- Arrogant-Goujat-Abuseur” (Bugiardo, Arrogante, Maleducato e Abusatore). Scrive The Tyee, sito giornalistico indipendente con sede a Vancouver: “Con l’attacco non provocato e punitivo di Trump al Canada, Mark Carney ha esattamente le qualifiche per affrontare questa enorme crisi economica. Se mal gestita, potrebbe costare al paese la sua industria automobilistica e centinaia di migliaia di posti di lavoro in altri settori. I tempi richiedono un negoziatore sofisticato con un background in finanza, non un cane da guerra politico”.

L'intelligenza artificiale (IA) sta rapidamente trasformando il panorama lavorativo, sollevando interrogativi su quali professioni siano a rischio e quali invece possano prosperare.

Negli ultimi anni, l'adozione dell'IA è passata da una nicchia di esperti a un fenomeno di massa, grazie a strumenti come ChatGPT e DALL·E. Queste tecnologie stanno già rivoluzionando settori come la finanza, dove software avanzati possono generare consulenze ipotecarie basate su milioni di dati, e la sicurezza, con sistemi capaci di rilevare transazioni sospette analizzando enormi volumi di operazioni finanziarie.

Un esempio concreto è quello dei centralini telefonici: molte aziende stanno sostituendo i classici operatori con assistenti vocali automatizzati capaci di riconoscere il linguaggio naturale, rispondere a domande frequenti e indirizzare le chiamate ai reparti giusti, riducendo drasticamente i tempi di attesa e i costi del personale.

L'Ascesa degli Agenti IA

Si prevede un aumento degli "agenti IA", applicazioni intelligenti progettate per assistere nelle attività quotidiane. Un'app, per esempio, potrebbe analizzare il contenuto del frigorifero e pianificare la spesa settimanale ottimizzando per salute e budget. Oppure potrebbe identificare anomalie nelle bollette energetiche e suggerire alternative più economiche.

Nel settore dell’assistenza tecnica, molte aziende utilizzano già chatbot intelligenti che guidano i clienti nella risoluzione di problemi comuni con i dispositivi, eliminando la necessità di un contatto umano. Anche la redazione di manuali tecnici viene in parte automatizzata, con sistemi IA capaci di generare documentazione dettagliata e personalizzata in tempo reale.

Implicazioni per il Mercato del Lavoro

Secondo l'esperto di IA Kai Bergin, entro il 2030 molte mansioni d'ufficio potrebbero essere automatizzate. Attività come la redazione di rapporti finanziari, l'analisi dei dati e la corrispondenza potrebbero essere gestite da applicazioni IA, che operano 24/7 senza necessità di pause o stipendi.

Anche professioni regolamentate come quelle dei commercialisti e degli avvocati iniziano a subire l'impatto dell'automazione. Esistono già strumenti basati su IA in grado di compilare dichiarazioni fiscali in pochi minuti, individuare detrazioni fiscali, redigere contratti e persino analizzare sentenze per prevedere l’esito di una causa. Queste tecnologie non sostituiranno del tutto i professionisti, ma potrebbero ridurre notevolmente la richiesta di operatori junior o assistenti.

Anche i numeri verdi per i servizi pubblici e le utilities stanno adottando soluzioni IA che permettono di gestire milioni di chiamate e richieste via chat, email o voce, offrendo risposte sempre disponibili, aggiornate e coerenti.

Verso un Nuovo Equilibrio

L'IA rappresenta una trasformazione simile alla rivoluzione industriale, ma focalizzata sul lavoro cognitivo anziché manuale. È fondamentale che i lavoratori valutino se le loro competenze siano sostituibili da macchine e, se necessario, considerino una riqualificazione.

Tuttavia, non tutte le professioni sono a rischio. Lavori che richiedono abilità manuali e interazioni umane, come parrucchieri, infermieri, idraulici e operatori edili, sono meno suscettibili all'automazione. Come sottolinea Bergin, "i robot non riparano i rubinetti".

Allo stesso tempo, la società deve monitorare attentamente lo sviluppo dell'IA, assicurandosi che sia guidato da norme etiche e legali rigorose. Occorre anche tutelare i lavoratori impattati, offrendo percorsi formativi, sostegni alla transizione e nuove opportunità in settori emergenti.

Conclusione

L'IA offre opportunità significative, ma richiede un adattamento proattivo da parte dei lavoratori e una vigilanza costante da parte della società. Solo così sarà possibile garantire un futuro lavorativo equilibrato, inclusivo e ricco di nuove possibilità.

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