Dai 40.000 sterline per partire del Regno Unito alla realtà italiana: quanto “costano” davvero gli immigrati?
Negli ultimi mesi nel Regno Unito ha fatto molto discutere una proposta del governo: offrire fino a 40.000 sterline alle famiglie di richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta, purché accettino di lasciare volontariamente il paese. L’iniziativa, promossa dal Home Office, è stata criticata da molti come un “premio per andarsene”.
Eppure dietro questa scelta c’è una logica economica molto semplice: nel Regno Unito mantenere una famiglia nel sistema di accoglienza può costare molto di più.
Negli ultimi anni il Regno Unito ha dovuto ricorrere massicciamente agli hotel per ospitare i richiedenti asilo, con costi che in alcuni casi superano 100.000 sterline l’anno per famiglia. In un contesto del genere, pagare una somma una tantum per favorire il rimpatrio volontario diventa, dal punto di vista contabile, una misura di risparmio.
Questo dibattito, molto acceso nel mondo anglosassone, rischia però di alimentare una percezione distorta anche altrove. In Italia, infatti, il quadro economico dell’immigrazione è profondamente diverso da quello che spesso emerge nel discorso pubblico.
Il costo dell’accoglienza: quanto pesa davvero
Il sistema italiano di accoglienza si basa principalmente su due strutture:
- il Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) gestito dai comuni
- i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) coordinati dalle prefetture.
Il costo medio dell’accoglienza è generalmente stimato tra 30 e 40 euro al giorno per persona. Questa cifra include:
- alloggio
- vitto
- assistenza sanitaria di base
- personale sociale e amministrativo
- corsi di lingua e integrazione.
Contrariamente a una convinzione diffusa, questi soldi non vengono dati direttamente ai migranti: la persona ospitata riceve soltanto un piccolo “pocket money”, di pochi euro al giorno.
In termini complessivi, la spesa pubblica per l’accoglienza dei richiedenti asilo rappresenta una quota relativamente modesta del bilancio dello Stato.
Ma il punto centrale non è il costo immediato. Il vero nodo è l’impatto economico complessivo dell’immigrazione.
L’economia nascosta dell’immigrazione
Quando si parla di immigrazione si tende a considerare solo la spesa pubblica. Molto più raramente si analizzano le entrate generate dai lavoratori stranieri.
In Italia gli immigrati regolari che lavorano sono circa 2,4 milioni e contribuiscono in modo significativo al sistema economico. Secondo diverse analisi basate sui dati fiscali e previdenziali:
- gli immigrati generano circa 39 miliardi di euro di entrate pubbliche tra imposte e contributi
- la spesa pubblica per servizi e welfare a loro destinata è stimata intorno a 34–35 miliardi.
Il risultato è un saldo complessivamente positivo per lo Stato, nell’ordine di alcuni miliardi l’anno.
Questo avviene per una ragione molto semplice: gli immigrati sono mediamente più giovani della popolazione italiana e quindi lavorano più spesso di quanto non ricevano prestazioni sociali.
Il ruolo cruciale nel sistema pensionistico
L’impatto più rilevante riguarda il sistema previdenziale gestito da INPS.
Ogni anno i lavoratori stranieri versano circa 15 miliardi di euro di contributi pensionistici, mentre le pensioni pagate a cittadini stranieri sono ancora relativamente poche, perché la maggioranza degli immigrati è in età lavorativa.
Questo significa che il contributo netto degli immigrati sostiene direttamente l’equilibrio del sistema pensionistico.
Il contesto demografico rende questo dato ancora più significativo.
Il vero problema: la denatalità italiana
L’Italia sta attraversando una delle più gravi crisi demografiche del mondo industrializzato. I dati dell’ISTAT mostrano che:
- negli anni ’60 nascevano oltre un milione di bambini all’anno
- oggi le nascite sono scese sotto le 400.000.
Ogni generazione è quindi molto più piccola della precedente.
Questo significa meno lavoratori futuri, meno contribuenti e meno persone in grado di sostenere il sistema pensionistico.
Alcuni economisti stimano che ogni cittadino, nel corso della vita lavorativa, versi allo Stato centinaia di migliaia di euro tra tasse e contributi. La denatalità, dunque, non è solo un problema sociale: è anche un enorme problema economico.
Il paradosso della legge sull’immigrazione
In questo quadro economico e demografico, uno degli aspetti più contraddittori della politica italiana riguarda la normativa che regola l’ingresso dei lavoratori stranieri.
La legge oggi ancora in vigore è la Legge Bossi‑Fini, approvata nel 2002 durante il governo guidato da Silvio Berlusconi e promossa dai leader politici Umberto Bossi e Gianfranco Fini.
Il principio centrale della legge è semplice: uno straniero può entrare legalmente in Italia solo se possiede già un contratto di lavoro.
Nella pratica, però, questo meccanismo si rivela spesso irrealistico. È molto difficile che un datore di lavoro assuma una persona che:
- vive all’estero
- non ha mai lavorato nel paese
- non è presente fisicamente sul territorio.
Il risultato è che molti migranti arrivano comunque — perché il mercato del lavoro li richiede — ma lo fanno senza un canale legale, finendo per diventare irregolari.
In altre parole, una parte significativa dell’irregolarità non nasce dall’assenza di lavoro, ma da una legge che rende difficile trasformare un lavoratore necessario in un lavoratore regolare.
Il confronto con altri paesi europei
Diversi paesi europei hanno adottato politiche più pragmatiche.
In Spagna, ad esempio, sono state effettuate più volte grandi regolarizzazioni di lavoratori stranieri già presenti nel paese. L’obiettivo era semplice:
- far emergere il lavoro nero
- trasformare lavoratori irregolari in contribuenti
- aumentare le entrate fiscali e previdenziali.
La logica economica è chiara: un lavoratore regolare paga tasse e contributi, mentre uno irregolare alimenta l’economia sommersa.
Anche altri paesi europei hanno utilizzato strumenti simili per integrare nel mercato del lavoro persone che già vivevano e lavoravano sul territorio.
Un dibattito che dovrebbe partire dai dati
Il dibattito politico sull’immigrazione è spesso dominato da slogan e paure. Ma i dati economici raccontano una storia più complessa.
È vero che:
- l’accoglienza dei richiedenti asilo ha un costo nel breve periodo
- l’integrazione richiede politiche pubbliche efficaci.
Ma è altrettanto vero che, nel medio periodo, i lavoratori immigrati contribuiscono in modo significativo alla crescita economica e alla sostenibilità del welfare.
In un paese che invecchia rapidamente come l’Italia, il contributo di nuovi lavoratori può diventare una delle variabili decisive per la tenuta del sistema economico.
Oltre gli slogan
L’iniziativa del Regno Unito dimostra quanto la gestione dell’asilo possa diventare costosa quando il sistema si blocca e i tempi amministrativi si allungano.
Ma il caso britannico riguarda una fase specifica del fenomeno migratorio: quella dell’accoglienza.
Quando invece si guarda al quadro più ampio — lavoro, contributi, demografia — emerge una realtà diversa: l’immigrazione non è solo una questione umanitaria o politica, ma anche una componente strutturale dell’economia europea.
Per l’Italia, in particolare, il vero rischio non è tanto l’arrivo di nuovi lavoratori, quanto il contrario: un paese sempre più vecchio, con sempre meno persone in età attiva.
Ed è su questo squilibrio che si giocherà il futuro del nostro sistema economico.