Il ministro Urso ripete che “la nazionalizzazione dell’ILVA non è possibile perché vietata dalla Costituzione”.
La realtà è esattamente l’opposto:

  • la Costituzione la consente, e
  • il mercato non è più in grado di sostenere la siderurgia italiana senza intervento pubblico soprattutto a causa del costo dell’elettricità.

Questa parte, però, nel discorso ufficiale non compare quasi mai.
Eppure è la chiave che decide se l’Italia avrà ancora un’industria dell’acciaio oppure no.

1. L’energia è il vero killer della siderurgia italiana

Produrre acciaio oggi significa una cosa molto semplice: energia a buon mercato.

La Germania l’ha capito.
La Francia l’ha capito.
La Svezia l’ha capito e ci sta costruendo sopra un’intera strategia industriale (Hybrit, LKAB, Vattenfall).

L’Italia no.
E infatti siamo qui a inseguire soluzioni tappabuchi mentre gli altri pianificano i prossimi trent’anni.

Il dato chiave è crudo:

  • Prezzo dell’elettricità per le acciaierie in Italia: 100–130 €/MWh
  • Prezzo in Germania dopo il cap industriale (“Brückenstrompreis”): 50–60 €/MWh
  • Prezzo in Scandinavia per progetti green steel: 35–45 €/MWh

E con la transizione al DRI + forno elettrico (accieria “green”), i consumi explodono:

  • 3,5–4 MWh per tonnellata di acciaio “verde”.

→ Tradotto:
in Italia ogni tonnellata costa 150–200 € in più solo di energia.

Con questi numeri, l’acciaio italiano non può competere. È inutile discutere di chi gestisce l’ILVA se nessuno affronta il vero tema.

2. La Costituzione non vieta la nazionalizzazione. La prevede.

L’articolo 43 è chiarissimo:
lo Stato può riservare a sé o trasferire al pubblico imprese di preminente interesse generale, con indennizzo.

Fine.
Il quadro è limpido, non c’è discussione accademica.

Dire che la nazionalizzazione è “vietata” significa:

  • ignorare l’articolo 43,
  • distorcere il dibattito pubblico,
  • evitare la domanda vera: chi investirà miliardi in un impianto che ha costi energetici completamente fuori mercato?

3. Taranto non è fallita per la Costituzione. È fallita per il costo dell’energia.

Parliamoci chiaro.
ILVA non è crollata perché era pubblica o privata.
È crollata perché:

  • aveva un ciclo industriale obsoleto,
  • inquinava troppo,
  • richiedeva investimenti enormi,
  • e soprattutto operava in un Paese dove l’energia è irrimediabilmente più cara dei concorrenti.

A ciclo integrale o a forno elettrico, poco cambia: se paghi l’elettricità il doppio della Germania, il tuo acciaio vale meno prima ancora di essere colato.

Questo è il nodo strategico che nessuno affronta.

4. Perché la nazionalizzazione può diventare la leva per riformare l’acciaio italiano

Nazionalizzare l’ILVA non è un fine.
È uno strumento.
Serve a fare cose che il mercato non farà mai da solo, soprattutto sotto shock energetico.

✔️ 1. Permette allo Stato di negoziare tariffe energetiche stabili e competitive

La Germania l’ha fatto.
La Francia l’ha fatto.

Un governo può:

  • dare “contratti per differenza” sui prezzi,
  • garantire elettricità a prezzo fisso a 60 €/MWh,
  • usare idrogeno verde prodotto in Italia a costi calmierati.

Un privato non ha la forza di farlo. Un colosso come ArcelorMittal, in Italia, non ha alcun incentivo a farlo.

✔️ 2. Permette di pianificare la chiusura dell’area a caldo e la conversione al forno elettrico

Senza turbative sociali.
Senza contenziosi.
Senza anni di blocchi legali.

✔️ 3. Permette di usare fondi pubblici per la bonifica e la riconversione

Che nessun privato pagherà mai.

✔️ 4. Consente di coordinare politiche industriali, energetiche e ambientali

L’esatto contrario della gestione degli ultimi 20 anni.

5. L’Italia ha due strade

Strada A — fingere che la nazionalizzazione sia illegale

Risultato:

  • nessun investitore serio mette capitali,
  • l’energia resta troppo cara,
  • l’area a caldo chiude in modo disordinato,
  • l’Italia esce dalla siderurgia primaria,
  • importiamo acciaio da India, Turchia, Cina.

“Autarchia industriale”, versione opposta.

Strada B — usare la nazionalizzazione per rifondare l’acciaio italiano

Con tre mosse strutturali:

  1. Nazionalizzare per chiudere bene, non per continuare male
    Gestione pubblica per programmare la transizione, non per tornare al passato.
  2. Energia industriale a prezzo competitivo
    Senza 60 €/MWh costanti e a lungo termine, non esiste siderurgia italiana green.
  3. Creare un polo nazionale dell’acciaio verde
    Sposto della produzione in aree energeticamente favorevoli, sostegno alle acciaierie elettriche del Nord, uso di Taranto come hub manifatturiero e logistico post-bonifica.

Conclusione: il vero divieto non è costituzionale. È politico.

Non è la Carta che impedisce di nazionalizzare l’ILVA:
è l’incapacità di costruire una strategia energetica che renda la siderurgia italiana competitiva.

La Costituzione non vieta nulla.
Il costo dell’elettricità, invece, vieta tutto.

La scelta è netta:
o lo Stato interviene e guida la transizione, o l’Italia smette di produrre acciaio.
E attribuire alla Costituzione responsabilità che non ha significa nascondersi dietro un alibi mentre un pezzo intero di industria nazionale precipita.

Negli ultimi anni, il settore delle costruzioni e della pianificazione territoriale ha conosciuto una vera e propria rivoluzione digitale. Due tecnologie emergono come protagoniste:

  • BIM (Building Information Modeling): un approccio digitale alla progettazione e gestione degli edifici, che permette di creare modelli 3D arricchiti da informazioni tecniche, economiche e gestionali.
  • GeoAI (Geospatial Artificial Intelligence): l’uso dell’intelligenza artificiale per analizzare e interpretare dati geospaziali (mappe, immagini satellitari, sensori, GPS).

La vera innovazione nasce quando questi due mondi si incontrano: la GeoAI applicata al BIM apre scenari completamente nuovi per la gestione intelligente del territorio.

  1. Contestualizzazione territoriale del BIM
    • Il BIM, da solo, descrive l’edificio o l’infrastruttura.
    • Integrato con dati geospaziali (GeoAI), il modello diventa parte di un ecosistema urbano o territoriale, considerando suolo, traffico, rischi naturali, reti idriche ed energetiche.
  2. Analisi predittiva per la pianificazione urbana
    • GeoAI può analizzare scenari futuri (traffico, consumo di suolo, allagamenti) e trasferire queste informazioni nei modelli BIM.
    • In questo modo, architetti e urbanisti possono progettare edifici più resilienti e sostenibili.
  3. Gestione e manutenzione intelligente
    • Sensori IoT collegati agli edifici forniscono dati in tempo reale.
    • La GeoAI li confronta con dati territoriali (clima, vibrazioni, traffico) e aggiorna i modelli BIM per pianificare la manutenzione predittiva.
  4. Emergenze e sicurezza
    • In caso di terremoto o alluvione, la GeoAI analizza le aree a rischio.
    • Il BIM fornisce il dettaglio delle strutture coinvolte (materiali, impianti, vie di fuga).
    • Insieme, consentono una risposta rapida ed efficace.

Esempi:

  1. Smart Cities
    • Scenario: pianificazione di un nuovo quartiere.
    • Uso: la GeoAI analizza traffico, qualità dell’aria e consumi energetici previsti; il BIM modella edifici e infrastrutture ottimizzati in base a questi dati.
  2. Gestione idrica e rischio idrogeologico
    • Scenario: area soggetta a frane o alluvioni.
    • Uso: immagini satellitari elaborate da GeoAI identificano le zone a rischio; il BIM integra queste informazioni nei modelli delle opere (dighe, canali, edifici), simulando soluzioni preventive.
  3. Edifici sostenibili
    • Scenario: progettazione di un complesso residenziale.
    • Uso: GeoAI studia irraggiamento solare e venti dominanti; il BIM li usa per ottimizzare orientamento, isolamento e impianti, riducendo i consumi energetici.
  4. Infrastrutture di trasporto
    • Scenario: nuova linea ferroviaria.
    • Uso: la GeoAI analizza mappe geologiche e urbanistiche; il BIM elabora modelli 3D per ridurre l’impatto ambientale e migliorare la sicurezza.

Quali vantaggi?

  • Visione completa: dal singolo edificio al contesto urbano.
  • Decisioni basate su dati: meno errori, meno sprechi.
  • Resilienza e sicurezza: opere progettate per affrontare rischi ambientali.
  • Sostenibilità: ottimizzazione di consumi, materiali e risorse.
  • Automazione: processi più rapidi e riduzione dei costi di gestione.

Spunti per grafici e infografiche

  1. Schema integrativo:
    • Un flusso che parte dai dati territoriali (satelliti, droni, GIS, IoT) → elaborati dalla GeoAI → integrati nei modelli BIM → risultati in decisioni urbanistiche e gestionali.
  2. Confronto “prima e dopo”:
    • Progettazione con solo BIM vs. Progettazione con BIM + GeoAI, evidenziando benefici in termini di sostenibilità e sicurezza.
  3. Mappa urbana intelligente:
    • Visualizzare come la GeoAI individua criticità (traffico, alluvioni, consumo energetico) e come queste informazioni migliorano i modelli BIM.
  4. Caso d’uso narrato:
    • Piccola sequenza:
      • Foto satellitare → analisi AI (es. rischio inondazione) → modello BIM aggiornato → soluzione progettuale preventiva.

La combinazione tra GeoAI e BIM non è una moda tecnologica, ma un passo verso una gestione intelligente e sostenibile del territorio. L’integrazione tra dati geospaziali, intelligenza artificiale e modelli edilizi permette di progettare città più sicure, verdi ed efficienti.

In un mondo sempre più urbanizzato e vulnerabile ai cambiamenti climatici, queste tecnologie rappresentano un binomio strategico: dal singolo edificio fino alla scala territoriale, per costruire un futuro più resiliente e consapevole.

Energiesprong è un approccio industrializzato per la riqualificazione energetica profonda degli edifici, che si distingue da altri metodi tradizionali per la sua efficienza operativa, la garanzia di prestazioni a lungo termine e la rapidità di esecuzione.

Caratteristiche tecniche principali:

CaratteristicaDescrizione
Involucro prefabbricato Facciate e coperture realizzate su misura in stabilimento, con installazione in loco in pochi giorni.
Pompe di calore ad alta efficienza Sistemi elettrici a bassa temperatura, spesso integrati a ventilazione meccanica controllata (VMC).
Impianto fotovoltaico in copertura Sufficiente a coprire il fabbisogno annuo netto dell’edificio.
BIM & laser scanning La modellazione digitale permette di progettare e costruire elementi prefabbricati aderenti all’edificio esistente.
Performance contract di lunga durata Le aziende esecutrici garantiscono le performance energetiche (e spesso il comfort indoor) per 30 anni.

Esperienze italiane: primi cantieri e prototipi

1. ACER Reggio Emilia – Progetto pilota in via Turri (2021–2023)

  • Tipologia: edilizia pubblica, 3 piani, 18 alloggi.
  • Interventi: facciata ventilata prefabbricata, infissi ad alta efficienza, pompa di calore aria-acqua, VMC, tetto FV 15 kW.
  • Tecnologia: rilievo 3D con laser scanner, prefabbricazione a secco.
  • Tempi di cantiere: 2 settimane per involucro, 6 settimane totali.
  • Risultato: edificio Net Zero Energy con monitoraggio in tempo reale delle performance.

2. San Giovanni in Persiceto (BO) – Progetto Enel X

Progetto dimostrativo su edificio a schiera.
Obiettivo: testare replicabilità di una soluzione prefabbricata a basso costo.
Risultato atteso: riduzione consumi >85%, tempo di posa 10 giorni, comfort interno aumentato.

3. Milano, Torino e la sfida urbana

Diverse città stanno progettando interventi tipo Energiesprong per quartieri interi, grazie ai fondi del PNRR e a collaborazioni con ESCo (Energy Service Company) e cooperative. In questi contesti si sperimenta anche la gestione in cloud dei consumi, per comunità energetiche condominiali.

Criticità italiane e il ruolo del Superbonus 110%

Il Superbonus 110%, sebbene abbia fornito un’enorme spinta agli interventi energetici, ha drogato il mercato, generando effetti collaterali:

  • Gonfiamento dei prezzi: molte imprese hanno aumentato i prezzi oltre il valore di mercato.
  • Scarsa attenzione alla qualità: l’obiettivo diventava spesso “fare lavori” più che “fare lavori duraturi e garantiti”.
  • Assenza di performance contrattuali: a differenza del modello Energiesprong, molti interventi Superbonus non prevedono garanzie sulle performance nel tempo.
  • Focalizzazione su singoli edifici o condomìni, senza una visione urbana o di quartiere.

Il modello Energiesprong, al contrario, impone un ribaltamento culturale: non si tratta solo di riqualificare, ma di garantire un edificio che si autosostenga energeticamente per decenni.

Conclusione tecnica

Per portare il modello Energiesprong a scala in Italia, servono:

  1. Standard tecnici unificati, modelli digitali condivisi (BIM) e supporto alla prefabbricazione.
  2. Sistema di finanziamento basato sulla performance, simile all’Energy Performance Contract (EPC), che coinvolga ESCo, banche e amministrazioni pubbliche.
  3. Formazione tecnica per progettisti, imprese e gestori edilizi.
  4. Politiche di sostegno intelligenti, che incentivino la qualità e non la quantità.

Negli ultimi vent’anni sono scomparse duemila sale in Italia. Uno spreco enorme, con intere città senza cinema. Colpa anche della speculazione e di chi non fa nulla per salvare i cinema

Il quartiere Parioli di Roma, circa 15mila abitanti, la zona residenziale per eccellenza, dove vive la media e alta borghesia della capitale, intellettuali compresi, non ha più un cinema in funzione. L’ultimo, il multisala Roxy, è stato chiuso dopo la seconda ondata del coronavirus e non si prevede alcuna possibilità di riapertura. Resta solo un piccolo presidio, la sala d’essai del Caravaggio, che meriterebbe un premio speciale da ricevere in tutti i vari festival del cinema che si celebrano in Italia.

Il fenomeno della desertificazione dei cinema, ovviamente, non è una prerogativa romana. Abbiamo intere città, medie e piccole, senza sale. A Como, per esempio, dove pure vivono 80mila persone, l’unico spazio per vedere i film in compagnia pagando un biglietto, è una piccola sala di proprietà di una parrocchia. E a Venezia si celebra ogni anno uno dei più importanti Festival del cinema del mondo (siamo alla quarantesima edizione), ma intanto nel centro antico della cittadina le sale sono scomparse.

QUANTI CINEMA HANNO CHIUSO IN ITALIA

Il grafico con le chiusure dei cinema in Italia è impressionante. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un precipizio, e hanno chiuso i battenti oltre 2mila sale, delle quali un centinaio soltanto a Roma.

Il Covid-19 è stato un disastro per i cinema. Ma l’Italia è l’unico paese europeo, tra Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, dove anche dopo la fine della pandemia, le sale hanno continuato a chiudere, gli incassi sono crollati e gli spettatori diminuiti Un deserto. Nel 2021 sono stati chiusi 500 cinema e sale; gli spettatori sono stati 24 milioni e 800 mila (erano quasi 100 milioni nel 2019); gli incassi di sono fermati in tutto a 169,4 milioni di euro, a fronte di incassi per 635,4 milioni di euro nel 2019.

PERCHÉ I CINEMA CHIUDONO?

La pandemia è stata soltanto l’ultimo colpo sulla schiena del sistema cinematografico. In realtà sono decenni che le sale sono state abbandonate, sia dai proprietari ( o affittuari), sia dalle società di produzione e di distribuzione (che decidono l’andamento del mercato), sia dalle autorità che potrebbero, con efficacia, proteggere in qualche modo il settore. Una resa generale e incondizionata. Molti cinema rimasti in piedi sono brutti, sporchi, con un modello di attività vecchio e senza alcuna possibilità di reggere all’urto della più temibile concorrenza: quella della tv, in chiaro e in streaming. Nei nostri stili di vita il rito della visione del film in sala è diventato un reperto archeologico, roba dei secoli passati, e il consumo dei film avviene attraverso le piattaforme televisive e persino sugli smartphone. Il mercato così asseconda anche un aumento generalizzato della pigrizia e una diminuzione della voglia di socializzare, di uscire, di stare insieme agli altri. Inoltre il film via streaming, a parte la comoda visione senza ficcare il naso fuori casa, presenta altri vantaggi: è (quasi) gratis, si può programmare la visione, interromperla e poi riprenderla. E non hai un biglietto da prenotare o da acquistare su Internet

CRISI DEI CINEMA

La concorrenza delle piattaforme digitali è imbattibile, inutile nasconderlo. Anche perché è stata ormai assorbita da chi decide la vita di un film e dove va proiettato: i produttori e i distributori. E loro hanno scelto di fare fuori i cinema. Non se ne fregano nulla se un film in sala resta solo qualche giorno, anche se ha ricevuto importanti riconoscimenti in Italia e all’estero: non è più quella la loro fonte di guadagno. Anzi. A produttori e distributori, poi, in questa catena degli orrori e degli sprechi si aggiungono gli speculatori, ben protetti dalle autorità locali. I cinema si prestano a trasformazioni urbanistiche, e diventano facilmente supermercati, sale bingo, centri commerciali. Basta una firma, e tutto cambia.  Ciò che era un pozzo senza fondo di perdite, si trasforma in un rubinetto di guadagni facili. Con il risultato, però, che il quartiere perde un punto di aggregazione e di cultura, e si ritrova con l’ennesimo punto vendita di largo consumo.

INTERVENTI PER I CINEMA IN ITALIA

Di fronte a una crisi così profonda, così strutturale e così inquietante, che cosa hanno fatto i governi e gli enti locali in questi anni? Nulla, o quasi. Negli ultimi tempi, attraverso vari canali, ai cinema sono arrivati ristori vari, agevolazioni fiscali, contributi una tantum. Mance. In compenso, tanto per fare un altro omaggio a lor signori, i proprietari delle piattaforme digitali da un lato e distributori e produttori dall’altro, si è ulteriormente accorciato il tempo di permanenza obbligatoria dei film nelle sale. Trenta giorni, e poi si può andare in tutti gli altri canali di distribuzione e visione, abbandonando i cinema. La beffa è che questo assurdo meccanismo, frutto di compromessi a favore di alcune lobby e non certo di chi ama davvero il cinema, è annunciato a priori dai produttori e dai distributori. I quali avvertono, con un messaggio pubblicitario, che il tale film sarà in sala solo per tali giorni, e poi scomparirà dalla circolazione. Ancora meno del governo hanno fatto gli enti locali. I comuni non hanno avuto alcuna sensibilità nel proteggere i cinema. Gli amministratori sul territorio non hanno mai capito (o non hanno mai voluto capire) il loro valore a beneficio di tutta la comunità. Il cinema è come una piazza, con bar annesso. Se scompare, evapora un luogo di incontri, di relazioni, di rapporti umani. Dove tra l’altro si coltiva, insieme, uno dei più grandi piaceri della modernità.

COME DIFENDONO I CINEMA IN FRANCIA

Invece di salvare i cinema, anche con provvedimenti straordinari (riconoscendo il loro valore e la loro funzione di locali unici per la collettività), sindaci e assessori si sono lasciati contagiare dalla febbre delle trasformazioni. E con i cinema si è ripetuto il film dell’orrore che abbiamo visto con i vecchi negozi, epicentri di tradizioni artigianali scomparse: fatti fuori e sostituiti da negozi monomarca con i brand della moda, e con la trasformazione dei centri storici in centri commerciali aeroportuali. Come si difendono, invece, i cinema? Potremmo prendere esempio dalla Francia. Dove il governo, invece di predisporre 20 decreti attuativi per dare qualche euro ai gestori delle sale, ha messo sul tavolo un bel gruzzolo destinandolo specificamente al salvataggio dei cinema. Il 70 per cento delle sale ha ottenuto finanziamenti importanti, che sono stati erogati attraverso gli enti locali e sotto il rigoroso controllo del Centro nazionale di cinematografia. Inoltre i colossi internazionali dello streaming (da Netflix a Amazon a Disney+) devono lasciare sul tavolo tra il 20 e il 25 per cento dei loro ricavi in Francia per finanziarie i cinema e i prodotti audiovisivi. Come capirete, queste soluzioni non sono mance, e forse spiegano il motivo per il quale, nonostante la pandemia, i cinema in Francia sono aumentati e oggi superano quota cinquemila.

SI POSSONO SALVARE I CINEMA?

Il caso francese dimostra che i cinema si possono ancora salvare. E quanto sia un’autentica fake news l’idea che siano destinati a scomparire. Non è vero. Ed è lo stesso discorso dei libri di carta: a un tratto sembravano destinati a essere completamente eliminati dalla versione digitale, poi si è scoperto che i lettori amano ancora la carta e le vendite dei libri in questa versione, anche in Italia, sono persino aumentate. Salvare il cinema è un dovere, della politica, della pubblica amministrazione, dei cittadini. Dirlo è anche retorico e banale. Bisogna farlo. Con azioni come quelle cha abbiamo visto e con l’aggiunta di due spinte, molto importanti. Una deve arrivare dai proprietari e gestori delle sale. È necessario modernizzare i cinema, fare in modo che siano aperti per più ore, anche la mattina. Durante il giorno, ampliando a 360 gradi la fonte dei ricavi. Senza perdere la loro anima. Nei cinema possono esserci produzioni artistiche, concerti, performance teatrali, scuole di recitazione. E anche attività commerciali che abbiamo un legame con l’universo cinematografico e con il territorio: cinema come hub di quartiere, multifunzionali. Poi come al solito ci siamo noi, con le nostre scelte. Vogliamo dare il nostro contributo al salvataggio dei cinema? È semplice: torniamo a frequentarli, con una certa regolarità. Ogni volta che chiude un vecchio bar nel quartiere, per fare posto all’ennesimo supermercato oppure a una banca, sale il coro dell’indignazione. Ma chi si indigna dovrebbe farsi una domanda: «Quante volte ho preso un caffè in questo bar negli ultimi tempi?». Così con i cinema. «Quante volte sono stato a cinema da quando hanno riaperto?». Il futuro delle sale dipende anche da questa risposta di ognuno di noi. (da https://www.nonsprecare.it/cinema-che-chiudono-italia?refresh_cens)

11 idee per riconvertire e trasformare vecchi cinema

Le vecchie sale cinematografiche spesso vengono riconvertite in altro. Dalla spettacolare libreria all’interno de El Ateneo Grand Splendid di Buenos Aires fino all’esperimento che “vestirà” lo storico Max Linder Panorama di Parigi con mobili svedesi per la prima edizione dell’Home Cinema Ikea, ecco 10 movie theatre trasformati

11 idee per riconvertire e trasformare vecchi cinema

Max Linder-Ikea

Il destino karmico delle vecchie sale cinematografiche è quello di trasformarsi in qualcos’altro: dalla libreria (quando il karma è buono) al supermercato o allo streeptease club, la crisi che stanno attraversando i cinema d’antan non prevede quasi mai una loro riqualificazione in quanto tali.

Tra gli ultimi sopravvissuti di questa specie in via d’estinzione c’è l’affascinante cinema Max Linder Panorama, lo storico totem cinematografico di culto a Parigi che dal 21 al 29 aprile si tramuterà temporaneamente in uno sperimentale Home Cinema firmato Ikea. Arredato totalmente con mobilio del celebre brand svedese, accoglierà gli spettatori con la formula da anfitrione: "Fate come se foste a casa vostra". Il pubblico si potrà accomodare su divani, poltrone, pouf, tappeti e perfino sui letti sistemati di fronte allo schermo per l’occasione, al fine di fare accomodare la platea nella maniera più ospitale e calda che ci sia. E proprio come in ogni Home Sweet Home che si rispetti, a scegliere le pellicole saranno gli spettatori stessi, tramite il sito web francese di Ikea.

Se in questo caso il fascino delabré di cui sono intessute le poltroncine di un old movie theatre come il Max Linder Panorama è solo temporaneamente camuffato dalla serialità minimal dei nuovi arredi (rispondenti ai bisogni di chi ormai i film se li guarda in streaming sull’Apple Watch, per esagerare ma neanche troppo), moltissimi altri esimi colleghi hanno avuto una fine meno gloriosa. Il sito americano che studia le sorti di edifici abbandonati a se stessi (o di cui si è abbandonato lo spirito principale), Urban Ghosts Media, ha notato come la maggior parte delle ex sale siano state riconvertite in Bingo Halls. Eppure non mancano i casi di riqualificazione a volte virtuosa, altre volte appena passabile. Ma sempre meglio di un locale di lap-dance per voyeur.

Nel filone di bonifica proba rientrano la metamorfosi da cinema a libreria de El Ateneo Grand Splendid di Buenos Aires, una delle librerie più spettacolari dell'Argentina e del mondo intero, così come quella dell'Alabama Bookstop a Houston, in Texas, riconvertito in uno spazio libresco in stile America anni Cinquanta. Frequenti sono invece i cinema trasformati in ristoranti, come il Satyricon di Alcúdia (sull’isola di Maiorca) che ospita tavoli disposti in platea e sui vari palchetti di un fascinoso anfiteatro mangereccio.

El Ateneo Grand Splendid a Buenos Aires.

El Ateneo Grand Splendid a Buenos Aires. (foto: commons.wikimedia.org)

Della seconda branca di riconversione non disdicevole vi sono casi di cinema diventati abitazioni private (l’ultimo della lista è l’Ex Cinema Astra a Treviso) o di ex sale in cui oggi sorgono negozi di vario genere (il più assoggettabile all’etichetta “ironia della sorte” è The Old Cinema, lo shop di Londra che vende proprio mobilio vintage recuperato dall’arredo di vecchi cinema).

Salutati con meno entusiasmo dagli autoctoni, invece, sono stati il Boutique Hotel Cinema della catena Atlas, ricavato dalla storica multisala di Tel Aviv in stile Bauhaus e, amaris in fundo, l’Ex Cinema Teatro Italia a Venezia, diventato un supermercato Despar. Considerato da alcuni lo store più bello del mondo nonché un esempio di riuso architettonico ed urbano a cui guardare (curato da Linea Light Group), molti nostalgici lo ritengono invece un affronto e uno scempio ai danni della storia dell’arte e del folklore italiani.

Ex Cinema Teatro Italia a Venezia diventato un supermercato Despar.

Ex Cinema Teatro Italia a Venezia diventato un supermercato Despar. (foto: linealight.com)

Per onorare questo filone amarcord, non ci si può esimere dal menzionare il principe degli ex cinema riconvertiti: il Salon indien du Grand Café, facente parte oggi dell’Hôtel Scribe di Parigi.

Questo café è stato affittato nel 1895 per un evento privato, rivolto a trentatré invitati che, alla modica cifra di un franco, sono entrati a pieno titolo nella storia. Il titolo vero e proprio era L'Arrivée d'un train en gare de La Ciotat (L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat), ossia il primo film proiettato di sempre, quello che diede il là alla settima arte. A offrirlo agli astanti increduli (e spaventati) furono i fratelli Auguste e Louis Lumière, a cui la caffetteria venne poi intitolata. A Louis si deve una citazione ben lontana dall’essere profetica: “Il cinema è un'invenzione senza avvenire”. Oltre a essere diventata un’arte a tutti gli effetti, i templi del suo culto – le sale – hanno avuto ben più di un avvenire.

Sfogliate la gallery dei 10 ex cinema che hanno avuto una seconda giovinezza, trasformati in qualcosa di nuovo.

  • Lo storico cinema Max Linder Panorama di Parigi si tramuterà temporaneamente in uno sperimentale Home Cinema firmato...
  • Max Linder-IkeaHome Cinema Ikea
  • Lo storico cinema Max Linder Panorama di Parigi si tramuterà temporaneamente in uno sperimentale Home Cinema firmato Ikea dal 21 al 29 aprile.
  • 01
  • Cinema Hotel un Boutique Hotel della catena Atlas a Tel Aviv ricavato da un ex cinema in stile Bauhaus.
  • 02Cinema Hotel, un Boutique Hotel della catena Atlas a Tel Aviv ricavato da un ex cinema in stile Bauhaus.(foto: booking.com)
  • Cinema Hotel
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  • El Ateneo Grand Splendid di Buenos Aires è stato riconvertito in una spettacolare libreria. Con quattro palchi e una...
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  • El Ateneo Grand Splendid a Buenos Aires
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  • 04Il Salon indien du Grand Café è il caffè di Parigi dove nel 1895 fu proiettato per la prima volta un film dai fratelli Auguste e Louis Lumière. Oggi è una sala dell'Hotel Scribe che fa parte della catena Accor Hotels. (foto: wikipedia.org)
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