Il magazine scientifico Science ha scelto il boom delle energie rinnovabili nel 2025 come Breakthrough of the Year (“Scoperta/Evento dell’anno”), sottolineando un fatto storico: per la prima volta la generazione elettrica globale da energie rinnovabili (soprattutto solare e eolico) ha superato quella da carbone.

Tuttavia, come osserva la colonna su Spektrum der Wissenschaft, questo riconoscimento non celebra tanto una reale “rivoluzione scientifica” quanto il successo di una trasformazione di scala e di mercato, resa possibile grazie alla combinazione tra politiche pubbliche, strategia industriale e capacità produttiva globale – con la Cina al centro del processo.

Numeri e dinamiche globali: la crescita continua

Secondo le principali agenzie internazionali e report recenti:

  • La capacità globale rinnovabile continua a crescere velocemente: tra il 2025 e il 2030 è previsto un aumento di oltre il 60% nella generazione da fonti rinnovabili, con la quota di energia elettrica rinnovabile che raggiungerà quasi il 45% entro il 2030
  • Il solare fotovoltaico domina la crescita: circa l’80% dell’incremento di capacità rinnovabile nei prossimi cinque anni sarà fotovoltaico.
  • La crescita non riguarda solo solare ed eolico, ma anche idroelettrico, bioenergia e geotermia, sebbene a ritmi più modesti.

Questi numeri mostrano che il 2025 non è un picco isolato, ma parte di una tendenza strutturale di lungo periodo verso fonti pulite, sostenuta da costi in calo, miglioramenti tecnologici e sostegno politico.

Fattori tecnologici e di mercato

Le rinnovabili non stanno crescendo solo per ragioni ideali o climatiche, ma per motivi economici e tecnologici concreti:

  • Calo dei costi: il prezzo dei moduli solari è sceso notevolmente negli ultimi anni grazie a economie di scala e produzione industriale intensiva, soprattutto in Asia.
  • Innovazioni in corso: nuove tecnologie come i pannelli bifacciali, i sistemi floatovoltaici su specchi d’acqua, e avanzamenti nelle celle tandem ad alta efficienza stanno aumentando la resa energetica e riducendo ulteriormente i costi unitari.
  • Storage e reti intelligenti: la crescita dei sistemi di accumulo energetico (batterie) è fondamentale per gestire l’intermittenza solare ed eolica, consentendo di integrare quantità crescenti di energia pulita nelle reti elettriche.

Geopolitica: dal carbone alle catene di valore globali

La Spektrum sottolinea una dimensione importante: la transizione energetica è sempre più una questione geopolitica. La leadership cinese nella produzione di pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e batterie ha permesso di ridurre i costi globali, ma ha anche generato una dipendenza dalle catene di fornitura centrata su Pechino.

Questo fenomeno ricorda le dipendenze energetiche del passato (come quella dal petrolio), sollevando interrogativi sui rischi di concentrazione produttiva e di vulnerabilità geopolitica.

Cosa significa per la lotta al cambiamento climatico

Il sorpasso delle rinnovabili sulla generazione da carbone è un segnale potente: indica che la transizione energetica non è più solo teoria, ma realtà concreta. Tuttavia:

  • Non basta generare energia pulita: è fondamentale decarbonizzare anche i settori industriali, trasporti e riscaldamento, dove l’elettrificazione e l’efficienza sono ancora insufficienti.
  • La semplice crescita delle installazioni non garantisce automaticamente la riduzione delle emissioni totali, poiché la domanda energetica globale continua ad aumentare e alcuni paesi mantengono o espandono capacità fossili.

Esempi recenti di crescita e adozione

Il ruolo delle rinnovabili si riflette anche nelle notizie più recenti:

  • In Italia, grandi progetti solari stanno crescendo grazie ad aste pubbliche e nuove installazioni su larga scala. 
  • In India, accordi tra produttori di energia rinnovabile e grandi aziende (come Google) promuovono nuovi impianti solari che forniranno energia pulita a infrastrutture critiche.
  • In California, nonostante riduzioni negli incentivi federali negli Stati Uniti, lo Stato continua ad aumentare la sua quota di energia pulita con ampie capacità di storage. 

Il 2025 può essere visto come un punto di svolta simbolico della transizione energetica: per la prima volta l’energia pulita genera più elettricità del carbone a livello globale. Questo è un passo enorme e testimonia i progressi tecnologici, la maturità industriale delle rinnovabili e l’impatto delle politiche pubbliche.

Ma si tratta anche di una transizione non lineare e non priva di rischi: la concentrazione produttiva, la gestione delle reti, la variabilità climatica e la necessità di decarbonizzare settori più ampi restano sfide fondamentali.

Insomma, il “Solarboom” non è solo motivo di celebrazione: è un potente richiamo a rinnovare gli sforzi politici, tecnologici e cooperativi su scala globale per far sì che questa transizione produca davvero un mondo più sostenibile.

Emissioni globali di CO₂: il paradosso della crescita “verde”

Nonostante il boom delle energie rinnovabili, le emissioni globali di CO₂ continuano a rimanere su livelli record. Questo è il grande paradosso del 2025:
mentre la capacità rinnovabile cresce come mai prima, le emissioni non diminuiscono in modo strutturale.

Le ragioni sono tre:

  1. Crescita assoluta della domanda energetica globale
    Le rinnovabili spesso non sostituiscono le fonti fossili, ma si aggiungono a esse per sostenere:
    • crescita economica,
    • urbanizzazione accelerata,
    • digitalizzazione energivora (AI, data center, cloud),
    • riarmo e industrie militari.
  2. Persistenza del carbone e del gas
    Molti Paesi mantengono centrali fossili come “backup” strutturale, soprattutto in assenza di:
    • reti intelligenti,
    • accumulo su larga scala,
    • pianificazione energetica coordinata.
  3. Delocalizzazione delle emissioni
    Le economie avanzate riducono le emissioni interne, ma importano beni prodotti in Paesi ad alta intensità carbonica.
    Il risultato è una illusione statistica di decarbonizzazione.

 In sintesi: la transizione energetica procede, ma la transizione economica no.

I principali Paesi responsabili: oltre la retorica

Le responsabilità non sono distribuite in modo equo.

Cina

  • Primo emettitore mondiale in termini assoluti.
  • Leader globale nelle rinnovabili e contemporaneamente nel carbone.
  • Strategia pragmatica: sicurezza energetica e crescita prima di tutto.
  • Le emissioni pro capite stanno raggiungendo quelle europee.

 La Cina non è “il problema” né “la soluzione”: è lo specchio del sistema globale.

Stati Uniti

  • Tra i maggiori emettitori storici.
  • Economia basata su:
    • consumo elevato,
    • trasporti inefficienti,
    • industria fossile ancora politicamente potente.
  • Politiche climatiche instabili, reversibili a ogni cambio di amministrazione.

 Il problema USA non è tecnologico, ma politico e culturale.

Unione Europea

  • Emissioni inferiori rispetto a USA e Cina.
  • Ambizioni climatiche alte, potere geopolitico debole.
  • Rischio di:
    • deindustrializzazione,
    • dipendenza energetica esterna,
    • carbon leakage.

l’UE paga il prezzo di essere virtuosa in un mondo non virtuoso.

Paesi emergenti

  • Africa, Sud-Est asiatico, America Latina:
    • basse emissioni storiche,
    • forte crescita futura prevista.
  • Chiedono (legittimamente):
    • diritto allo sviluppo,
    • accesso a energia a basso costo.

 Senza trasferimenti tecnologici e finanziari, replicheranno il modello fossile occidentale.

Le responsabilità degli organismi globali: governance debole, risultati deboli

Gli organismi internazionali hanno fallito sul piano vincolante.

ONU e COP

  • Accordi basati su:
    • obiettivi volontari,
    • impegni non sanzionabili,
    • negoziati al ribasso.
  • Nessun meccanismo reale di enforcement.

Le COP producono consenso politico, non riduzioni di CO₂.

Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale

  • Continuano a:
    • finanziare progetti fossili indirettamente,
    • imporre politiche di austerità che frenano investimenti verdi nei Paesi poveri.

Parlano di transizione, ma operano ancora secondo logiche novecentesche.

Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO)

  • Non integra seriamente il costo climatico nel commercio globale.
  • Penalizza politiche industriali verdi considerate “protezionistiche”.

Il libero scambio resta climaticamente cieco.

L’economia senza freni: la radice strutturale del problema

Il nodo centrale non è tecnologico, ma economico e sistemico.

Il modello dominante è ancora basato su:

  • crescita illimitata,
  • estrazione continua,
  • esternalizzazione dei costi ambientali,
  • massimizzazione del profitto a breve termine.

In questo contesto:

  • le rinnovabili ridimensionano i danni,
  • ma non cambiano il paradigma.

Un pannello solare che alimenta:

  • SUV elettrici sempre più pesanti,
  • data center energivori,
  • produzione industriale iper-consumistica,

non è una rivoluzione, ma una ottimizzazione del sistema esistente.

Il rischio reale: una transizione energetica senza transizione climatica

Se non cambiano:

  • regole del commercio globale,
  • fiscalità ambientale,
  • modelli di consumo,
  • governance internazionale,

il rischio concreto è questo:

avremo un mondo alimentato da energia rinnovabile,
ma comunque incompatibile con la stabilità climatica.

Il boom delle rinnovabili è necessario, positivo e irreversibile.
Ma non è sufficiente.

Senza:

  • responsabilità storiche riconosciute,
  • obblighi vincolanti per i grandi emettitori,
  • riforma degli organismi globali,
  • freno all’economia estrattiva e iper-consumistica,

il Solarboom rischia di diventare un alibi tecnologico per non affrontare il vero problema:
un sistema economico che consuma più di quanto il pianeta possa rigenerare.

Siamo sull’orlo del precipizio e c’è chi ci spinge

di Federico Butera

pubblicato il 12/12/2025

Pensiamo che la crisi climatica che stiamo vivendo, più in generale la crisi ecologica, si dispieghi attraverso fenomeni spesso drammatici, la cui intensità e frequenza sta sì aumentando, e rapidamente, ma anche che i cambiamenti saranno progressivi, e che possiamo attrezzarci per contrastarne gli effetti attraverso interventi appropriati di prevenzione e contenimento. Riteniamo che le variazioni climatiche siano continue. Pensiamo che se proprio non riusciamo a stare entro l’incremento di temperatura, rispetto al valore preindustriale di 1,5° C raccomandato dagli scienziati, vuol dire che ci saranno più ondate di calore, più alluvioni, più siccità, ma tutto progressivamente, e – se ci impegniamo – avremo il tempo di adattarci. Sarà dura, ma ce la possiamo fare, anche se la temperatura globale continuerà ad aumentare, come è inevitabile se continuiamo ad andare avanti come abbiamo fatto finora.
Purtroppo, la brutta notizia è che le cose non stanno così, tutt’altro. La situazione presto può cambiare da un momento all’altro, superare il punto di svolta, e il mondo così come lo abbiamo conosciuto collassa irreversibilmente e si trasforma in qualcosa che non siamo neanche in grado di immaginare.
I punti di svolta si presentano in moltissime occasioni, e specialmente nei sistemi complessi, cioè sistemi formati da un insieme di elementi (sottosistemi) variabili e fortemente interconnessi, sicché la conoscenza singola d’ognuno di essi non è sufficiente a stabilire l’evoluzione complessiva del sistema nel suo insieme. Inoltre le interconnessioni fra sottosistemi danno luogo a retroazioni e non linearità. Per questo non reagiscono sempre proporzionalmente e prevedibilmente a una data sollecitazione. Può succedere che una sollecitazione in passato sempre assorbita senza problemi, a un certo punto (il punto di svolta) invece destabilizzi il sistema profondamente, facendolo precipitare in tempo brevissimo in un altro stato.
L’essere umano, per esempio, è un sistema complesso, cioè un sistema fatto di tanti sottosistemi, anche loro complessi (gli organi) fra loro strettamente interconnessi e interagenti. Invecchiando, il funzionamento del nostro organismo si va modificando, i vari organi cominciano a funzionare sempre meno bene, e sollecitazioni (un’influenza, uno sforzo intenso, una frattura, una infezione) che prima venivano riassorbite senza problemi, ora spingono pericolosamente verso il crinale, il punto di svolta. E man mano che si invecchia e l’organismo di deteriora, ci si avvicina sempre più, e basta poco per superarlo e precipitare dall’altra parte.
A spingere verso il punto di svolta, ancora prima della vecchiaia, può essere una malattia, un organo che funziona male, che induce il malfunzionamento di altri, che riducono la funzionalità di altri ancora, a cascata, fino a far cadere l’intero organismo nel precipizio.
Anche il nostro pianeta è un sistema biofisico complesso, un organismo, ed è malato. I suoi sottosistemi, i suoi organi, in misura maggiore o minore in crisi sono l’atmosfera, l’idrosfera (gli oceani e le acque dolci), la criosfera (le calotte glaciali e i ghiacciai), la biosfera (gli organismi viventi) e la litosfera (terra, suoli, sedimenti e parti della crosta terrestre).
Non solo gli organismi viventi, il clima e il sistema Terra sono sistemi complessi, lo è anche il sistema sociale, come lo sono tutti i sottosistemi che li compongono, e sono tutti contenuti nel sistema Terra e interconnessi con i sistemi biofisici: dipendiamo dal clima, dai servizi che ci offrono gli ecosistemi, dalle piante di cui ci nutriamo, che devono alla natura la loro capacità di crescere.

 

Affrontare la complessità

Per governare la transizione ecologica

Federico M. Butera

Fissiamo l’attenzione sull’atmosfera. La sua dinamica è governata dal sistema climatico, che regola i diversi climi sulla superficie terrestre. Il sistema climatico, soggetto a sollecitazioni quali quelle a cui lo stiamo sottoponendo con l’aumento della concentrazione di gas serra in atmosfera che fa aumentare la temperatura globale, può essere spinto verso punti di svolta. Ciò può avvenire a causa della destabilizzazione di sottosistemi critici, che sono a loro volta governati da processi che contengono dei punti di svolta.
Cinque di questi, al livello attuale di riscaldamento globale, sono già a rischio di superare i punti di svolta entro la prima metà di questo secolo: la calotta polare artica unita ai ghiacci della Groenlandia, la corrente atlantica (AMOC), il permafrost delle regioni artiche, le barriere coralline e la foresta amazzonica.
Le barriere coralline potrebbero avere già superato il punto di svolta (un gran numero di esse è già sbiancata, cioè morta), con gravissime conseguenze: perdita di biodiversità (ospitano il 25%di tutte le specie marine), perdita della difesa delle coste dalle mareggiate, azzeramento della pesca e del turismo, con effetti drammatici per centinaia di milioni di persone che di questo vivono.
Esaminiamo uno per uno gli altri sistemi a rischio, che sono fra di loro interconnessi.
Per effetto del riscaldamento globale il ghiaccio al polo si sta sciogliendo, e sempre più velocemente. Infatti, man mano che si scioglie si riduce la superficie ghiacciata, bianca, e quindi la quantità di energia solare che viene riflessa, e aumenta quella assorbita. Aumentando l’energia assorbita, la temperatura globale aumenta, e fa sciogliere più ghiaccio e la superficie riflettente diminuisce più velocemente. Sciogliendosi più velocemente, più velocemente cresce la temperatura, e più velocemente si scioglie il ghiaccio. Il processo è sempre più accelerato e prima di quanto si pensi non ci sarà più la calotta polare, essendo stato superato il punto di svolta.
Quale è questo punto? Quello dei ghiacci artici è un processo dinamico: da millenni si contraggono in estate e si ricostituiscono in inverno. A volte se ne scioglie di più, a volte meno, a volte se ne ricostituisce di più, altre meno, ma prima del riscaldamento globale mediamente negli anni tanto se ne scioglieva in estate e altrettanto se ne formava in inverno. Oggi, a causa dell’aumento della temperatura si è superato il punto di svolta, quello in cui in estate se ne scioglie più di quanto non se ne riformi in inverno, e la calotta polare si va contraendo, sempre più rapidamente, irrimediabilmente. La conseguenza è che la temperatura globale non aumenta proporzionalmente alla quantità di gas serra che immettiamo in atmosfera, ma molto più velocemente, e ormai non possiamo farci niente, anche se azzeriamo le emissioni di gas serra, perché i ghiacciai continueranno a sciogliersi e la temperatura globale continuerà ad aumentare.
Nello stesso tempo, con l’aumento della temperatura, si vanno sciogliendo i ghiacci della Groenlandia; i modelli suggeriscono che la sua calotta glaciale potrebbe essere condannata alla sparizione con un incremento di 1,5 °C rispetto al valore preindustriale, che abbiamo già superato nel 2024 e lo sarà permanentemente entro il 2030.L’Oceano Atlantico è attraversato da una corrente che trasporta acqua calda superficiale verso nord e acqua fredda profonda verso sud e prende il nome di Atlantic Meridional Overturning Circulation; AMOC è il suo acronimo. Nell’emisfero nord l’acqua calda superficiale proveniente dai tropici (nota come Corrente del Golfo) rilascia il suo calore nell’Atlantico subpolare, a sud della Groenlandia e a ovest della Gran Bretagna e dell’Irlanda, riscaldandole. Rilasciando il calore la corrente si raffredda e per questo affonda a una profondità compresa tra i 2.000 e i 3.000 metri, e torna a sud come corrente fredda. Lì sotto scorre come un grande fiume, lungo tutta la lunghezza dell’Atlantico.
L’AMOC è responsabile del clima mite dell’Europa nordoccidentale; alla stessa latitudine, più a est, gli inverni sono molto più rigidi.


La temperatura non è l’unico ingrediente chiave dell’AMOC: l’altro è la salinità. L’acqua superficiale che arriva nella regione subpolare è particolarmente salata perché la corrente proviene dalle regioni subtropicali, dove l’evaporazione è maggiore. Più l’acqua è salata, più è pesante, e va giù, rinforzando l’affondamento dovuto al raffreddamento.
Lo scioglimento dei ghiacci artici e della Groenlandia porta un flusso di acqua dolce che ne riduce la salinità; quindi, l’acqua diventa meno pesante, il processo di affondamento si indebolisce e l’AMOC rallenta. Rallentando, il flusso di acqua più salata si riduce mentre quello di acqua dolce dei ghiacci che si sciolgono aumenta col riscaldamento globale e la salinità complessiva della corrente diminuisce ulteriormente, contribuendo sempre meno all’affondamento e indebolendola sempre più. Così, più si sciolgono i ghiacci artici più rallenta l’AMOC, fino a raggiungere il punto di svolta, quello oltre il quale la corrente si arresta.
Il fenomeno è in evoluzione: la portata dell’AMOC è diminuita del 15% dal 1950 ed è nel suo stato più debole da oltre un millennio.È già successo in passato. Poco più di 12.000 anni fa, il rapido scioglimento dei ghiacciai causò l’arresto dell’AMOC, provocando enormi fluttuazioni di temperatura nell’emisfero settentrionale, con variazioni comprese tra i 10 e i 15 °C nell’arco di un decennio: ci fu una piccola glaciazione.
Alcune simulazioni climatiche al computer mostrano che l’AMOC potrebbe raggiungere un punto di svolta nel corso di questo secolo, addirittura entro la prima metà, con conseguenze catastrofiche in tutto il mondo. Uno studio pubblicato lo scorso anno prevede che le temperature nell’Europa nord-occidentale potrebbero scendere di 15 °C, facendo precipitare la regione in una nuova era glaciale, mentre l’emisfero meridionale subirebbe un riscaldamento.
Inoltre, un quasi collasso dell’AMOC provocherebbe cambiamenti dirompenti nelle precipitazioni nel bacino amazzonico. Altre simulazioni mostrano che potrebbe anche causare una siccità quasi permanente nella regione africana del Sahel, interrompere i monsoni asiatici, riscaldare rapidamente l’Oceano Antartico, causando un aumento del livello globale dei mari con lo scioglimento della calotta glaciale dell’Antartico occidentale, e potenzialmente spostare il pianeta verso un nuovo regime climatico, caratterizzato da una temperatura media molto più elevata di quella di oggi e climi regionali molto diversi.
Il collasso dell’AMOC inoltre ridurrebbe l’assorbimento di CO2 da parte dell’oceano, perché la corrente porta nelle profondità oceaniche gran parte della CO2 assorbita nel suo percorso in superficie, e lì viene intrappolata in modo sicuro, lontana dall’atmosfera.

Il permafrost è uno spessore perennemente ghiacciato sotto lo strato superficiale del terreno, alle alte latitudini. È importante perché è vasto 18 milioni di chilometri quadrati, ovvero un quarto di tutta la terra emersa dell’emisfero settentrionale ed è un enorme serbatoio di carbonio, perché conserva i resti della vita che un tempo fioriva nell’Artico, tra cui piante morte, animali e microbi: si stima che ne contenga circa 1500 miliardi di tonnellate. Si tratta di una quantità circa quattro volte superiore a quella emessa dall’uomo dall’inizio della rivoluzione industriale e quasi il doppio di quella attualmente contenuta nell’atmosfera.
Il permafrost va sciogliendosi a causa del riscaldamento globale, e libera CO2 e metano, che è un gas serra 30 volte più potente dell’anidride carbonica. Queste emissioni accelerano l’incremento della temperatura globale, e gli effetti si riflettono in un più rapido scioglimento della calotta polare, fenomeno che a sua volta, accelerando l’incremento di temperatura, accelera il disgelo del permafrost: due processi che si rinforzano l’uno con l’altro ed accelerano il riscaldamento globale e conseguentemente i cambiamenti climatici: non aspettiamoci che le cose peggioreranno col ritmo che hanno avuto finora, perché questo ritmo è destinato ad aumentare sempre più. Lo scongelamento del permafrost contribuisce ad avvicinare il momento in cui si superano i punti di svolta della calotta artica e dell’AMOC, il cui rallentamento è rinforzato dal più rapido scioglimento dei ghiacci.
A questo bisogna aggiungere che nel permafrost si trovano, congelati da decine di migliaia di anni, agenti patogeni, batteri e virus, ai quali il sistema immunitario umano, e probabilmente di molte altre specie viventi, non è detto sia in grado di fare fronte.

La foresta amazzonica vive da 65 milioni di anni, pur in uno dei suoli più poveri di nutrienti al mondo, che quindi è costretta a riciclare continuamente. Anche l’acqua è in gran parte ricircolata, quella che piove proviene dalla evapotraspirazione della stessa foresta per circa il 50%; in qualche zona il 70%. Se questi processi circolari vengono spezzati, con incendi, deforestazione e siccità indotta dal cambiamento climatico, oltre che dall’uomo, la foresta pluviale si va trasformando in savana, e così diminuisce l’evapotraspirazione, quindi pure la quantità di acqua che ricade come pioggia, e questo favorisce la perdita di altra foresta che si trasforma in savana, riducendo così ancora l’evapotraspirazione e la pioggia in un processo sempre più accelerato che si conclude con la completa o quasi sparizione della copertura forestale. Un fenomeno autopropulsivo. Il rallentamento o l’arresto dell’AMOC può influire sul regime delle piogge, attraverso la modifica dei flussi di aria umida dall’oceano, aggravando la situazione.
È stato stimato che il punto di svolta, cioè quello in cui l’arretramento della foresta diventa irreversibile, possa superarsi entro il 2050.
Ciò è particolarmente grave, perché la foresta pluviale amazzonica è l’ecosistema terrestre più ricco di biodiversità al mondo, e svolge un ruolo fondamentale nella regolazione del clima globale attraverso l’enorme quantità di CO2 che assorbe.Si è visto che la fusione dei ghiacci artici è un processo che si auto-accelera, e ulteriormente accelerato a causa dello scioglimento del permafrost che rinforza il riscaldamento globale, facendo ulteriormente accelerare lo scioglimento dei ghiacci, che accelera a sua volta lo scongelamento del permafrost, aumentando così la temperatura globale e rallentando l’AMOC, il che favorisce l‘arretramento della foresta amazzonica e quindi una riduzione dell’assorbimento della CO2, che provoca un ulteriore innalzamento della temperatura che si ripercuote sullo scioglimento dei ghiacci e del permafrost. Un effetto domino a spirale, che porta a superare i rispettivi punti di svolta.
Se questo succede, se si superano dei punti di svolta a cascata, si perde completamente il controllo del cambiamento climatico, si ha il punto di svolta globale, e finiremo in quella che stata definita la condizione Terra-serra, caldissima, tanto calda quanto lo è stata milioni di anni fa, quando l’uomo ancora non esisteva. E il pericolo non è solo per la specie umana. Il rischio è quello di destabilizzare l’intero sistema di supporto della vita, di questa biosfera, e si avrebbe la sesta estinzione di massa. Da un cambiamento progressivo sia pure accelerato, in qualche modo gestibile, si passa a un collasso improvviso, irreversibile, assolutamente ingestibile e dalle conseguenze imprevedibili.Essendo il sistema sociale strettamente connesso a quello biofisico è inevitabile che il superamento del punto di svolta in uno qualunque dei sottosistemi biofisici abbia ripercussioni su quello sociale e viceversa e ciò avviene principalmente riguardo al clima, che a causa del riscaldamento globale va cambiando. Questo cambiamento, la cui causa prima è l’immissione nell’atmosfera di gas serra da noi prodotto, ci si ritorce contro, alterando gli equilibri e la stabilità del sistema sociale e portandolo vicino a un punto di svolta.Gli effetti del riscaldamento globale si manifestano nell’aumento della intensità, frequenza e durata delle ondate di calore, delle precipitazioni intense, delle siccità e degli incendi.
Le ondate di calore, cioè i periodi di temperatura eccezionalmente elevata che si protraggono per più giorni consecutivi, hanno numerosi effetti. Il primo è puramente fisiologico: a partire dalla temperatura di 35 °C e contemporanea umidità relativa del 100% l’organismo umano non è più in grado di disperdere il calore prodotto dal suo metabolismo, e quindi la temperatura corporea cresce, supera i valori tollerabili per la funzionalità degli organi interni, e collassa: è la morte. In molti casi, quando si tratta di soggetti fragili, vecchi, bambini, malati e donne in gravidanza, basta una temperatura e umidità inferiore per portare alla morte. Negli ultimi due decenni, il caldo estremo è già stato responsabile di una media di 500.000 morti in eccesso all’anno; numero destinato a salire perché mentre oggi circa il 30% della popolazione mondiale è esposta a condizioni climatiche mortali per almeno 20 giorni all’anno, questa percentuale potrebbe salire a oltre il 70% entro il 2100. Da notare che queste morti si concentrano sui soggetti che sono più deboli non solo fisicamente, ma anche socialmente. Sono infatti i più poveri a subirne di più le conseguenze: principalmente quelli dei paesi in via di sviluppo, che per la maggior parte sono situati nelle zone più calde del pianeta, ma anche quelli dei paesi sviluppati. Nessuno di questi può permettersi l’aria condizionata, e tutti in genere vivono nelle periferie urbane più degradate e prive di verde (che attenua le ondate di calore).Gli effetti delle ondate di calore, però, non si limitano al sia pure grave aumento della mortalità. Già oggi in Italia e in alcuni altri paesi è stata introdotta una norma che impone l’astensione del lavoro all’aperto per temperature superiori ai 35 °C. Aumentando il numero delle ore in cui questa situazione si verifica, è inevitabile l’impatto sulla produttività. Attività come i lavori di costruzione e quelli agricoli subiranno un danno economico, e dovranno necessariamente aumentare i prezzi per compensare l’aumento dei costi; bisognerà lavorare di notte. I prodotti alimentari costeranno di più con il danno maggiore subito dai più poveri che già faticano a nutrirsi.Ma c’è di più. L’aumento della durata, frequenza e intensità delle ondate di calore induce effetti più subdoli e pericolosi di quelli elencati, quelli sulla salute mentale. Con il perdurare di temperature elevate aumenta l’aggressività e la radicalizzazione, fattori socialmente destabilizzanti che possono contribuire ad avvicinarsi o a superare punti di svolta che conducono a profonde trasformazioni sociali.Gli altri eventi meteorologici estremi causati dal riscaldamento globale (alluvioni, siccità, incendi), oltre a causare altre morti dirette, hanno l’effetto comune di ridurre la produzione agricola, con pesanti conseguenze sulla disponibilità e quindi sui costi dei prodotti alimentari, con il maggior danno ancora una volta per i più poveri. Il fenomeno si è già presentato sia nei paesi ricchi sia in quelli più poveri, dove la carestia indotta da siccità e alluvioni spinge migliaia di persone a spostamenti forzati verso quei campi profughi che le organizzazioni internazionali mettono loro a disposizione. In questi casi intere vaste comunità risultano completamente disgregate: è stato oltrepassato un punto di svolta sociale. Globalmente, nel 2022 i profughi climatici sono stati 32,6 milioni, e si stima che al 2050 potranno raggiungere il numero di 1,2 miliardi. Alcuni di questi profughi, avendo perso tutto e non vedendo come ricominciare all’interno del loro paese e in quelli limitrofi, scelgono di cercare di arrivare in Europa e rischiano la vita attraversando il Mediterraneo. Il crudele e inaccettabile paradosso è i principali responsabili del cambiamento climatico, Europa e USA, fanno di tutto per respingere quelli che non hanno minimamente contribuito ma che più degli altri ne pagano le conseguenze.La riduzione della produzione alimentare, che ha effetti prima di tutto locali, può dare luogo al superamento di un punto di svolta a livello globale se si verificano situazioni avverse contemporaneamente nelle diverse parti del mondo che sono i cosiddetti food baskets, i cesti del cibo, cioè quelle aree produttrici di grandi quantità di alimenti primari, quale il grano o il riso, o il mais. In questo caso si avrebbe un’impennata del prezzo di questi alimenti, che è regolato dal mercato mondiale, da una parte dando luogo a carestie nei paesi in cui lo stato non ha le risorse per fronteggiare la situazione, e dall’altra innescando una crisi economica e finanziaria dagli effetti a cascata imprevedibili. Si è già visto quali effetti ha causato la guerra in Ucraina, per il blocco della esportazione del mais e dell’orzo, di cui questo paese è fra i primi produttori mondiali: una crisi alimentare in Egitto, Tunisia, Libano, Somalia e non solo, tutti paesi dipendenti dai cereali ucraini.L’altro evento possibile, l’arresto dell’AMOC, che ridurrebbe fortemente la produzione alimentare in Europa, combinato con il riscaldamento globale potrebbe causare la perdita della metà della superficie mondiale coltivabile a grano e mais, destabilizzando completamente la sicurezza alimentare di tutto il mondo. E si sa che la mancanza di cibo è sempre stata la causa più frequente di rivolte popolari, che possono innescare stravolgimenti sociali profondi.Inoltre, a causa della glaciazione indotta dall’arresto dell’AMOC, in tutta l’Europa nord-occidentale gli impianti di riscaldamento esistenti diventerebbero insufficienti a garantire una temperatura accettabile nelle case e negli uffici, portando il gelo anche negli ambienti chiusi e non ci sarebbero né il tempo né le risorse per rinforzarli tutti. Le condizioni di vita diventerebbero insostenibili per i più poveri, che non hanno i mezzi per riscaldarsi e per nutrirsi con il costo del cibo enormemente aumentato, spingendoli a migrare verso sud, invertendo il flusso migratorio attuale. Un tragico contrappasso.La prospettiva non è rosea. La storia insegna che condizioni climatiche avverse, eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, carestie e disuguaglianza sociale marcata, variamente combinati, sono ingredienti comuni del superamento del punto di svolta in molte società del passato. Superamento che ha portato alla caduta di imperi, al cambiamento di regimi innescati da rivolte popolari, all’ascesa al potere di nuovi attori sociali, alla completa disgregazione del sistema sociale, alla sua scomparsa. È avvenuto nell’antica Mesopotamia, nell’Impero Romano d’Occidente, nel centro America con i Maya, nell’isola di Pasqua, per citare solo alcuni degli esempi forniti da Diamond e Tainter, che hanno studiato il fenomeno.Gli ingredienti per il superamento di un punto di svolta sociale oggi ci sono tutti, e ne vediamo i primi segni. Il primo inequivocabile segnale dell’impatto destabilizzante sui sistemi sociali indotto dal cambiamento climatico è che l’ondata migratoria da esso causata genera, nelle popolazioni dei paesi ricchi, una crescente ostilità nei confronti dei migranti, che si ritiene siano un peso economico, tolgano lavoro, riducano la sicurezza e quindi vengono percepiti come causa del peggioramento della qualità della vita, che invece ha altre cause, non ultima proprio la crisi ambientale, che con gli eventi estremi danneggia l’economia.
Un altro è la disuguaglianza, che è in continuo aumento e genera tensioni e sfiducia nelle istituzioni.Ma la spinta principale, al momento, viene dal sistema economico e finanziario, che vede nella transizione ecologica una minaccia, in quanto ne minerebbe il potere e i privilegi, modificando l’attuale assetto basato sul fossile. È una spinta che, per contrastare quelli che pretendono dai governi azioni volte a combattere la crisi ambientale, spinge questi poteri a favorire l’autoritarismo.
L’amministrazione Trump è l’esempio paradigmatico, senza veli: uscita dall’accordo di Parigi sulla limitazione delle emissioni, smantellamento della ricerca scientifica sui temi ambientali, ostacoli alla diffusione delle fonti rinnovabili e incentivi a quelle fossili, e pugno duro con chi dissente.Nei paesi europei non si arriva agli estremi trumpiani, ma si va nella stessa direzione attraverso ostacoli alla realizzazione del Green Deal e azioni legislative tutte volte a limitare la libertà di dissentire dalle scelte governative, anche di ordine ambientale, portando all’arresto degli attivisti di Ultima Generazione, Extintion Rebellion e altre formazioni analoghe anche se manifestano in forme non violente ma mediaticamente efficaci. Tutto ciò è visto con indulgenza o addirittura con soddisfazione da quella larga parte di popolazione soggetta a una informazione manipolata che mira a fare credere che gli investimenti sulla transizione ecologica siano pure a danno del benessere, creando ostilità nei confronti dell’attivismo ambientalista. Disinformazione sostenuta da chi dall’uso del fossile trae vantaggio e vede la transizione verso le rinnovabili come minaccia alla propria esistenza.
Si assiste a una radicalizzazione delle posizioni, anche a causa del modo in cui funzionano i social media, che la favoriscono.
In più, ai nostri giorni, la radicalizzazione delle posizioni è amplificata dal continuo insorgere, anche nel cuore dell’Europa oltre che nel resto del mondo, di guerre, armate e commerciali, aumentando l’instabilità e portandoci sempre più vicini al punto di svolta che porta al conflitto di tutti contro tutti.Cosa succederà se improvvisamente, nel giro di pochi anni, in questa condizione estremamente instabile, si cadrà nella condizione Terra-serra, quando le risorse alimentari saranno scarse per tutti, e i conflitti per accaparrarsi le ridotte risorse disponibili si aggiungeranno a quelli esistenti che si inaspriranno, e il sistema economico e finanziario collasserà? Dove ci porterà il punto di svolta sociale?
Non tutto è perduto, però. I punti di svolta non si affacciano necessariamente su un futuro peggiore, ma possono portare anche a condizioni migliori rispetto a quelle che si lasciano. Sono i punti di svolta positivi, che portano a società più complesse, più organizzate, che producono innovazione e la integrano al loro interno.
La storia umana è ricca di esempi di cambiamenti sociali e tecnologici positivi, oltre che negativi.
Il primo punto di svolta positivo importante che l’umanità ha superato è quello che segna il passaggio dallo stato di cacciatore raccoglitore a quello di agricoltore.
Un altro punto di svolta fondamentale è stato quello che ha condotto alla Rivoluzione francese.
Molto spesso è una tecnologia a costituire il punto di svolta positivo, innescandone numerosi altri, a cascata. Con la Rivoluzione Industriale fu la macchina a vapore il punto di svolta che innescò una successione inarrestabile di altre innovazioni, un effetto domino che trasformò profondamente il sistema sociale.
Un altro caso di punto di svolta positivo è la produzione della Ford modello T, che fece passare l’automobile da un prodotto per soli ricchi a qualcosa che tantissimi potevano permettersi di avere, anche gli stessi operai che la costruivano. L’automobile costituì un punto di svolta potentissimo dal punto di vista sociale, cambiando il modo di vivere delle persone e di sviluppare i centri urbani.
Non sempre un punto di svolta positivo lo è veramente, perché innesca altri effetti a cascata, magari non subito, che portano a un degrado di altre parti del sistema.
Il più letale di tutti è stato quello che ha portato a basare la Rivoluzione Industriale sulle fonti fossili, abbandonando le rinnovabili (legna, vento, acqua) che fino a quel momento avevamo usato.
Un altro è quello che ha condotto ai fertilizzanti azotati artificiali, che hanno permesso di sfamare una crescente popolazione mondiale grazie all’aumento della produttività agricola. Il processo di produzione, messo a punto e avviato verso la fine del primo decennio del XX secolo, comporta l’uso di idrogeno che però viene ottenuto attraverso la trasformazione di un combustibile fossile, carbone o metano, con conseguenti emissioni di CO2. Inoltre, il fertilizzante azotato usato nei campi è anche responsabile della emissione di un altro potente gas serra (trecento volte più della CO2), l’ossido di azoto, e dell’inquinamento dei corsi d’acqua, con conseguente perdita di biodiversità. Oggi ci rendiamo conto che non è stata una buona idea perché contribuisce in modo significativo alla crisi ambientale.
Ora abbiamo bisogno di un altro punto di svolta positivo epocale, della stessa importanza del passaggio all’agricoltura o della rivoluzione industriale senza i suoi aspetti negativi, quello che separa la società basata sul combustibile fossile, governata dai principi della crescita economica senza limiti, della supremazia del mercato, e dall’approccio lineare estrai-produci-usa-getta in cui ci troviamo, a una basata sulle fonti rinnovabili, governata dagli stessi principi che hanno garantito l’esistenza degli ecosistemi e della biosfera tutta per oltre 450 milioni di anni, quelli di sufficienza e di circolarità. Una società in cui l’innovazione sia destinata allo sviluppo (aumento della complessità) e alla manutenzione, invece che alla crescita, all’aumento del PIL senza limiti, che favorisce la disuguaglianza.
Un punto di svolta che non è solo tecnologico, come si vuole far credere, tutt’altro. È principalmente economico e culturale. E questo rende tutto molto più difficile.Non basta mettere in atto politiche che favoriscono le fonti rinnovabili per produrre energia elettrica invece delle centrali termoelettriche, le auto elettriche per spostarsi invece di quelle che vanno a benzina, le pompe di calore elettriche per riscaldare invece delle caldaie a gas, l’idrogeno verde (prodotto con energia rinnovabile) al posto dei combustibili fossili per l’industria. Se bastasse saremmo già abbastanza avanti, perché per le fonti rinnovabili il punto di svolta è stato già superato, stanno crescendo a ritmo esponenziale, e anche per le auto elettriche è stato superato in Norvegia e in Cina e presto lo sarà in tutto il mondo.
Non basta perché se si rimane intrappolati nell’attuale modello economico e culturale ci si limita a spostare in avanti nel tempo il momento in cui si supererà il punto di svolta verso la catastrofe ambientale, e quindi sociale, politica, economica e finanziaria, che sarà inevitabile. Infatti, se restiamo nel paradigma della crescita senza limiti, bisogna aumentare la produzione senza limiti, e quindi avere fonti rinnovabili senza limiti, cioè impianti sempre più estesi e numerosi, ma ci sono due fattori limitanti: uno è la superficie disponibile, tenendo anche conto della competizione con la produzione agricola, e l’altro è la quantità senza limite di materiale necessario che va estratto per costruire gli impianti. E non è certo il riciclo che risolve il problema, primo perché la quota di impianti che si aggiunge per garantire la crescita senza fine non può provenire da altri che si riciclano, è materiale nuovo. Inoltre, il riciclo non è gratis: occorre comunque nuovo materiale e nuova energia per riciclare. La Terra, non bisogna dimenticarlo, contiene quantità limitate di tutti i materiali di cui abbiamo bisogno. Anche il nucleare, che si vuole fare tornare con la giustificazione che non emette CO2, richiede un materiale, l’uranio, che non è disponibile in quantità infinite. A un certo punto la materia prima finirà, come finirà lo spazio per nuovi impianti di energia rinnovabile, e quella che estraiamo oggi la stiamo togliendo a quelli che verranno dopo di noi. E poi, energia senza limiti per fare che? Per aumentare la produzione senza limiti, ovviamente, ma per produrre qualsiasi cosa occorrono materiali, che non sono infiniti.
Senza dimenticare che scavare ed estrarre comporta la devastazione degli ecosistemi preesistenti, privandoci di servizi essenziali insostituibili. Non c’è altra via: bisogna mettere un limite alla crescita.
Dunque, il superamento del punto di svolta dal fossile al rinnovabile senza effetti negativi sul medio lungo termine è possibile solo se si pone un limite alla produzione, se si abbandona il modello economico basato sulla crescita senza limiti guidata dal mercato arbitro insindacabile, che è la causa del degrado ambientale e della crescita delle disuguaglianze, come la comunità scientifica non si stanca di ripetere da anni.
Bisogna passare dal consumismo che pervade i nostri stili di vita alla sufficienza, alla sobrietà, che da disvalore nell’attuale visione del mondo deve tornare ad essere un valore, senza il quale il punto di svolta che conduce a una società sostenibile resta irrimediabilmente lontano. Questa transizione comporta l’attraversamento del punto di svolta più arduo da raggiungere e superare.Il pianeta Terra si avvicina pericolosamente al crinale, il punto di svolta che si affaccia sull’orlo di una catastrofe globale le cui conseguenze sono inimmaginabili, in gran parte imprevedibili a causa delle reazioni a catena intersistemiche (fra sistemi biofisici e sistemi sociali) che si verranno a determinare. All’orlo del precipizio spingono – incuranti delle conseguenze di cui hanno piena coscienza – coloro che governano l’economia e la finanza internazionale, una minoranza di ultraricchi che per continuare ad accumulare ricchezza condiziona le scelte politiche anche in tutti i paesi che si definiscono democratici. Spingono imponendo che si governi sulla base di falsi principi quali:
1. i mercati risolveranno magicamente ogni problema se li lasciamo liberi di agire;
2. la natura è qualcosa di separato dalla società umana e proteggerla ostacola la crescita economica;
3. la crescita del PIL è sempre positiva e può continuare all’infinito.A confrontarsi con questa minoranza, potentissima perché condiziona il potere politico, c’è un’altra minoranza, quella degli attivisti e delle associazioni ambientaliste che, sostenuti dalla scienza, si battono per spingere verso la parte opposta dove il crinale si affaccia su un mondo che nega completamente quei principi, e in cui la società umana è pienamente integrata nella natura, e si sviluppa accettandone il modo di funzionare. Un mondo in cui l’energia è tutta rinnovabile, il consumismo è bandito, i prodotti sono il più possibile durevoli, riparabili, riusabili, rigenerabili, per ridurre la produzione di nuovi; un mondo in cui i prodotti inutili, gadget consumistici, non hanno spazio e le auto sono elettriche, poche e condivise o taxi a guida autonoma, che circolano in centri urbani che offrono tutti i servizi principali a pochi minuti da casa, a piedi; un mondo in cui la produzione di cibo avviene senza emettere gas serra e senza ridurre la biodiversità abbracciando i principi dell’agroecologia. È il mondo che si raggiunge se si è superato un punto di svolta veramente positivo e ha come presupposto la pace e la giustizia sociale. La pace perché occorre che tutti i paesi del mondo si avviino, tutti insieme, concordi, verso l’azzeramento delle emissioni di gas serra, come convenuto nell’Accordo di Parigi nel 2015, e questo non può avvenire se si combattono l’un l’altro. La giustizia sociale perché le forti disuguaglianze sono l’effetto del perseguimento della crescita senza limite affidata a un mercato governato dalla concorrenza senza esclusione di colpi e in cui chi vince piglia tutto, e chi perde se lo merita.
Non è una opinione, è il mondo sostenibile che dal punto di vista economico è stato disegnato già fin dagli anni ’60 del secolo scorso da economisti come Kenneth Boulding, Nicholas Georgescu-Roetgen e Hermann Daly, e addirittura prima dallo stesso Karl Marx che negli ultimi anni della sua vita aggiunse l’ambiente come altro soggetto sfruttato dal capitale oltre al lavoratore, come mostra il filosofo giapponese Kohei Saito.
Ma c’è qualcosa si nuovo, oggi. A sostenere la necessità di superare l’attuale modello economico non sono più solo economisti, ma anche fisici, chimici, biologi ed ecologi che studiano gli aspetti biofisici del pianeta Terra e cercano il modo di combattere la crisi ambientale.
Non è più il tempo in cui la crisi ambientale era una preoccupazione lasciata solo agli gli scienziati che la studiavano, e dobbiamo prendere coscienza del fatto che tutto può cambiare in pochissimo tempo, improvvisamente, e per impedirlo la tecnologia non basta.
Si fronteggiano due modelli, quello capitalista neoliberista della crescita senza limiti, che è causa delle disuguaglianze sociali e della crisi ambientale, e quello dello sviluppo in armonia con la natura, in cui lotta per la giustizia sociale e lotta alla crisi ambientale si sovrappongono, attraverso l’integrazione del sistema sociale nel sistema ambientale, accettandone i limiti e le leggi.Stiamo correndo velocemente su un sentiero che ha un bivio, un punto di svolta. Da una parte il sentiero procede pianeggiante, in un paesaggio a cui siamo abituati, che si affaccia su un baratro, e siamo troppo veloci per fermarci. È il sentiero del “continuiamo come sempre abbiamo fatto”, è il sentiero del mantenimento dell’attuale modello economico e culturale. Dall’altra il sentiero si inerpica, in un paesaggio che non ci è familiare, percorrerlo è faticoso, richiede molta capacità creativa, e porta a un altopiano dove si aprono nuovi orizzonti. È il sentiero della transizione ecologica, che porta allo sviluppo in armonia con la natura.
Ora siamo al bivio, e c’è chi ci dà continue spinte per farci imboccare il sentiero che porta al baratro, per continuare ad accumulare ricchezza ed esercitare il potere. Non abbiamo più tempo. Dobbiamo agire subito, realizzando la transizione ecologica, di cui quella energetica è parte, e superando il modello economico e culturale in cui siamo immersi; solo così si possono combattere le forze che ci spingono verso un futuro distopico, e dobbiamo farlo tutti insieme, tutti i paesi del mondo. Per innescare il processo di cambiamento, però, occorre che qualcuno cominci, per attivare un effetto domino che contagi tutti gli altri. Potremmo essere noi, Europa, col Green Deal, a fare da apripista. Dobbiamo opporci con forza a chi invece lo vuole bloccare.  È tutt’altro che facile, ma non c’è altra strada.Articolo pubblicato su connettere.org, 2 dicembre 2025

 

In un Paese come l’Italia, da sempre circondato da mari, attraversato da fiumi e punteggiato da laghi, pensare a una crisi idrica può sembrare quasi paradossale. Per generazioni, l’acqua è stata considerata una risorsa abbondante, a portata di mano, sempre disponibile. Aprire un rubinetto e vederla scorrere limpida è stato un gesto tanto quotidiano quanto sottovalutato. Eppure, oggi, questo gesto sta diventando sempre più fragile, incerto, e in alcune zone già problematico. Non si tratta più di scenari futuri ipotetici, ma di una realtà che si sta già manifestando con segnali preoccupanti. E il tempo per intervenire si sta esaurendo.

Un'emergenza che ci riguarda da vicino con la cementificazione selvaggia della Pianura Padana

La Pianura Padana, che un tempo era una delle zone più fertili e idricamente ricche d’Europa, sta diventando simbolo della contraddizione tutta italiana tra sviluppo e dissennata gestione del territorio. A mettere in crisi il suo delicato equilibrio idrogeologico non è soltanto il cambiamento climatico, ma anche un altro nemico silenzioso: la cementificazione selvaggia.

Secondo i dati ISPRA (Rapporto sul consumo di suolo 2023), ogni anno in Italia vengono cementificati oltre 60 km² di suolo, e oltre un terzo di questa perdita avviene proprio in Pianura Padana. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sono tra le regioni con il più alto consumo di suolo pro capite. Capannoni, centri commerciali, lottizzazioni residenziali costruite spesso senza una reale pianificazione, hanno eroso campi, boschi e aree agricole che prima fungevano da spugne naturali, fondamentali per assorbire l’acqua piovana e ricaricare le falde.

Ora quei terreni sono sigillati. L’acqua non penetra più nel sottosuolo, ma scorre in superficie, sovraccaricando i canali, finendo rapidamente nei fiumi o evaporando. Il risultato? La faglia idrica della Pianura Padana si abbassa, le riserve si riducono, e il rischio di alluvioni e frane aumenta.

E c’è un paradosso: cementifichiamo i suoli agricoli e poi chiediamo più acqua per irrigare i campi superstiti. È una spirale distruttiva. Abbiamo tolto al territorio la sua capacità di autorigenerarsi, di trattenere e restituire lentamente l’acqua. Stiamo compromettendo non solo il paesaggio, ma la sicurezza alimentare e ambientale di un’area strategica per tutto il Paese.

Se davvero vogliamo combattere la crisi idrica, dobbiamo iniziare da qui: fermare il consumo di suolo, ripristinare gli spazi naturali, ripensare il nostro modello di crescita. Perché non può esserci acqua per tutti se continuiamo a costruire come se il suolo fosse infinito.

Negli ultimi anni, l’Italia ha vissuto estati sempre più calde, con piogge improvvise e violente che non nutrono il terreno ma lo erodono, e lunghi periodi di siccità che mettono in ginocchio fiumi, laghi e falde. Il Po, colosso fluviale del Nord Italia, ha toccato livelli mai registrati prima, diventando in certi tratti un letto secco. Il Lago di Bracciano, che serve la Capitale, è più volte sceso sotto i livelli di guardia. E mentre questi eventi si susseguono, le nostre reti idriche, vecchie e trascurate, continuano a perdere oltre il 40% dell’acqua potabile prima ancora che arrivi alle case. E tutti ci ricordiamo che in occasione del referendum per l'acqua alcuni decisori tendevano semplicemente a privatizzare il servizio e a giustificare la mancata manutenzione con il problema dei costi ("se anche ne perdiamo molta non ci costa, mentra la manutenzione quella si che ci costa!")

Parliamo di milioni di metri cubi di acqua sprecati ogni giorno. E non solo per colpa del clima: a causare questa emergenza è anche la nostra gestione inefficiente, frammentata, spesso miope di un bene che dovrebbe essere trattato come oro liquido. Invece, continuiamo a considerarlo scontato.

Acqua e agricoltura: un legame vitale in crisi

Se l’acqua comincia a scarseggiare, le prime a soffrire sono le colture. L’Italia, che basa gran parte della propria economia agricola sulla disponibilità di acqua dolce, sta già assistendo a una riduzione delle rese, all’abbandono di campi e alla perdita di varietà che richiedono irrigazione costante, come riso, ortaggi e frutta. La Pianura Padana, cuore produttivo del Paese, si sta desertificando a un ritmo che non può più essere ignorato.

Cosa succederà nei prossimi anni, quando alle esigenze dell’agricoltura si sommeranno quelle di una popolazione urbana sempre più concentrata nelle città, o quelle dell’industria e della produzione energetica? Il rischio di conflitti tra usi diversi dell’acqua è reale. E, a pagarne il prezzo, saranno sempre i più vulnerabili.

La tentazione di aspettare: un errore fatale

Troppo spesso, davanti a queste crisi, la reazione istituzionale è di tipo emergenziale. Si aspetta che il livello dei fiumi scenda, che i campi si secchino, che le autobotti diventino la norma in estate. Solo allora si corre ai ripari con soluzioni tampone, senza affrontare le radici del problema. Ma con il cambiamento climatico in accelerazione, questa strategia non è più sostenibile. Non possiamo più permetterci di rincorrere l’emergenza. Occorre prevenire, pianificare, agire ora.

Le soluzioni esistono. Ma richiedono coraggio politico e visione collettiva

Non mancano le soluzioni. Alcune sono già applicate con successo in altri Paesi, come Israele, che ha fatto del riuso delle acque reflue una risorsa strategica per l’agricoltura, o come la Spagna, che ha investito in sistemi di irrigazione intelligenti e invasi di stoccaggio. Anche in Italia, possiamo:

  • Ristrutturare le reti idriche, riducendo le perdite con tecnologie di monitoraggio digitale.
  • Recuperare e riutilizzare l’acqua piovana e reflua per usi agricoli e industriali.
  • Promuovere un’agricoltura meno idrovora, introducendo sistemi a goccia, rotazioni colturali, varietà resilienti.
  • Costruire bacini e micro-serbatoi per accumulare l’acqua in inverno e usarla d’estate.
  • Educare i cittadini a un uso responsabile e premiare chi consuma meno, con tariffe intelligenti e giuste.

Tutte queste misure sono alla nostra portata. Ma richiedono scelte nette, investimenti continui e soprattutto una presa di coscienza collettiva. È finita l’epoca del “tanto l’acqua c’è”. Dobbiamo solo fare attenzione al "sentore di business" che tutte le emergenze provocano con la richieste di grandi opere (e altro cemento)

Se vogliamo davvero affrontare la crisi idrica, non possiamo affidarci solo a grandi opere infrastrutturali. Serve una rivoluzione diffusa, capillare, fatta anche di piccoli gesti urbani. Ecco perché introdurre micro-incentivi per la de-impermeabilizzazione delle città potrebbe rivelarsi una svolta efficace e popolare.

Comuni e Regioni potrebbero sostenere chi rimuove cemento da cortili e marciapiedi per creare aiuole, giardini filtranti o superfici drenanti. I parcheggi pubblici potrebbero essere resi permeabili con materiali innovativi, come l’asfalto poroso o le griglie erbose. Anche i tetti verdi, se incentivati, possono contribuire a trattenere e riutilizzare l’acqua piovana. Non si tratta di utopie, ma di interventi già sperimentati in molte città europee, spesso con risultati eccellenti.

L’obiettivo non è solo estetico: ogni metro quadrato restituito al suolo naturale contribuisce a ridurre i picchi di piena, ricaricare le falde e raffrescare l’ambiente urbano. Trasformare un parcheggio in un piccolo bacino assorbente può fare la differenza in caso di pioggia intensa. E se migliaia di cittadini potessero accedere a un bonus verde per contribuire alla resilienza del territorio, la battaglia contro la crisi idrica diventerebbe finalmente una sfida collettiva, concreta e partecipata.

Mediamente una città ha almeno 5 gradi in piu' rispetto alla campagna, questo divario dovrebbe diminuire.

La crisi idrica non è un problema del Sud globale o di qualche remoto deserto africano. È qui, sotto i nostri occhi, nelle nostre campagne, nei rubinetti delle nostre case. Continuare a ignorarla o a considerarla una questione per esperti equivale a scavare la fossa al nostro modello di vita, alla nostra economia, al nostro benessere quotidiano.

Il futuro dipende dalle scelte che faremo oggi. L'acqua è un diritto, ma solo se la trattiamo come un dovere.
Solo se cambiamo mentalità e pretendiamo un cambio di passo da parte delle istituzioni, potremo evitare che le prossime generazioni vivano in un Paese in cui l’acqua sarà davvero un lusso per pochi.

La Terra è un organismo vivente. Complesso. Interdipendente. Meravigliosamente intrecciato. Ogni foresta, ogni fiume, ogni respiro, ogni creatura — tutto è connesso. Nulla esiste da solo. Eppure, una parte dell’umanità si comporta come un parassita malvagio: sfrutta, inquina, distrugge, pensando che le conseguenze si fermino al confine del proprio interesse. Ma non è così. Mai lo è stato.

La natura è rete: toccare un filo significa scuotere tutto il tessuto

Una foresta abbattuta in Amazzonia modifica le piogge in Africa.
Un oceano soffocato dalla plastica finisce nei nostri piatti sotto forma di micro-particelle.
Il ghiaccio che si scioglie in Groenlandia altera il clima in Europa.

Il sistema è globale. Tutto è collegato.

Chi devasta un ecosistema non colpisce solo “quel posto”: colpisce tutti. Perché in natura non esistono isole isolate, ma solo nodi di una rete fragile. Chi rompe l’equilibrio in una zona, mette a rischio la vita ovunque.

I predatori dichiarati e gli indifferenti complici

Le multinazionali che saccheggiano le risorse naturali, i governi che li spalleggiano, gli speculatori che privatizzano l’acqua, l’aria, la terra. Ma anche i cittadini che, pur sapendo, scelgono di ignorare. Senza l’indifferenza collettiva, il disastro non sarebbe possibile.

Chi oggi compra cibo coltivato con deforestazione in Asia, moda prodotta con schiavitù in Africa, energia creata con carbone in Polonia, partecipa attivamente a un crimine diffuso e globale.

Il parassita moderno non ha una sola nazione. Ha investimenti offshore, supply chain invisibili, media compiacenti, e — soprattutto — un pubblico anestetizzato.

La responsabilità del voto: quando il popolo sceglie Barabba

In troppi momenti critici della storia, il popolo ha avuto l’occasione di scegliere il bene, e ha preferito il comodo.
Ha scelto Barabba, non la giustizia.
Oggi, in piena emergenza ecologica e sociale, la storia si ripete. Invece di sostenere chi vuole giustizia climatica, diritti umani, transizione ecologica, molti preferiscono votare chi promette di “non cambiare nulla”, di “farci tornare come prima”.

Ma il “prima” è proprio ciò che ci ha portato sull’orlo del baratro.

Votare chi nega il cambiamento climatico, chi protegge lobby fossili, chi attacca scienza e attivismo è un voto per l’estinzione lenta e sistemica.

Parassiti si combattono, non si premiano

In natura, quando un parassita infetta un organismo, si interviene: lo si elimina, lo si neutralizza, lo si isola.
Non si applaude, non lo si invita a governare il corpo.
Eppure oggi, nel corpo vivente che è il nostro pianeta, stiamo consegnando le chiavi proprio a chi lo consuma dall’interno.

Non esistono più battaglie locali. La crisi ecologica è una guerra mondiale non dichiarata.
Chi distrugge l’ambiente in un Paese, affama un altro.
Chi sfrutta il lavoro in un continente, corrompe il mercato ovunque.
Ogni scelta, ogni acquisto, ogni voto ha un’eco globale.

Essere indifferenti oggi è scegliere il crollo.
Chi si volta dall’altra parte non è neutrale: è complice.
E chi sa, ha il dovere morale di agire. Perché tutto è connesso. E nessuno si salva da solo.

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