Mentre si è conclusa COP29 con nessun risultato soddisfacente e mentre la crisi climatica è ormai irreversibile assistiamo in quest’ambito che CINA, INDIA, BRASILE e SUDAFRICA, (pur essendo i piu’ grandi inquinatori del pianeta) sono paesi in via di sviluppo che rivendicano contributi e denaro da tutti gli altri paesi. Ciò è dovuto anche a norme ormai obsolete del WTO che TRUMP spera di soggiogare agli interessi degli Stati Uniti.

Il WTO: Un'Arcaica Struttura che Blocca il Progresso Globale L'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), istituita con l'intento di promuovere il libero scambio e favorire la cooperazione economica internazionale, oggi appare sempre più come un dinosauro burocratico incapace di rispondere alle esigenze del XXI secolo. In un mondo segnato da sfide globali come il cambiamento climatico, le crescenti disuguaglianze economiche e le profonde trasformazioni tecnologiche, il WTO sembra bloccato in un sistema rigido, anacronistico e spesso controproducente.

1. Il Problema della Riclassificazione dei Paesi in Via di Sviluppo

Uno degli esempi più lampanti dell'incapacità del WTO di adattarsi alle realtà attuali è la sua politica obsoleta sulla classificazione dei paesi in via di sviluppo. L'organizzazione consente ai membri di autodefinirsi come tali, permettendo a potenze economiche come la Cina e l'India di accedere a trattamenti preferenziali riservati ai paesi meno sviluppati. Questo sistema non solo mina l'equità globale, ma svuota di significato il concetto stesso di "sviluppo".

I grandi paesi emergenti, che competono ormai a pieno titolo con le economie avanzate in settori come la tecnologia e il commercio globale, continuano a beneficiare di vantaggi ingiustificabili. Nel frattempo, i veri paesi in via di sviluppo, come molte nazioni africane o insulari, rimangono intrappolati in una spirale di povertà e marginalizzazione, senza poter competere su un piano di parità.

2. Mancanza di Leadership e Blocco Decisionale

Il WTO soffre di una paralisi istituzionale cronica. Le sue decisioni sono basate sul consenso, il che significa che ogni membro può bloccare qualsiasi proposta, anche se sostenuta dalla maggioranza. Questa regola, sebbene concepita per garantire inclusività, si traduce spesso in uno stallo decisionale.

Le grandi potenze, come gli Stati Uniti e l'Unione Europea, sono incapaci di trovare un terreno comune con i paesi emergenti, mentre le nazioni più povere vengono sistematicamente ignorate. Il risultato? Iniziative cruciali, come le riforme necessarie per affrontare il cambiamento climatico o per regolare l'uso dell'intelligenza artificiale nel commercio, rimangono ferme al palo.

3. Protezione del Privilegio, Non del Progresso

Il WTO sembra più interessato a proteggere gli interessi delle grandi economie e delle multinazionali che a promuovere un commercio equo e sostenibile. Gli accordi commerciali spesso favoriscono i paesi ricchi, consentendo loro di esportare beni ad alto valore aggiunto, mentre i paesi più poveri sono relegati al ruolo di fornitori di materie prime a basso costo.

Questo modello perpetua il ciclo delle disuguaglianze globali, impedendo ai paesi meno sviluppati di industrializzarsi e competere su un piano di parità. Inoltre, le norme del WTO spesso limitano i governi dei paesi in via di sviluppo nel proteggere le proprie economie emergenti attraverso politiche industriali strategiche.

4. Ignoranza delle Sfide Ambientali

Il WTO è notoriamente lento nell'affrontare le questioni legate alla sostenibilità ambientale. Nonostante il commercio globale sia uno dei principali contributori alle emissioni di carbonio, l'organizzazione non ha adottato misure significative per integrare la lotta al cambiamento climatico nei suoi processi.

Paesi che adottano politiche per ridurre le emissioni, come tasse sul carbonio o restrizioni all'importazione di beni inquinanti, rischiano spesso di essere penalizzati da controversie commerciali. Il WTO continua a trattare il commercio e l'ambiente come due mondi separati, ignorando il fatto che una crescita economica sostenibile richiede un'integrazione tra i due.

5. L'Esclusione delle Voci Più Deboli

Nonostante il WTO affermi di rappresentare tutti i suoi membri, le nazioni più povere spesso non hanno voce nei processi decisionali. I negoziati chiave vengono dominati dai paesi più ricchi e dai grandi blocchi economici, lasciando i paesi meno sviluppati con poche opzioni se non accettare accordi che non rispecchiano le loro necessità.

Questo squilibrio di potere è ulteriormente aggravato dalla mancanza di risorse e competenze tecniche nei paesi meno sviluppati, che li mette in una posizione di netto svantaggio durante le negoziazioni.

Conclusione: Riformare o Superare il WTO

Il WTO ha bisogno di una riforma radicale per adattarsi alle esigenze di un mondo in rapida evoluzione. Tuttavia, le prospettive di cambiamento sembrano scarse, data la sua struttura decisionale paralizzante e gli interessi divergenti dei suoi membri.

Se il WTO non sarà in grado di affrontare le sue sfide strutturali e di modernizzare le sue politiche, potrebbe diventare sempre più irrilevante. Forse è giunto il momento di considerare un'alternativa più equa e sostenibile, che metta al centro il benessere globale anziché gli interessi di pochi privilegiati.

da: https://www.wired.it/article/cop29-numero-lobbysti-petrolio-gas/

Baku - Si mimetizzano tra i delegati al bar, nelle hall della sede di Cop29, la conferenza dell'Onu sul clima. Qualcuno riesce a infilarsi nelle sale negoziali. Stringono mani, supportano i negoziatori nell'immane lavoro di semplificazione dei testi, proponendo sintesi, compromessi, suggerimenti interessati. La coalizione Kick big polluters out (Kbpo, Fuori i grandi inquinatori), che raccoglie 450 organizzazioni non governative a livello mondiale, ha fatto i conti. Sarebbero almeno 1773 i lobbysti dell'oil and gas, tra i principali settori economici indiziati per il surriscaldamento globalepresenti a Cop29. Un numero stimato per difetto. Poche delegazioni hanno più personale in Azerbaijan: quella locale, come è ovvio (2.229 membri), quella del Brasile, dove si svolgerà la Cop30 dell'anno prossimo, (1.914 elementi) e quella turca (1.862). Wired ha potuto vedere la lista in anteprima.

Il rapporto delle ong

Nelle conferenze del clima, progressivamente allargate nel corso degli anni, ogni Paese dispone di un seggio e un microfono. Dopo l'edizione monstre di Dubai, quest’anno le tessere rilasciate sono diminuite: solo 52mila partecipanti, rispetto ai 97mila di dodici mesi fa. I lobbysti, però, non sono calati in proporzione: negli Emirati erano 2.450. Tutti assieme, accusano le organizzazioni, hanno ricevuto ben 1.033 badge, cifra che supera quella delle dieci nazioni più vulnerabili al cambiamento climatico: Ciad, Isole Solomon, Niger, Micronesia, Guinea-Bissau, Somalia, Tonga, Eritrea, Sudan e Mali.

Molti di questi colletti bianchi delle pubbliche relazioni, dirigenti e consulenti sono riusciti a superare il complicato processo di accreditamento e a entrare al centro congressi di fronte all'Olympiastadion di Baku, la capitale azera, grazie all'aiuto di alcune organizzazioni nazionali per il commercio: le più rappresentate (otto su dieci) sono occidentali. Davanti a tutti, la International Emission Trading Association, che, secondo il rapporto di Kbpo, avrebbe veicolato 43 persone, inclusi i rappresentanti di alcune aziende del settore petrolifero, come Total, e Glencore, multinazionale anglo-svizzera attiva nel settore minerario. Segue il World Business Council for Sustainable Development, con ventisette persone.

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Dal Giappone sarebbe arrivato personale riconducibile al gigante del carbone Sumitomo. Dal Canada, a Suncor Energy e Tourmaline. Quest'ultima si autodefinisce “il più grande produttore di gas del Paese”. In questo caso l’effetto è addirittura comico. Navigando la pagina web, la società si dichiara focalizzata sulla crescita a lungo termine da ottenere tramite un programma aggressivo [sic] di esplorazione, sviluppo, produzione e acquisizione nei bacini sedimentari del Canada Occidentale”. C'è di più. Viene sottolineato senza tema persino l'ovvio: per esempio, come l'obiettivo della compagine sia quello di “ottimizzare i ritorni per gli investitori focalizzandosi su efficienze operative e di costo”.

L’Azerbaijan, il cui presidente, Ilham Aliyev, nell'assemblea plenaria di Cop29 ha definito il petrolio “un dono di Dio, anche in omaggio alla lunga tradizione zoroastriana di adorazione del prezioso liquido, evidentemente non è l’unico luogo del Pianeta a pensarla così. Pare funzionare: negli ultimi cinque anni il valore delle azioni di Tourmaline si è impennato. Segno che i risultati non sono mancati. Per l’Italia ci sarebbero persone riconducibili a Edison, Italgas e ai giganti energetici Enel ed Eni. Al Cane a sei zampe, assieme alle società oil and gas Chevron, ExxonMobil, BP e Shell, secondo Kobp sarebbero riconducibili 39 accrediti. C’è naturalmente anche Socar, la compagnia di stato azera per gli idrocarburi: un elemento legato all'azienda avrebbe al collo un badge italiano.

Non c’è solo l’industria delle fonti fossili tra i corridoi. Tra i 52mila delegati ci sono anche figure legate all’agri-business (fertilizzanti e pesticidi vengono prodotti anche col petrolio), alla finanza, alla lobby dei trasporti, anche se non sono conteggiate nel rapporto. Non poteva mancare Big Tech, con molti dei nomi più grandi tra le multinazionali del digitale: sempre utile conoscere di persona chi conta nei Paesi del globo, soprattutto quando i consumi energetici dell'intelligenza artificiale stanno andando alle stelle, rappresentando una frazione non indifferente di quelli mondiali. E il tema non è stato ancora affrontato come sarebbe necessario. Le Cop servono anche a questo.

La metodologia

La metodologia è quella di altri rapporti simili. I dati sono stati ottenuti sulla base di quelli forniti l'11 novembre dalla Unfcc, la Convenzione Onu sul cambiamento climatico, che sovrintende le conferenze sul clima, ed elaborati utilizzando tool di machine learning e intelligenza artificiale. I nomi in lista sono stati confrontati con quelli delle precedenti edizioni della Cop.

Conteggiamo organizzazioni o delegazioni come lobbysti se può essere ragionevolmente supposto che abbiano l’obiettivo di influenzare la formulazione o l’implementazione di politiche o legislazione spostandole verso l’interesse di una compagnia fossile e dei suoi azionisti”, scrive la coalizione nello studio. Le connessioni sono state ipotizzate cercando tra siti web, profili social, articoli di giornale e altre fonti pubbliche.

Grazie alla pressione delle ong e della stampa, a Cop28 si cominciò a richiedere dettagli sulle affiliazioni. Da quest’anno, inoltre, durante il processo di accreditamento alla conferenza del clima è necessario dichiarare l’organizzazione per cui si lavora o la natura della propria relazione con questa, il proprio ruolo e la delegazione cui si afferisce.

Questi numeri sono gli unici che siamo riusciti a vedere, basandoci sulle informazioni disponibili” ha detto Brice Böhmer, responsabile clima per la ong Transparency International. E ha aggiunto: “Ma la rete di influenze di questi gruppi potenti e in molti casi corrotti arriva molto oltre. Bisogna migliorare la chiarezza su chi partecipa alle Cop: c’è ancora un 20% di aggregati alle delegazioni nazionali a cui è stato consentito di non dichiarare la propria affiliazione. Non possiamo lasciare che interessi sporchi tengano in scacco le conferenze se vogliamo ripristinare la fiducia nel processo decisionale globale sul clima”. Ben Goloff, del Center for Biological Diversity degli Stati Uniti, punta il dito: “Le stesse società che hanno finanziato la campagna di Donald Trump stanno facendo stalking nelle hall della Cop29, con l'obiettivo di distruggere l'azione climatica”.

Di fronte agli atti di "ultima generazione" esistono atteggiamenti diversi: chi li chiama "ecovandali", "delinquenti" o piu' semplicemente imbecilli, senza soffermarsi sulle ragioni che spingono l'attivismo per la salvaguardia del clima, e chi invece cerca di approfondire (con molta difficoltà per la verità) le ragioni delle loro gesta.

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