Ci vediamo in tribunale. Eau de Paris, la principale azienda idrica pubblica francese, ha annunciato al quotidiano Le Monde il 13 febbraio che nei prossimi giorni presenterà una denuncia contro ignoti. L'autorità parigina denuncia diversi reati penali: inquinamento delle reti di distribuzione dell'acqua potabile dovuto allo scarico di sostanze, abbandono di rifiuti e degrado sostanziale dell'ambiente.

Lo scopo di questa denuncia è quello di ottenere il risarcimento del danno ecologico e di far sì che la bonifica venga finanziata dagli industriali. "  Sono gli inquinatori che devono pagare, le multinazionali chimiche che commercializzano queste sostanze inquinanti, di cui conoscono la tossicità da decenni ", ha dichiarato a Le Monde Dan Lert, presidente di Eau de Paris . Non gli utenti, non i gestori dell'acqua potabile, non le comunità.  »

Tra tutti i campioni prelevati nel 2024 dal laboratorio Eau de Paris, la somma di venti PFAS - che saranno integrati nel monitoraggio obbligatorio delle acque potabili a partire dal 2026 - è rimasta "  ben al di sotto  " della soglia regolamentare di 0,1 microgrammi per litro (µg/l). Tuttavia, nell'elenco dei PFAS che saranno presto regolamentati manca un inquinante perenne : l'acido trifluoroacetico ( TFA ) , un prodotto della degradazione dei pesticidi. Tuttavia, questo contaminante raggiunge concentrazioni molto più elevate rispetto alle altre molecole di questa famiglia nell'acqua potabile parigina.

La gestione dei rifiuti rappresenta una delle sfide più urgenti per tutte le città ma sopratutto per  la città di Roma, La città metropolitana ha oltre 4 milioni di abitanti e non puo’ essere messa a confronto con alter iniziative (vedi CoppenHill a Copenhagen con 600 mila abitanti). Attualmente, la Capitale affronta costi straordinari per l'esportazione dei rifiuti all'estero (in 10 anni alla media di 150 milioni l’anno si è speso piu’ di 1 miliardo, che I cittadini hanno pagato con le loro tasse), un sistema che pesa sul bilancio cittadino e che non offre una soluzione sostenibile a lungo termine (non si può pensare che le discariche siano una soluzione e che non inquinino pure loro).  In questo contesto, il termovalorizzatore emerge come una scelta strategica, non solo per affrontare l'emergenza rifiuti, ma anche per trasformare un problema in un'opportunità economica ed ecologica.

Attualmente, Roma spende centinaia di milioni di euro ogni anno per esportare i propri rifiuti in altri paesi europei, come l'Olanda e la Svezia. Questo sistema non è solo economicamente insostenibile, ma rappresenta anche una dipendenza strutturale da infrastrutture estere. Un termovalorizzatore locale consentirebbe di abbattere questi costi, ottimizzando la gestione dei rifiuti e riducendo la necessità di trasporti a lunga distanza.

CoppenHill deve importare rifiuti per rendere economica la propria sopravvivenza, deve bruciare anche carta, cartone e altri prodotti… nulla di paragonabile con Roma se il termovalorizzatore rientra in un sistema integrato di gestione dei rifiuti in cui si deve disincentivare l’incenerimento e favorire la raccolta differenziata, e questo non accadrà se non si farà pagare il conferimento all’indifferenziata.

Un moderno termovalorizzatore non è solo un impianto di smaltimento, ma anche una centrale energetica in grado di produrre elettricità e calore. Esperienze come quella di CopenHill a Copenaghen dimostrano che questi impianti possono fornire energia pulita a migliaia di abitazioni, riducendo al contempo la dipendenza dai combustibili fossili.

Contrariamente a quanto spesso si pensa, un termovalorizzatore ben regolamentato non ostacola il riciclo, ma lo integra. La gerarchia europea dei rifiuti stabilisce chiaramente che prima viene la riduzione, poi il riutilizzo, quindi il riciclo e solo successivamente il recupero energetico tramite incenerimento. L'importante è garantire che solo i rifiuti non riciclabili arrivino al termovalorizzatore.

Le discariche sono la forma più dannosa di smaltimento dei rifiuti, sia per l'ambiente che per la salute pubblica. Un termovalorizzatore riduce drasticamente la quantità di rifiuti che finisce in discarica, contribuendo a minimizzare le emissioni di metano e altri gas serra.

Oltre al risparmio sui costi di esportazione dei rifiuti, un termovalorizzatore crea posti di lavoro diretti e indiretti, stimola l'economia locale e può generare entrate attraverso la produzione e la vendita di energia.

Paesi come la Danimarca, la Svezia e i Paesi Bassi dimostrano che i termovalorizzatori possono essere parte di una gestione integrata e sostenibile dei rifiuti. Questi impianti non hanno ostacolato le alte percentuali di riciclo, ma hanno fornito un supporto cruciale nella gestione dei rifiuti residui.

Il termovalorizzatore non è la soluzione definitiva, ma è un tassello fondamentale in una strategia complessiva di gestione dei rifiuti che includa riduzione, riuso, riciclo e recupero energetico. Roma non può più permettersi di rimandare una scelta tanto necessaria. È il momento di investire in tecnologie moderne e sostenibili che possano trasformare i rifiuti in risorse, offrendo al contempo benefici economici, ambientali e sociali alla città e ai suoi cittadini.

L'investimento nel termovalorizzatore dovrebbe essere solo una parte dell'investimento complessivo per creare quel "sistema rifiuti" che puo' generare le "buone pratiche" per Roma, in riferimento sopratutto al comportamento dei cittadini romani

L’aumento dei prezzi delle materie prime nel post pandemia. Poi il rischio di shock negli approvvigionamenti legati alla guerra in Ucraina e all’inasprimento dei rapporti commerciali con la Russia. La transizione digitale e quella ecologica dell’Unione europea, che molto spesso vanno di pari passo, rischiano il blocco.

Con il calo delle importazioni di nichel, litio, platino, palladio e titanio dalla Russia e dall’Ucraina, tra i principali produttori al mondo, almeno nel breve periodo scarseggeranno materiali fondamentali per realizzare molte apparecchiature elettriche ed elettroniche. E diventerà più costoso produrle: negli ultimi dodici mesi il prezzo dell’alluminio è aumentato del 74%, il ferro ha registrato aumenti del 105% da settembre 2020.

Eppure, un’efficace raccolta dei Raee, i rifiuti elettrici ed elettronici, permetterebbe di recuperare molti materiali semplicemente con il riciclo. Il problema è che in Italia mancano alcune premesse, sostiene Giorgio Arienti, Direttore Generale di Erion Weee, consorzio dedicato alla gestione dei Raee: “Lo Stato da anni fatica nell’attuare azioni di miglioramento, sia per quanto riguarda la normativa che per quanto concerne l’enforcement. Intanto l’Unione europea preme giustamente per risultati concreti: una raccolta di Raee almeno a 10 kg pro capite all’anno (il 65% dell’immesso sul mercato, ndr), mentre l’Italia è appena a 6 kg”.

Quanto si può ricavare dal riciclo dei Raee?

Si discute di questo nel convegno organizzato da Erion oggi a Roma, partendo dal “Libro Bianco sui Raee”, una serie di proposte organizzative e normative portate all’attenzione delle istituzioni ed elaborate dagli attori del sistema Raee italiano: produttori, distributori, aziende di igiene urbana, impianti di trattamento.

Per avere un’idea concreta della posta in gioco, dal riciclo di 1.000 tonnellate di rifiuti elettronici domestici si possono ricavare circa 900 tonnellate di materie prime seconde, equivalenti al peso di due Freccia Rossa. Nel dettaglio: oltre 500 tonnellate di ferro, più di 130 tonnellate di plastiche, circa 100 tonnellate di vetro, 80 tonnellate di cemento, 25 tonnellate di rame20 tonnellate di alluminio, 10 di legno e 15 di altri materiali. Un notevole risparmio di materiali, e anche di energia: oltre 1,5 milioni di kWh ogni 1.000 tonnellate di Raee gestiti. Un’operazione che evita di immettere nell’atmosfera quasi 7.000 tonnellate di CO2.

Economia circolare. L’importanza strategica dei RaeeEconomia circolare. L’importanza strategica dei Raee

A che punto siamo con la raccolta?

I dati relativi al 2021 sulla raccolta di Raee in Italia non sono però incoraggianti, sebbene ci siano notizie positive, visto che si è registrata una crescita del 5,3 per cento in confronto all’anno precedente (circa 19mila tonnellate in più). In tutto, in Italia sono state raccolte 385mila tonnellate di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e la raccolta media pro-capite per abitate pari a 6,46 kg è del 5,5 per cento superiore al 2020.

Oltre un terzo della raccolta complessiva riguarda la categoria R2 “grandi bianchi”: lavatrici, lavastoviglie, apparecchi di cottura, stufe elettriche (129.535 tonnellate). Numeri in crescita anche per la categoria R1, nella quale rientrano frigoriferi e condizionatori (99.595 tonnellate) e R5 (lampade a risparmio, neon: 2713 tonnellate), mentre la raccolta di piccoli elettrodomestici ed elettronica di consumo (R4), nel quale sono inclusi computer e smartphone, ha segnato una battuta d’arresto, con un calo dell’1,4 per cento (77.308 tonnellate).

La vera sorpresa è stata l’impennata della categoria R3, televisori e monitor: più 22 per cento, per un totale di 76.108 tonnellate. Il motivo dell’exploit? L’introduzione da parte del governo del bonus tv: ci sono stati settemila ritiri di vecchi televisori in più rispetto ai duecentomila del 2020. Se vogliamo però vedere il bicchiere mezzo vuoto, sta qui la ragione del +5,3 per cento nella raccolta, visto che due terzi delle tonnellate aggiuntive sono proprio televisori.

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Le proposte del Libro Bianco

 D’altro canto il dato getta una luce su una delle possibili strategie sui cui puntare per raggiungere gli standard europei. E, infatti, nel Libro Bianco, una parte è dedicata alle misure di incentivazione. Sia nella forma dei contributi, come avvenuto con il bonus tv, “una dinamica sicuramente positiva che, per la modalità prevista, ha favorito l’incremento dei flussi legali”, secondo il Centro di coordinamento Raee.

Sia favorendo forme di raccolta domiciliare e micro-raccolta, ad esempio “riconoscere la possibilità di raccogliere su base volontaria Raee di piccolissime dimensioni anche a distributori di prodotti non elettrici ed elettronici, con deroghe nelle autorizzazioni alla raccolta e al deposito”, oppure “introdurre semplificazioni per il deposito di tali tipologie di rifiuti presso luoghi ad alta frequentazione” come scuole e uffici postali.

Proprio alla semplificazione è dedicata la parte più corposa del Libro Bianco. Troppe inefficienze e mancanza di incisività nel sistema della raccolta che secondo il rapporto sarebbero risolvibili con la sburocratizzazione. In particolare nei confronti degli impianti di trattamento dei rifiuti, sfruttando gli strumenti dell’autocertificazione e della digitalizzazione, facilitando così anche gli adempimenti a carico delle imprese.

Una razionalizzazione normativa, secondo gli autori del Libro Bianco, è necessaria inoltre per quanto riguarda il trasporto transfrontaliero dei rifiuti. Si invitano gli Stati europei a riconoscere reciprocamente i requisiti previsti degli altri Paesi membri, senza bisogno di conseguire altri titoli richiesti dalla nazione di transito o arrivo. Lo stesso nel caso in cui diversi adempimenti siano previsti a livello locale, imponendo lo scambio di dati e informazioni per velocizzare le pratiche.

Sempre legato alla tracciabilità, il Libro Bianco affronta il problema del Free-Riding, ovvero i venditori online che non soddisfano gli obblighi ambientali, amministrativi e finanziari di Responsabilità Estesa del Produttore, attraverso misure di sanzione e controllo per contrastare i flussi paralleli di Raee. Si legge nel libro Bianco: “Obbligo per i venditori e le piattaforme di vendita online di dichiarare l’avvenuto versamento del contributo ambientale sui singoli beni; migliore regolazione degli obblighi di ritiro secondo la pratica dell’Uno contro Uno per gli operatori e le piattaforme online che vendono prodotti a distanza”.

Economia circolare. L’importanza strategica dei Raee

Andrea Fluttero

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Informare i cittadini per una buona differenziata dei Raee

Come in tutti gli ambiti della raccolta differenziata, a fare la differenza restano soprattutto i comportamenti dei singoli cittadini. Quindi il successo o meno, oltre alle semplificazioni e razionalizzazioni normative, che sicuramente sono fondamentali, dipende da una corretta comunicazione rivolta alle persone. Se alcune Regioni come la Valle d’Aosta in tema di raccolta Raee superano gli standard europei e altre sono in difficoltà, significa che c’è spazio per informare e migliorare. Non tutti sanno, ad esempio, che lo smartphone può essere consegnato direttamente al rivenditore per lo smaltimento

Sì, l'Italia ha il potenziale per diventare un leader nel recupero di materiali da auto rottamate, ma ciò richiede un impegno strategico e coordinato tra industria, governo e cittadini. Attualmente, l'Italia è già in una buona posizione grazie alla sua infrastruttura esistente per il trattamento dei veicoli fuori uso (VFU) e al suo impegno verso la sostenibilità. Tuttavia, per raggiungere una posizione di leadership nel recupero dei materiali delle auto rottamate, occorre migliorare alcune aree chiave.

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