In Germania, come in molti Paesi europei, avere tutta la propria cartella sanitaria sullo smartphone è un fatto normale. Non uno slogan elettorale, non una sperimentazione infinita, ma un servizio pubblico funzionante. Referti, diagnosi, prescrizioni, vaccinazioni, terapie: tutto accessibile tramite un’unica app nazionale, interoperabile, sicura e centrata sul cittadino.

In Italia, nel 2026, questa banalità resta irraggiungibile. Non per mancanza di tecnologia, non per assenza di fondi, ma per una scelta politica dissennata: la regionalizzazione della sanità, che ha trasformato un diritto fondamentale in una lotteria geografica.

In Europa il dato è del cittadino. In Italia è ostaggio delle Regioni

In Germania l’Elektronische Patientenakte (ePA) funziona secondo un principio elementare e moderno: i dati sanitari appartengono al paziente.

Il cittadino può:

  • accedere da un’unica app a tutta la propria storia clinica;
  • decidere chi può vedere cosa;
  • spostarsi liberamente sul territorio nazionale senza perdere informazioni;
  • non dipendere da confini amministrativi artificiali.

Lo stesso principio vale in Francia, Danimarca, Estonia, Paesi Bassi. Sistemi nazionali, standard comuni, interoperabilità reale. Lo Stato fa lo Stato.

In Italia, invece, il cittadino cambia Regione e perde pezzi della propria memoria clinica.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico: un fallimento mascherato

Sulla carta esiste il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE). Nella realtà è:

  • frammentato in 21 sistemi diversi;
  • implementato in modo diseguale;
  • spesso incompleto;
  • difficilmente usabile;
  • scarsamente interoperabile.

Un referto visibile in una Regione può sparire in un’altra. Una prescrizione caricata oggi può non essere disponibile domani. Un cittadino che si sposta per lavoro, studio o cura diventa un problema informatico.

Questo non è digitalizzazione: è simulazione burocratica del digitale.

La verità che nessuno vuole dire: la sanità regionale è incompatibile con il digitale

La sanità regionale non è solo inefficiente: è strutturalmente incompatibile con la sanità digitale.

Il digitale richiede:

  • standard unici;
  • architetture centralizzate;
  • governance chiara;
  • responsabilità definite.

Le Regioni producono l’opposto:

  • duplicazioni;
  • sistemi chiusi;
  • sprechi;
  • feudi tecnologici.

Ogni Regione vuole il “proprio” sistema, il “proprio” fornitore, la “propria” piattaforma. Il risultato è prevedibile: 21 sanità analogiche travestite da digitali.

Non è autonomia: è disuguaglianza istituzionalizzata

Difendere questo modello in nome dell’autonomia è una mistificazione politica.

Un diritto fondamentale come l’accesso ai propri dati sanitari:

  • non può dipendere dal codice postale;
  • non può cambiare qualità attraversando un confine regionale;
  • non può essere subordinato alla competenza (o incompetenza) delle giunte locali.

In Europa il cittadino è uno. In Italia il cittadino è 21 volte diverso, 21 volte diseguale.

La riforma che terrorizza la politica

La soluzione è evidente, ma politicamente indigesta:

  • cartella sanitaria nazionale unica;
  • piattaforma centrale obbligatoria;
  • standard tecnici vincolanti;
  • Regioni utenti del sistema, non proprietarie dei dati;
  • pieno controllo al cittadino tramite identità digitale.

Questa riforma spaventa perché toglie potere, appalti e controllo.

Ecco perché non si fa.

La sanità digitale è uno specchio crudele.

In Germania riflette uno Stato che governa. In Italia riflette uno Stato che si è smontato da solo.

Finché la sanità resterà frammentata per calcolo politico, l’app sanitaria unica resterà propaganda. E i cittadini continueranno a pagare il prezzo di una scelta ideologica travestita da riforma.

Per oltre settant’anni il dollaro statunitense ha dominato il sistema finanziario globale: è la principale valuta di riserva, la valuta nella quale si scambiano le materie prime (come petrolio e cibo), e quella che governa la maggior parte dei prestiti e delle riserve ufficiali nei portafogli delle banche centrali straniere. Questo conferisce agli Stati Uniti un enorme vantaggio economico e politico, noto come “weaponized interdependence” — ovvero capacità di influenzare altri paesi attraverso la leva finanziaria e l’accesso ai mercati denominati in dollari.

Questa centralità deriva non tanto da una decisione di mercato “democratica” quanto da un sistema costruito dopo la Seconda guerra mondiale, quando Washington impose il dollaro come valuta di riferimento globale, sfruttando la potenza economica americana e la necessità di altri paesi di detenere dollari per commerciare.

Quando la forza diventa vulnerabilità: l’uso coercitivo del dollaro

Una delle critiche centrali — e che viene ripresa da Pluralistic — è che l’uso della moneta come strumento di potere può non essere sostenibile nel lungo periodo.

Invece di mantenere il dollaro come un “mezzo neutrale”, gli USA — e in alcuni casi anche l’amministrazione Trump — hanno utilizzato la supremazia del dollaro per imporre sanzioni, monitorare transazioni internazionali e forzare comportamenti politici in altri Stati.

Questo uso coercitivo ha un costo: chi subisce queste pressioni non solo subisce sanzioni politiche, ma comincia anche a cercare alternative sistemiche al dollaro per ridurre la propria vulnerabilità a interferenze esterne.

Il rischio concreto oggi: de-dollarizzazione e alternative crescenti

Negli ultimissimi mesi, il mercato ha evidenziato due fenomeni collegati:

1) Debolezza del dollaro e perdita di fiducia

Il dollaro è scivolato ai livelli più bassi degli ultimi anni, segnando un periodo di volatilità e indebolimento rispetto ad altre valute globali. Alcuni analisti attribuiscono questa flessione a incertezze politiche statunitensi e alla percezione di interferenze nella politica monetaria, oltre che a tensioni geopolitiche e politiche economiche instabili.

La reazione di Trump alla debolezza — minimizzare o addirittura definire “great” un dollaro in calo — può essere interpretata non solo come un errore di comunicazione, ma come un segnale che gli USA sono disposti a tollerare un indebolimento della loro valuta pur di perseguire altri obiettivi economico-politici.

2) Paesi e blocchi economici che guardano oltre il dollaro

Quando un numero crescente di paesi considera la possibilità di scambiare tra loro in valute alternative o creare meccanismi di pagamento non basati sul dollaro, la natura del monopolio valutario statunitense è messa in discussione.

Come indica Pluralistic, la logica della “centralità del dollaro” funziona finché tutti ne traggono beneficio — ma diventa fragile se gli utilizzatori cominciano a percepirla come uno strumento di coercizione e non solo come una comodità economica.

In altri termini:

  • se Canada, Europa o altri alleati iniziano a stipulare accordi commerciali in valute alternative (ad esempio yuan, euro o unità di conto multilaterali), diminuisce la domanda globale di dollari;
  • minore domanda significa più debolezza valutaria e potenziali squilibri nelle riserve ufficiali;
  • ciò riduce il potere contrattuale e finanziario degli USA nel lungo periodo.

Questa dinamica è già al centro di discussioni politiche e finanziarie, con regolatori e analisti che sottolineano come la dipendenza da un’unica valuta renda l’intero sistema fragile in presenza di scelte politiche turbulenti o percepite come punitive.

Perché questo può essere una debolezza per Trump?

1. Pressioni interne

Un dollaro più debole tende a rendere

  • le importazioni più care,
  • l’inflazione interna più difficile da controllare,
  • e la fiducia dei consumatori e degli investitori più fragile.

Se l’elettorato percepisce che il tenore di vita è in peggioramento, questo può avere un impatto politico interno negativo.

2. Riduzione dell’influenza geopolitica

La capacità degli Stati Uniti di influenzare altri paesi dipende in larga misura dal valore e dall’uso del dollaro. Se paesi chiave adottano riserve o pagamenti in altre valute, gli USA perdono leve di pressione politica ed economica.

3. Erosione delle riserve globali

Se le banche centrali riducono la quota di dollari nelle loro riserve, questo significa che Washington ha meno spazio di manovra per

  • sostenere il debito pubblico a costi bassi,
  • finanziare deficit commerciali persistenti,
  • e mantenere una leadership economica globale.

Il dollaro è stato per decenni un vantaggio strategico enorme per gli Stati Uniti. Ma quando la supremazia valutaria viene usata non solo come ponte commerciale, ma come arma politica o strumento di coercizione, si crea una tensione intrinseca: più si usa il dollaro per punire, più si danno incentivi reali agli altri paesi a cercare alternative.

Paradossalmente, la stessa forza del dollaro — la sua adozione universale e centrale — può trasformarsi in una debolezza se il mondo decide collettivamente che pagare un “costo di dipendenza” è troppo alto rispetto ai benefici di una riserva unica e centralizzata.

La trappola dei contro-dazi: perché rispondere ai dazi con altri dazi rafforza il problema, non la soluzione

Nel contesto della forza del dollaro e della sua progressiva politicizzazione, la risposta classica ai dazi imposti dagli Stati Uniti — ovvero contro-dazi simmetrici — appare intuitiva, ma è in realtà largamente inefficace, se non addirittura dannosa.

1. I dazi non colpiscono “l’altro”, ma il proprio sistema economico

Un dazio non è una sanzione mirata contro un governo straniero:
è una tassa che ricade in gran parte su imprese e consumatori interni.

Quando Trump impone dazi:

  • le imprese americane che importano componenti pagano di più;
  • i consumatori americani affrontano prezzi più alti;
  • le catene del valore diventano meno efficienti.

Quando un paese “amico” risponde con contro-dazi:

  • replica esattamente lo stesso errore,
  • trasferendo i costi sulle proprie aziende e famiglie,
  • senza intaccare la leva strutturale del potere USA, che resta il dollaro.

Il risultato non è una compensazione, ma una doppia perdita sistemica.

2. I contro-dazi giocano sul terreno sbagliato

La strategia dei dazi è asimettrica:

  • Gli Stati Uniti possono permettersi guerre commerciali più a lungo perché:
    • emettono la valuta di riserva globale;
    • finanziano deficit in dollari;
    • attraggono capitali nei momenti di crisi.

Un paese che risponde con dazi:

  • combatte sul piano commerciale,
  • mentre Trump combatte sul piano monetario e geopolitico.

In altre parole:
i dazi non sono il cuore del problema, ma solo la superficie visibile.
Il vero potere degli Stati Uniti non è il dazio in sé, ma il fatto che il commercio globale continui a essere denominato in dollari.

3. La guerra dei dazi rafforza il dollaro nel breve, ma ne accelera l’erosione nel lungo periodo

Qui emerge il paradosso centrale.

Nel breve periodo:

  • i dazi e le tensioni commerciali spingono capitali verso gli USA;
  • il dollaro può persino rafforzarsi come “bene rifugio”.

Ma nel medio-lungo periodo:

  • l’uso aggressivo di dazi + sanzioni + coercizione finanziaria
    convince anche i paesi alleati che il dollaro è un rischio politico.

E questo è il punto chiave:

non sono i nemici degli USA a minare il dollaro, ma gli alleati che cercano di proteggersi.

Rispondere con contro-dazi:

  • mantiene lo scontro nel perimetro voluto da Trump;
  • legittima la logica del conflitto bilaterale;
  • ritarda la costruzione di alternative sistemiche.

4. L’alternativa reale ai dazi non è la ritorsione, ma la disintermediazione

Se la forza del dollaro è anche la sua vulnerabilità, allora la risposta razionale non è commerciale, ma monetaria e infrastrutturale.

Piuttosto che:

  • imporre dazi su prodotti americani,
  • entrare in escalation simboliche,

i paesi colpiti avrebbero molto più potere se:

  • riducessero progressivamente l’uso del dollaro negli scambi reciproci;
  • creassero sistemi di pagamento alternativi;
  • stipulassero accordi commerciali denominati in valute locali o multilaterali.

Questa strategia:

  • non colpisce direttamente i consumatori,
  • non offre a Trump un nemico esterno da usare politicamente,
  • e agisce esattamente sul punto di forza strutturale degli Stati Uniti.

5. Perché Trump teme più la de-dollarizzazione che i contro-dazi

I dazi sono:

  • visibili,
  • comunicabili,
  • politicamente spendibili.

La de-dollarizzazione, invece:

  • è lenta,
  • tecnica,
  • poco spettacolare,
  • ma molto più pericolosa.

Un mondo in cui:

  • anche solo una quota crescente del commercio tra paesi “amici” avviene senza dollari,
  • riduce la domanda strutturale di valuta USA,
  • indebolisce la capacità americana di finanziare deficit,
  • limita l’efficacia futura di sanzioni e ricatti economici.

Ed è qui che la forza del dollaro diventa debolezza:

più viene usato come arma, più incentiva chi lo usa a cercare un’uscita.

Rispondere ai dazi con altri dazi è una reazione emotiva, non strategica.
Serve a dimostrare fermezza politica nel breve periodo, ma non cambia i rapporti di forza.

Al contrario:

  • rafforza la logica conflittuale voluta da Trump,
  • danneggia i sistemi economici interni,
  • e non intacca il vero nodo del potere americano.

Se il dollaro è il pilastro dell’egemonia USA, allora l’unica risposta efficace non è colpirne i margini commerciali, ma ridurne la centralità sistemica.
Ed è proprio questa possibilità — lenta, silenziosa e cooperativa — che rende la “forza” del dollaro una potenziale debolezza politica per Trump.

Dal dollaro al software: l’altra leva di potere americana (e come affrancarsene)

Se il dollaro rappresenta l’infrastruttura finanziaria dell’egemonia statunitense, il software americano ne è l’equivalente digitale.
E come per il dollaro, ciò che nasce come vantaggio competitivo si trasforma — sotto un uso politico aggressivo — in fattore di vulnerabilità sistemica.

1. Il predominio del software USA come estensione del potere geopolitico

Oggi gran parte delle economie avanzate — incluse quelle “alleate” degli Stati Uniti — dipende da software e servizi digitali statunitensi per:

  • cloud computing,
  • sistemi operativi,
  • database,
  • produttività,
  • intelligenza artificiale,
  • infrastrutture di rete e sicurezza.

Questa dipendenza non è neutrale:

  • le aziende sono soggette a leggi extraterritoriali USA (Cloud Act, FISA, sanzioni);
  • i dati strategici possono essere accessibili, bloccabili o condizionabili;
  • interi settori economici dipendono da licenze revocabili.

In altre parole:

il software americano funziona oggi come il dollaro: è ovunque, perché tutti ne hanno bisogno — ma proprio per questo è un’arma potenziale.

2. Trump e la politicizzazione esplicita della dipendenza tecnologica

A differenza delle amministrazioni precedenti, Trump rende questa leva esplicita e brutale:

  • minacce di esclusione tecnologica;
  • uso di sanzioni come strumento industriale;
  • pressione diretta su aziende e governi alleati.

Questo stile non rafforza l’egemonia americana:
la rende visibile, temuta e quindi contestabile.

Come nel caso del dollaro:

  • più il potere viene esercitato in modo coercitivo,
  • più diventa razionale per gli alleati ridurre la dipendenza, anche a costo di inefficienze nel breve periodo.

3. Perché rispondere a Trump sul piano tecnologico è più efficace che farlo con i dazi

Se i contro-dazi:

  • colpiscono i propri consumatori,
  • rafforzano la narrativa del conflitto,
  • non scalfiscono il potere strutturale USA,

l’affrancamento progressivo dal software americano:

  • non è una ritorsione,
  • non è facilmente strumentalizzabile,
  • non crea escalation immediata,
  • ma riduce silenziosamente la leva di pressione statunitense.

Esattamente come la de-dollarizzazione, ma sul piano digitale.

4. Open source, standard aperti e sovranità digitale: la vera alternativa

Affrancarsi dal predominio del software americano non significa autarchia, ma:

  • privilegiare software open source nelle amministrazioni pubbliche;
  • sviluppare cloud e infrastrutture dati europee o multilaterali;
  • adottare standard aperti per evitare lock-in tecnologici;
  • favorire ecosistemi locali e regionali interoperabili.

Questo approccio:

  • riduce la dipendenza politica senza spezzare il commercio;
  • abbassa i costi di uscita nel medio periodo;
  • rende meno efficace qualunque minaccia futura.

È una strategia difensiva, razionale e compatibile con il mercato.

5. Il parallelismo decisivo: dollaro e software seguono la stessa logica

Il punto centrale dell’articolo si rafforza così:

Dollaro

Software

Valuta di riserva globale

Infrastruttura digitale globale

Potere finanziario

Potere tecnologico

Usato per sanzioni e pressione

Usato per controllo e dipendenza

Spinge alla de-dollarizzazione

Spinge alla sovranità digitale

In entrambi i casi:

la forza sistemica diventa debolezza politica quando viene usata come arma.

Trump accelera questo processo non perché sia “contro” la globalizzazione, ma perché la riduce a strumento di ricatto, rompendo il patto implicito di neutralità che reggeva l’ordine precedente.

la risposta intelligente non è lo scontro, ma l’uscita laterale

Rispondere a Trump con dazi o contro-minacce è esattamente ciò che Trump vuole:
uno scontro visibile, polarizzante, spendibile internamente.

La risposta davvero efficace è un’altra:

  • ridurre la dipendenza dal dollaro,
  • ridurre la dipendenza dal software americano,
  • costruire alternative interoperabili, aperte e cooperative.

Non per “punire” gli Stati Uniti,
ma per non essere più ricattabili.

Ed è questo il paradosso finale:

più Trump usa la forza dell’America come clava,
più incentiva il resto del mondo a costruire un sistema in cui quella forza conta meno.

L’Italia è un Paese fragile. Fragile dal punto di vista idrogeologico, sismico, infrastrutturale e amministrativo. Ogni anno dissesti, alluvioni, crolli, ritardi nei cantieri e sprechi di risorse pubbliche producono costi enormi, non solo economici ma anche sociali e ambientali.
Eppure, gli strumenti per governare questa complessità esistono già. Il problema non è tecnologico: è culturale, organizzativo e politico.

Tra questi strumenti, il Building Information Modeling (BIM) e le tecnologie digitali avanzate di gestione del territorio rappresentano oggi una leva decisiva che l’Italia continua a utilizzare solo parzialmente e in modo disomogeneo.

BIM: non un software, ma un cambio di paradigma

Ridurre il BIM a un “programma di modellazione 3D” è uno degli errori più gravi e diffusi.
Il BIM è, prima di tutto, un metodo di gestione integrata delle informazioni lungo l’intero ciclo di vita di un’opera: progettazione, realizzazione, gestione, manutenzione, dismissione.

Un’opera progettata e gestita in BIM consente di:

  • ridurre errori progettuali e varianti in corso d’opera;
  • controllare costi e tempi in modo predittivo;
  • coordinare progettisti, imprese e pubblica amministrazione;
  • pianificare la manutenzione e la sicurezza nel tempo;
  • integrare dati strutturali, energetici, ambientali e impiantistici.

Nei Paesi europei più avanzati, il BIM è già uno standard operativo per le opere pubbliche. In Italia, invece, nonostante obblighi normativi progressivi, resta spesso un adempimento formale, utilizzato solo in fase di gara e poi abbandonato nella pratica.

Dal BIM al territorio: il salto che manca

Il vero ritardo italiano emerge quando si guarda oltre il singolo edificio o infrastruttura.
La gestione moderna del territorio richiede l’integrazione tra:

  • BIM (opere e infrastrutture),
  • GIS (dati territoriali e ambientali),
  • digital twin urbani e territoriali,
  • sensori IoT per monitoraggio strutturale e ambientale,
  • satelliti, droni e telerilevamento,
  • intelligenza artificiale per analisi predittive.

Queste tecnologie permettono di passare da una gestione reattiva delle emergenze a una gestione preventiva e programmata del territorio.

In un Paese come l’Italia, questo significa:

  • prevenire frane e alluvioni anziché inseguirle;
  • monitorare ponti, dighe e infrastrutture critiche in tempo reale;
  • pianificare lo sviluppo urbano in modo sostenibile;
  • incrociare dati edilizi, ambientali e demografici per decisioni più razionali.

Il paradosso italiano: norme avanzate, applicazione debole

L’Italia non è priva di riferimenti normativi.
Il Codice dei Contratti Pubblici e le linee guida sul BIM hanno tracciato una direzione chiara. Tuttavia:

  • molte stazioni appaltanti non hanno competenze interne adeguate;
  • le PMI del settore edile sono spesso lasciate sole nel processo di digitalizzazione;
  • mancano piattaforme pubbliche interoperabili e standard nazionali realmente operativi;
  • la frammentazione amministrativa blocca l’integrazione dei dati.

Il risultato è un paradosso: tecnologie avanzate sulla carta, ma gestione analogica nella realtà.

Investire in competenze, non solo in software

La transizione digitale nel settore delle costruzioni e del territorio non si risolve acquistando licenze o imponendo obblighi formali. Serve:

  • formazione tecnica continua per tecnici pubblici e privati;
  • supporto concreto alle PMI per l’adozione del BIM;
  • figure professionali ibride (BIM manager, data manager territoriali);
  • una visione nazionale di lungo periodo.

Senza competenze diffuse, il BIM rischia di diventare l’ennesima “scatola vuota” imposta dall’alto.

Una scelta politica, prima ancora che tecnica

L’adozione sistematica del BIM e delle tecnologie digitali di gestione del territorio non è una questione neutra. È una scelta politica.

Significa decidere se:

  • continuare a spendere miliardi in emergenze e ricostruzioni,
  • oppure investire in prevenzione, controllo e pianificazione.

Significa scegliere se:

  • accettare inefficienze croniche e opacità,
  • oppure puntare su trasparenza, dati condivisi e responsabilità.

Il tempo delle sperimentazioni è finito

Il BIM e le tecnologie evolute di gestione del territorio non sono più il futuro: sono il presente dei Paesi che funzionano.
Per l’Italia, continuare a rimandarne l’adozione piena significa accettare:

  • ritardi infrastrutturali,
  • sprechi di risorse pubbliche,
  • maggiore esposizione ai rischi ambientali.

La vera domanda non è se possiamo permetterci questa transizione digitale.
La domanda è se possiamo permetterci di non farla.

La direttiva NIS2 (UE 2022/2555) rappresenta un cambio di paradigma nella gestione della sicurezza informatica aziendale. Non si tratta più solo di proteggere sistemi IT, ma di governare il rischio cyber come rischio d’impresa, con responsabilità dirette per la direzione.

Questo articolo spiega come un’azienda deve adeguarsi alla NIS2, in modo realistico e sostenibile, evitando sia l’approccio minimalista (rischioso) sia quello iperburocratico (inutile).

Cos’è davvero la NIS2 (e cosa NON è)

La NIS2 non è:

  • una certificazione
  • un software da installare
  • un adempimento una tantum

La NIS2 è invece:

  • un quadro normativo di gestione del rischio cyber
  • basato su misure tecniche, organizzative e procedurali
  • con responsabilità diretta del management

Il principio guida è semplice:

un’azienda deve dimostrare di aver fatto tutto ciò che è ragionevolmente possibile per prevenire, gestire e mitigare incidenti informatici.

Chi deve adeguarsi

Rientrano nell’ambito NIS2:

  • medie e grandi imprese
  • soggetti operanti in settori essenziali o importanti
  • fornitori critici nella supply chain digitale

Molte PMI non sono soggetti diretti, ma diventano soggetti indiretti perché:

  • forniscono servizi IT
  • gestiscono dati sensibili
  • lavorano per clienti soggetti a NIS2

In pratica: chi non si adegua rischia di essere escluso dal mercato.

Il primo passo: conoscere cosa si deve proteggere

Ogni adeguamento NIS2 parte da un inventario minimo degli asset.

Asset tipici

  • sistemi informatici (PC, server, cloud)
  • reti e apparati di sicurezza
  • applicazioni aziendali
  • dati (clienti, fornitori, contabili)
  • credenziali e identità digitali

Senza questo passaggio, ogni misura successiva è inefficace.

Misure tecniche minime richieste

La NIS2 non impone tecnologie specifiche, ma risultati di sicurezza.

Controllo degli accessi

  • credenziali individuali
  • autenticazione a più fattori (2FA)
  • principio del minimo privilegio

Sicurezza di rete

  • firewall adeguato
  • segmentazione delle reti
  • accessi remoti tramite VPN

Backup e continuità operativa

  • backup automatici
  • copie offline o immutabili
  • test periodici di ripristino

Il backup è considerato misura critica: senza backup testato, l’azienda è di fatto non conforme.

Gestione degli incidenti: il cuore della NIS2

La vera novità della NIS2 è l’obbligo di preparazione agli incidenti.

Ogni azienda deve avere:

  • una procedura di incident response
  • ruoli e responsabilità definiti
  • criteri per valutare la gravità di un incidente

Incidenti tipici

  • ransomware
  • violazione dati
  • compromissione credenziali
  • indisponibilità dei servizi

La procedura può essere semplice, ma deve esistere ed essere conosciuta.

Responsabilità del management

La NIS2 introduce una responsabilità diretta degli organi di gestione.

Questo significa che:

  • il titolare / CDA deve approvare le misure
  • deve essere informato sui rischi
  • può essere sanzionato per negligenza

La cybersecurity diventa tema di governance, non solo IT.

Supply chain e fornitori

La sicurezza non si ferma ai confini aziendali.

L’azienda deve:

  • conoscere i fornitori critici
  • valutare dove sono ospitati dati e servizi
  • scegliere partner con standard di sicurezza adeguati

Non è richiesto un audit formale, ma una valutazione documentata sì.

Documentazione: poca ma fatta bene

NIS2 non richiede montagne di carta.

Documenti essenziali:

  • politica di sicurezza informatica
  • procedura di gestione incidenti
  • inventario asset critici

Tre documenti chiari valgono più di cento pagine inutili.

Sanzioni e rischi reali

Le sanzioni NIS2 possono essere molto elevate, ma il rischio principale è un altro:

  • blocco operativo
  • perdita di clienti
  • esclusione da bandi e contratti
  • danno reputazionale

Nel 2025 non essere adeguati equivale a non essere affidabili.

Adeguarsi come opportunità strategica

Un’azienda che affronta seriamente la NIS2:

  • migliora la propria resilienza
  • riduce i costi degli incidenti
  • aumenta il valore percepito dal mercato

La NIS2 non è solo un obbligo normativo.

È uno standard minimo di maturità aziendale nell’economia digitale.

Adeguarsi alla NIS2 non significa diventare un’azienda militare, ma dimostrare consapevolezza, organizzazione e responsabilità.

Chi inizia ora, con metodo e proporzione, trasformerà un obbligo in un vantaggio competitivo.

Il recentissimo scandalo della Grecia che ha lucrato sui contributi europei per le terre agricole è nulla in confronto ai casi di inefficienza o di difesa corporativa dell’Italia.

L’Italia non è un Paese povero: è un Paese dove il privilegio ha spesso più diritti della legge.
Balneari, tassisti, ambulanti, allevatori — categorie piccole ma potentissime — sono riuscite per decenni a piegare la politica, ottenendo proroghe, condoni e protezioni che oggi paghiamo tutti sotto forma di tasse elevate, servizi carenti e bilanci pubblici gonfiati di crediti inesigibili.

Mentre in Francia, Spagna, Portogallo o Croazia oltre il 50% delle spiagge resta libero e gratuito, in Italia più del 70% del litorale balneare è in concessione a privati.
Un’anomalia europea: intere porzioni di costa — bene pubblico per definizione — sono da decenni occupate da stabilimenti che pagano canoni irrisori, spesso inferiori ai mille euro l’anno.

L’Unione Europea, con la direttiva Bolkenstein (2006), chiede gare pubbliche trasparenti per l’uso dei beni comuni.
L’Italia ha accettato la direttiva, ma da vent’anni ne rinvia l’applicazione, in nome della “difesa della proprietà italiana delle spiagge”.

Dietro questo slogan si nasconde una verità scomoda: un sistema di privilegi consolidati, protetti da ogni governo — di destra o di sinistra — per timore del prezzo politico di toccare interessi organizzati.
Il risultato è che le spiagge libere in Italia sono le più poche e degradate d’Europa, mentre lo Stato incassa poco e i cittadini pagano due volte: prima con le tasse, poi con l’ombrellone.

Come finirà e (soprattutto) chi pagherà?

La Corte di Giustizia UE nel 2023 ha condannato l’Italia per violazione del diritto europeo.

L’Italia rischia ora una procedura d’infrazione con multe da centinaia di milioni di euro.

Il governo Meloni ha chiesto ulteriori rinvii “per mappatura e valorizzazione”, ma la Commissione ha già respinto i pretesti.

Le quote latte: la madre di tutte le sanatorie

La storia si ripete.
Negli anni ’80, l’Italia accettò le quote latte europee (Governo Craxi e Ministro Filippo Maria Pandolfi) per limitare la sovrapproduzione agricola, con dati del tutto falsati forse anche a causa di dichiarazioni infedeli da parte degli allevatori per paura di pagare troppe imposte…..
Gli allevatori italiani superarono sistematicamente i limiti, accumulando multe per oltre 4 miliardi di euro.
Bruxelles chiese il pagamento; Roma lo promise, poi rinviò, poi condonò.

Alla fine, lo Stato ha pagato all’UE le sanzioni (con soldi pubblici) e non ha mai recuperato i crediti dagli allevatori.
Oggi, circa 500 milioni di euro di multe risultano ancora formalmente iscritti a ruolo, ma di fatto inesigibili.

È un caso da manuale di tutela corporativa a spese della collettività: chi rispettava le regole è stato penalizzato; chi le violava, protetto.

Il grande buco delle cartelle esattoriali

Le multe per le quote latte sono solo una goccia nel mare.
Secondo l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, in Italia ci sono oltre 1.272 miliardi di euro di cartelle esattoriali non riscosse.
Più del 90% è irrecuperabile, ma rimane contabilmente “vivo”, gonfiando i numeri del bilancio statale.

Dentro questo “magazzino dei ruoli” troviamo:

  • multe agricole mai pagate,
  • sanzioni ambientali mai riscosse,
  • imposte non versate da società fallite o protette,
  • e debiti condonati con le rottamazioni, cioè sanatorie politiche ricorrenti.

Ogni governo — di qualsiasi colore — ne ha approvata almeno una, ribattezzandola “pace fiscale”.
Ma la pace, in realtà, la trovano solo i furbi.
Per tutti gli altri, il prezzo è una pressione fiscale più alta per coprire ciò che lo Stato non riesce o non vuole riscuotere.

 Il prezzo del corporativismo

Dietro ogni cartella non riscossa e ogni concessione prorogata c’è una scelta politica precisa:
tutelare una categoria, rinviare una riforma, scaricare il costo sulla collettività.

Settore

Privilegio

Costo per la collettività

Balneari

Concessioni prorogate senza gara

Mancati introiti, spiagge privatizzate

Tassisti

Licenze bloccate, concorrenza limitata

Tariffe alte, scarsa offerta

Ambulanti

Suolo pubblico rinnovato senza gara

Concorrenza distorta

Allevatori (quote latte)

Multe non pagate, condoni

4 miliardi di sanzioni coperte dallo Stato

Cartelle esattoriali

Rottamazioni e rinvii continui

1.272 miliardi di crediti

Sul piano delle cifre, la proposta è di attuare un maxidiscarico che alla luce del lavoro analitico sugli arretrati «dovrebbe riguardare complessivamente circa 408 miliardi di euro, pari al 32% del magazzino residuo». Nel falò dovrebbero finire prima di tutto 338,03 miliardi di crediti 2000-2024 «discaricabili perché giuridicamente non più esigibili» in quanto riferiti a persone fisiche decedute (35,69 miliardi), società cancellate dal registro imprese e prive di coobligati (166,73 miliardi), soggetti con procedura concorsuale chiusa (65,22 miliardi) e altri crediti prescritti (70,39 miliardi). A questi si dovrebbero aggiungere 70,44 miliardi di crediti, concentrati fra 2000 e 2010, che sono vivi sul piano giuridico ma «risultano senza prospettive di riscossione». Il grosso della “rinuncia” (347,34 miliardi) sarebbe a carico dell’Erario, ma anche l’Inps dovrebbe dire addio a 38,07 miliardi, i Comuni a 5,1 miliardi e gli altri enti a 3,2 miliardi. La spugna cancellerebbe le posizioni di 9,2 milioni di contribuenti, che si vedrebbero annullare 27,6 milioni di cartelle in cui sono iscritti 42,9 milioni di crediti. Nel gorgo sarebbero quindi destinati a finire anche singole somme tutt’altro che banali: perché ogni contribuente interessato si vedrebbe abbuonare in media qualcosa come 43.921 euro.

Quindi dopo aver pagato quanto dovuto (con molta fatica e guardando con preoccupazione ogni possibile accertamento nell’attività d’impresa) vediamo il nostro concorrente che non ha mai pagato cavarsela perché ha provveduto a intestare i suoi beni a familiari compiacenti dichiarandosi “nullatenente”, o che ha chiuso l’attività dichiarandosi irreperibile (non tutti italiani).

 

Tasse alte perché qualcuno non paga

L’Italia è tra i Paesi europei con la pressione fiscale più elevata: circa 43% del PIL, secondo Eurostat.
Ma questo non deriva solo da sprechi o inefficienze: deriva anche dal fatto che una parte consistente dei cittadini e delle imprese non paga, e che lo Stato preferisce condonare invece di riscuotere.

Ogni euro non incassato da un evasore o da un privilegiato è un euro in più che deve pagare chi non può eludere: lavoratori dipendenti, pensionati e PMI oneste.

In un Paese dove la fedeltà fiscale è minoritaria e la protezione corporativa è la norma, la pressione fiscale non può che restare alta.

Conclusione: un Paese che difende i privilegi, non i diritti

L’Italia continua a difendere le sue corporazioni come se fossero patrimoni nazionali,
ma in realtà difende rendite parassitarie che bloccano il Paese, riducono la concorrenza e alimentano il debito pubblico.

Le spiagge privatizzate, le multe non pagate, le cartelle condonate e le tasse elevate sono tutte facce dello stesso problema:
una politica che teme il consenso organizzato e sacrifica il bene comune.

Finché l’Italia difenderà le corporazioni invece dei cittadini, continuerà ad avere spiagge private, bilanci falsati e tasse pubbliche sempre più alte.

Il governo di Pedro Sánchez in Spagna ha introdotto diverse riforme innovative nel settore del lavoro, con l'obiettivo di migliorare la qualità dell'occupazione, ridurre la precarietà e promuovere una maggiore giustizia sociale. Ecco le principali misure adottate:

1. Riduzione della settimana lavorativa

È stata approvata la riduzione dell'orario di lavoro settimanale da 40 a 37,5 ore senza diminuzione salariale. La misura, sostenuta dalla vicepremier e ministra del Lavoro Yolanda Díaz, entrerà in vigore nel 2025 e interesserà circa 12 milioni di lavoratori. È la prima modifica dell'orario lavorativo in Spagna da oltre 40 anni e rappresenta un passo significativo nel contesto europeo. TGLA7Ancora Fischia Il Vento+5la Repubblica+5Il Sole 24 Ore+5

2. Riforma del mercato del lavoro

Nel 2022, il governo ha implementato una riforma che limita drasticamente l'uso dei contratti a tempo determinato, promuovendo contratti a tempo indeterminato come forma standard di assunzione. Sono state introdotte restrizioni ai subappalti e rafforzata la contrattazione collettiva, con l'obiettivo di ridurre la precarietà e migliorare la stabilità occupazionale. Il Sole 24 Ore

3. Aumento del salario minimo

Il salario minimo interprofessionale è stato aumentato progressivamente, raggiungendo 1.080 euro netti mensili su 14 mensilità. L'obiettivo è mantenere il salario minimo al 60% del salario medio, in linea con le raccomandazioni europee, per garantire un adeguato potere d'acquisto ai lavoratori. Vulcano Statale+1SWI swissinfo.ch+1Le Grand Continent

4. Estensione dei congedi parentali

I congedi per maternità e paternità sono stati estesi da 16 a 20 settimane, promuovendo una maggiore equità di genere e facilitando la conciliazione tra vita lavorativa e familiare. Smart Working Magazine+3SWI swissinfo.ch+3Le Grand Continent+3

5. Regolarizzazione dei lavoratori stranieri

Per affrontare la carenza di manodopera dovuta all'invecchiamento della popolazione, la Spagna ha annunciato l'intenzione di concedere permessi di residenza e lavoro a circa 300.000 immigrati irregolari ogni anno fino al 2027. Questa politica mira a integrare i migranti nel mercato del lavoro e a rispondere alle esigenze economiche del paese. euronews

6. Introduzione del congedo mestruale

La Spagna è tra i primi paesi europei ad aver introdotto un congedo mestruale retribuito di tre giorni per le lavoratrici che soffrono di dolori mestruali invalidanti, riconoscendo l'importanza del benessere femminile nel contesto lavorativo. Vulcano Statale

7. Riforma del sistema di contribuzione per i lavoratori autonomi

È stato introdotto un nuovo sistema di contribuzione per i lavoratori autonomi, basato sui redditi netti reali. Questo sistema prevede 15 fasce contributive, con l'obiettivo di rendere il sistema più equo e sostenibile. Wikipedia

Queste riforme rappresentano un cambiamento significativo nel panorama lavorativo spagnolo, puntando a una maggiore stabilità, equità e inclusione nel mercato del lavoro.

L’8 e 9 giugno gli italiani saranno chiamati a votare su un tema che riguarda il cuore della nostra democrazia: il diritto alla cittadinanza per migliaia di giovani nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri. Il referendum propone un primo passo verso una riforma di civiltà che superi le rigidità della normativa attuale e ponga fine a un’ingiustizia evidente, figlia di scelte politiche sbagliate come la legge Bossi-Fini del 2002 e di un disinteresse sistematico, soprattutto da parte della destra, che negli anni ha trasformato l’inclusione in un tabù ideologico.

La legge Bossi-Fini, presentata all’epoca come uno strumento di “controllo” dell’immigrazione, si è rivelata in realtà una fabbrica di irregolarità. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, ha costretto migliaia di persone a vivere nella precarietà burocratica, esponendole allo sfruttamento e alla marginalità. Il paradosso è che proprio chi dice di voler “difendere i confini” ha prodotto le condizioni per un’irregolarità strutturale, che ha minato la sicurezza sociale e alimentato il lavoro nero. E oggi, con gli stessi slogan, la destra continua a rifiutare ogni proposta che miri all’inclusione e al riconoscimento dei nuovi italiani, ignorando del tutto la realtà delle nostre scuole, delle nostre città, delle nostre famiglie.

Chi nasce o cresce in Italia, studia nelle nostre scuole, parla italiano come lingua madre, conosce solo questo Paese come patria, non può essere considerato uno straniero. Eppure, per la legge attuale, lo è. Può chiedere la cittadinanza solo al compimento dei 18 anni, e solo se ha risieduto legalmente e ininterrottamente fin dalla nascita. Un singolo vuoto burocratico – spesso non dipendente dalla volontà della famiglia – può vanificare anni di vita e di appartenenza.

Il quesito referendario propone l’abrogazione parziale della legge 91 del 1992, aprendo la possibilità di introdurre uno ius culturae: il diritto alla cittadinanza per i minori stranieri che abbiano completato un ciclo scolastico in Italia o vissuto stabilmente nel Paese per un numero significativo di anni. Questo significa che, in caso di vittoria del , si spianerà la strada a una riforma giusta e moderna, in linea con i principali Paesi europei, che riconosce la cittadinanza non solo come legame di sangue, ma come appartenenza reale alla comunità.

Votare al referendum significa correggere un’ingiustizia storica, smettere di trattare centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze come ospiti a tempo e iniziare a considerarli per quello che sono: italiani. Significa anche respingere la propaganda della paura e dire chiaramente che l’integrazione è una risorsa, non un pericolo.

L’Italia ha bisogno di cittadini consapevoli, non di fantasmi legali. Ha bisogno di dare fiducia a chi la costruisce ogni giorno, anche se i documenti non lo riconoscono ancora. All’8 e 9 giugno, non perdiamo l’occasione di scegliere un Paese più giusto, più inclusivo, più coerente con i suoi valori costituzionali. Votare è un atto di dignità, responsabilità e futuro.

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