Un problema enorme: quanto rifiuto produciamo

La quantità di rifiuti generata ogni anno dall’essere umano ha raggiunto livelli tali da diventare una sfida esistenziale per l’ambiente. I dati su scala globale e occidentale mostrano:

  • In media ogni cittadino nell’Unione Europea produce circa 513 kg di rifiuti all’anno.
  • Negli Stati Uniti la cifra è ancora più alta, con oltre 811 kg di rifiuti prodotti pro capite ogni anno.
  • Tra il 1980 e il 2018 la quantità di rifiuti municipali negli USA è aumentata del 93%.
    Questi numeri riflettono stili di vita ad alta intensità di consumo e di smaltimento.

Nonostante questi volumi, la quota di rifiuti effettivamente riciclati rimane insufficiente: in molte aree avanzate meno della metà dei rifiuti domestici viene riciclata, e in alcuni paesi occidentali le percentuali sono addirittura stabili o in lieve regressione.

Che cosa significa “trasformare la spazzatura in tesoro”

L’essenza dell’idea è semplice: anziché considerare i rifiuti come materiali da smaltire, possiamo ripensarli come risorse preziose. Plastica, metalli, vetro e fibre tessili contengono componenti con valore economico, possono essere riciclati o trasformati in nuovi prodotti.

Ad esempio:

  • Metalli come l’alluminio possono avere un valore di mercato sostanziale anche dopo il riciclo (nell’ordine di migliaia di euro per tonnellata).
  • Al contrario, materiali come vetro e plastica sono meno remunerativi, ma diventano economicamente utili se selezionati in modo più accurato e trasformati in materiali da riutilizzo. 

Il cuore della trasformazione: identificazione e separazione intelligente

Uno dei grandi limiti nella gestione dei rifiuti è la difficoltà tecnica di identificare e separare materiali diversi quando sono tutti mischiati nei bidoni. Qui la tecnologia entra in gioco:

Intelligenza artificiale e visione computerizzata

Le tecnologie di IA possono leggere forme, colori e materiali con una precisione assai superiore all’occhio umano. Sistemi basati su visione artificiale e apprendimento automatico possono riconoscere oggetti specifici e classificarli correttamente in categorie riciclabili. Forbes

Robot e sistemi automatizzati

Braccia robotiche intelligenti e linee di smistamento automatizzate consentono una lavorazione più rapida e accurata dei flussi di rifiuti, riducendo errori e contaminazioni che normalmente rendono i materiali non riciclabili. 

Un esempio: alcune piattaforme AI addestrate su miliardi di oggetti possono riconoscere vari tipi di plastica con oltre 95% di accuratezza, sbloccando valore altrimenti perso. 

Una filiera più intelligente: dall’origine alla valorizzazione

Per trasformare rifiuti in risorse non basta la tecnologia delle macchine: è necessario un approccio sistemico che consideri:

  • Raccolta intelligente: sensori e dati realtime ottimizzano i percorsi di raccolta e riducono emissioni e costi. 
  • Tracciabilità digitale dei materiali: applicazioni IoT e blockchain possono garantire che ogni oggetto sia catalogato e seguito lungo tutto il ciclo, aumentando trasparenza e valore.
  • Comportamento umano: la tecnologia ha più impatto quando è combinata con un corretto smaltimento da parte delle persone e delle imprese.

Perché è importante (oltre il business)

Oltre al valore economico diretto, convertire la spazzatura in risorse porta benefici ambientali significativi:

  • Riduce l’utilizzo di nuove materie prime, preservando ecosistemi naturali.
  • Abbassa le emissioni di CO₂ legate alla produzione di materiali vergini.
  • Accelera la transizione verso un’economia circolare, in cui ogni oggetto è considerato parte di un ciclo produttivo continuo.

Le sfide che restano

Nonostante i progressi tecnici, ci sono ancora ostacoli importanti:

  • Volume dei rifiuti continua a crescere più velocemente delle infrastrutture di trattamento in molte regioni. 
  • Paesi con infrastrutture insufficienti rischiano di trasformare i rifiuti in problemi ambientali anziché in opportunità.
  • La standardizzazione dei sistemi di raccolta e classificazione è lenta e richiede collaborazione internazionale.

La tecnologia da sola non risolverà il problema globale dei rifiuti, ma le innovazioni in intelligenza artificiale, automazione e digitalizzazione stanno creando un nuovo paradigma: quello in cui la spazzatura non è più un peso da sotterrare, ma una risorsa da valorizzare. Per realizzarlo, serve un approccio integrato che comprenda innovazione tecnologica, politiche efficaci e comportamenti responsabili.

Emergono pressioni statunitensi su altri Paesi per ridimensionare gli obiettivi del futuro trattato ONU contro l’inquinamento da plastica, evitando un tetto alla produzione. Lo stesso lavoro che a Ginevra stanno facendo i sempre più numerosi lobbisti delle imprese petrolchimiche

Daniele Di Stefano

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Gli Usa hanno invitato le altre nazioni a sabotare i lavori per il trattato globale sulla plastica. Avremmo dovuto prevederlo. Bastava ripensare all’atto esecutivo di Donald Trump che diceva addio alla “situazione ridicola” delle cannucce in carta (“le ho provate, esplodono”) ripristinando per gli acquisti federali quelle in plastica. E sarebbe bastato ricordare l’allergia dell’amministrazione Trump per il multilateralismo, che per natura contempera gli interessi delle singole nazioni con quelli di tutte le altre. E che quindi non può andare d’accordo con “America first”. Scoprire quindi che gli USA, secondo produttore al mondo di plastica dopo la Cina, hanno invitato altri Paesi a minare le ambizioni del trattato non dovrebbe essere una sorpresa. Eppure non può lasciare indifferenti l’ennesima conferma che per l’amministrazione Trump – certamente in buona compagnia – i profitti delle industrie nazionali vengono prima degli interessi del pianeta, della salute globale, dei diritti delle comunità che di quei profitti sono vittime. E del bene delle generazioni future.

 

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Olivia Le Poidevin e Valerie Volcovici di Reuters hanno svelato che all’inizio dei colloqui sul trattato sulla plastica in corso a Ginevra “gli Stati Uniti hanno inviato lettere ad almeno una manciata di Paesi per esortarli a rifiutare l’obiettivo di un patto globale che includa limiti alla produzione di plastica e agli additivi chimici della plastica”. Reuters ha visionato il documento: datato 25 luglio, mette nero su bianco la posizione statunitense, al di là dell’ufficialità.

 

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Leggi anche lo SPECIALE | Trattato sulla Plastica

Altro che “intero ciclo di vita”

La delegazione statunitense, spiegano le giornaliste, ha inviato note ai Paesi in cui dichiara che non accetterà un trattato che affronti l’inquinamento da plastica a monte, con tetti alla produzione e limiti all’uso di sostanze chimiche pericolose. Eppure il mandato dell’UNEA (United Nations Environment Assembly) che ha dato il vita ai lavori per il trattato parla chiaramente di uno “strumento internazionale giuridicamente vincolante” con un “approccio globale che affronti l’intero ciclo di vita della plastica”, quindi non solo i rifiuti, col riciclo, ma anche la produzione.

Gli Stati Uniti “sostengono un accordo che rispetti la sovranità nazionale e si concentri sulla riduzione dell’inquinamento da plastica senza imporre restrizioni onerose ai produttori”, aveva dichiarato un portavoce del Dipartimento di Stato USA. Ma la lettera resa nota da Reuters è certamente più chiara sulle intenzioni del governo federale: “Non sosterremo approcci globali impraticabili come gli obiettivi di produzione di plastica o i divieti e le restrizioni sugli additivi o sui prodotti di plastica, che aumenteranno i costi di tutti i prodotti di plastica utilizzati nella nostra vita quotidiana”, si legge nella nota, a quanto riferisce l’agenzia di stampa.

“Alcuni Paesi possono scegliere di intraprendere dei divieti, mentre altri possono concentrarsi sul miglioramento della raccolta e del riciclaggio”, ha fatto sapere a Reuters il Dipartimento di Stato, che a Ginevra segue la trattativa. Dichiarazione che nell’attuale incertezza dei lavori diplomatici potrebbe far pensare che tra gli obiettivi statunitensi ci sia fare leva sul passaggio della risoluzione UNEA in cui si afferma che lo strumento giuridico control l’inquinamento da plastica “potrebbe includere approcci sia vincolanti che volontari”. Volontari per alcuni, vincolanti solo per chi lo sceglie. Sperando poi – viste le dichiarazioni non nettissime della commissaria Roswall – che l’Europa non si allinei su questa traiettoria disfattista.

Gli altri lobbisti

Se dunque Donald Trump si è scelto il ruolo di lobbista in chief per le industrie petrolchimiche, non è certamente il solo a lavorare per loro. Dalla prima sessione di lavori a Punta del Este, Uruguay, nel 2022, fino a quella in Svizzera, l’unica certezza è stato l’aumento del numero di lobbysti accreditati a partecipare ai lavori. Un’analisi del CIEL (Center for International Environmental Law) ha fatto emergere che già a Nairobi (INC-3) i lobbisti erano oltre 140, il 36% in più di Parigi (INC-2). A Ottawa sono stati quasi 200. A Busan, INC‑5, i lobbisti erano 221. A Ginevra sono 234. Ed è un dato di minima, visto che altri si saranno accreditati – come è successo ad esempio alle COP sul clima – con affiliazioni diverse.

Secondo le ultime analisi di CIEL, nel Palazzo delle Nazioni di Ginevra i lobbisti dell’industria chimica e dei combustibili fossili superano le delegazioni diplomatiche di tutti i 27 Paesi UE messi insieme (233). Superano 4 a 1 la Scientists’ Coalition for an Effective Plastic Treaty (60) e sette a uno il Forum internazionale dei popoli indigeni (36). Spesso poi – come abbiamo denunciato con la campagna Clean the Cop – i lobbisti sono accreditati dai governi nazionali: “Diciannove lobbisti dei combustibili fossili e delle industrie chimiche si sono assicurati posti nelle delegazioni nazionali di Egitto (6), Kazakistan (4), Cina (3), Iran (3), Cile (2) e Repubblica Dominicana (1)”, fa sapere CIEL.

E i numeri non dicono tutto. Il Center for International Environmental Law ha segnalato anche molteplici denunce su intimidazioni, interferenze verso scienziati indipendenti e pressioni alle delegazioni nazionali affinché sostituiscano esperti tecnici con rappresentanti pro‑industria. “Coinvolgere le stesse aziende che traggono profitto dai danni della plastica nella definizione del percorso da seguire garantisce una cosa sola: un trattato che protegge i loro profitti, non il pubblico o il pianeta”, ha detto Ximena Banegas, Campaigner CIEL per le materie plastiche e i prodotti petrolchimici. I lobbisti,, infatti – come abbiamo visto in Azerbaijan con Italgas – fanno i lobbisti anche quando sul tavolo ci sono interessi superiori a quelli delle imprese per cui lavorano.

In molte regioni costiere, dal Mar dei Caraibi al Mediterraneo (incluse le coste siciliane), si osserva una pericolosa invasione di Sargassum spp., un’alga bruna maleodorante. Le autorità locali sostengono che queste alghe siano una vera e propria piaga: nel Messico turistico sono arrivate a 40.000 tonnellate rimosse dalle spiagge, costando milioni oipamagazine.it+5ilnuovomagazine.com+5viveregreen.com+5.

Il modello messicano di Omar de Jesús Vazquez Sánchez

Omar Vazquez, giardiniere trasformato in imprenditore sociale, ha convertito questo “rifiuto” in un’opportunità con il suo progetto "Sargablock". Mezzi semplici (argilla, sabbia, paglia) mescolati al 40% di sargasso diventano mattoni simili all’adobe, essiccati al sole in sole 4 ore mezzopieno.org+4ilnuovomagazine.com+4internazionale.it+4. Da 2015 a oggi, ha utilizzato 6 000 tonnellate di Sargassum per realizzare strutture residenziali nello stato di Jalisco, Messico ohga.it+2ilnuovomagazine.com+2oipamagazine.it+2.

Il programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) ha riconosciuto l’innovazione del progetto come soluzione sostenibile ohga.it+1oipamagazine.it+1. I mattoni di alghe durano fino a 120 anni rispetto ai materiali tradizionali intec.edu.do+8ohga.it+8mezzopieno.org+8. Una casa costa circa il 20% in meno rispetto alle convenzionali costruzioni ilnuovomagazine.com+1iris.unipa.it+1, e con 10 abitazioni già donate ai meno abbienti, il progetto unisce impatto sociale e ambientale intec.edu.do+9ilnuovomagazine.com+9orizzontenergia.it+9.

Applicazione in Sicilia: agricoltura e edilizia

In Sicilia, le politiche europee di economia circolare spingono all’utilizzo di scarti biologici come la posidonia e, potenzialmente, le alghe marine spiaggiate. Ad esempio, si smaltiscono ogni anno 22 500 tonnellate di posidonia a un costo stimato di circa 3,6 milioni di euro politesi.polimi.it, e questo scarto viene ormai trasformato in bioplastica e fertilizzanti naturali. Un approccio analogo potrebbe valere per il sargasso.

Edilizia

Immaginando che il modello di Omar si applichi alle coste siciliane, le alghe potrebbero diventare basi per mattoni ecocompatibili, riducendo i costi di smaltimento e offrendo nuovi materiali da costruzione, rispettosi di ambiente e portafoglio.

Agricoltura

Progetti di fertilizzanti liquidi e ammendanti da sargasso sono già testati altrove: in Repubblica Dominicana, INTEC e FAO, insieme agli agricoltori di banane bio, stanno sperimentando biofertilizzanti con ottimi sviluppi. Si evidenzia come questi mix migliorino la struttura del suolo, la ritenzione idrica e la resistenza delle piante a stress (salinità, siccità, carenza nutrizionale) intec.edu.do+1ohga.it+1.

Una strategia integrata per la Sicilia

  • Raccolta controllata del sargasso spiaggiato, coinvolgendo pescatori, volontari e istituzioni.
  • Produzione locale di "Sargablock", replicando la miscela 40% alga – 60% materiale inerte, essiccata al sole.
  • Estensione dell’uso agricolo: trasformazione del materiale in ammendante o fertilizzante secondario (liquido o compost).
  • Cooperazione e valorizzazione: università, startup, imprese agricole e artigiane siciliane potrebbero avviare filiere verdi, creando occupazione e investimenti sostenibili.

L’esperienza di Omar Vazquez dimostra che ciò che oggi è visto come un problema – alghe invadenti e maleodoranti – può trasformarsi in una fonte di sviluppo econologico-sociale. In Sicilia, grazie alla disponibilità di biomass e al crescente interesse per l’economia circolare, l’idea di Sargablock potrebbe tradursi in buone pratiche per l’edilizia a basso impatto e per l’agricoltura biologica. Un’iniziativa che valorizza scarti, territorio e comunità.

Mentre i produttori di Plastica in Europa, sono a lamentare le difficoltà del settore, rivendicando un protezionismo contro gli acquisti dall’estero piu’ concorrenziali, esistono anche alcune possibilità di intervento per non vanificare le iniziative di economia circolare che l’Europa si è data.

La produzione di plastica nell’UE è diminuita dell’8,3%, scendendo a 54 Mt, mentre la produzione globale è aumentata del 3,4% arrivando a 413,8 Mt.

A livello globale, l’Europa rappresenta ora solo il 12% della produzione totale di plastica, in calo rispetto agli anni precedenti. Nel dettaglio:

  • La plastica da fonti fossili domina ancora con 42,9 Mt prodotte in Europa.
  • I materiali riciclati (meccanicamente e chimicamente) ammontano a 7,2 Mt, pari al 13,2% della produzione totale europea, una percentuale maggiore rispetto alla media globale di circa l’8,7%.

Nonostante ciò, l’Europa rimane leader nella circolarità, con il 14,8% della plastica prodotta definibile “circolare”, includendo materiali riciclati e bio-based. Tuttavia, questo progresso non è sufficiente per tenere il passo con le ambizioni del Plastics Transition Roadmap.

Nel panorama europeo, la Germania domina sia nella produzione complessiva che nel riciclo:

  • 20,7% della plastica fossile prodotta in Europa.
  • 22% della plastica riciclata.

L’Italia, invece, si distingue nella produzione di plastica bio-based, rappresentando il 34,2% del totale europeo, preceduta dalla Germania (40,7%).

Mentre l’Europa lotta con costi elevati e una competitività in calo, Cina e Nord America consolidano il loro primato. La Cina, ad esempio, produce oltre il 33% della plastica mondiale, rispetto al 12% europeo, grazie a una capacità produttiva superiore e costi più bassi.

Il Nord America, con il 19,7% della produzione globale, mantiene un ruolo chiave grazie a politiche industriali più flessibili e alla disponibilità di energia a costi inferiori.

La transizione verso un’economia circolare in Europa è minacciata da diversi fattori:

  1. Costi di produzione elevati, legati ai prezzi dell’energia e delle materie prime.
  2. Tempi lunghi per i permessi industriali, che ostacolano lo sviluppo di impianti circolari.
  3. Concorrenza sleale da parte di importazioni non conformi agli standard ambientali europei.

Plastics Europe propone misure concrete per invertire la tendenza:

  • Obblighi di contenuto riciclato nei prodotti.
  • Semplificazione delle procedure per gli impianti a basse emissioni.
  • Promozione di tecnologie innovative come il riciclo chimico.

L’Europa si trova di fronte a una scelta cruciale: investire nella competitività del settore plastico o rischiare di perdere il suo ruolo di leader nella sostenibilità. La skunkworks di Alphabet, società madre di Google, prende di mira la crisi della plastica "X Moonshot for Circularity" cerca di ottenere valore da qualcosa di più della plastica attraverso la circolarità. Riportiamo l’articolo di Elsa Wenzel 20 Novembre 2024 (Aggiornato il 21 novembre 2024)

L'iniziativa

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Una hall del campus di Google a Mountain View, in California. Fonte: Shutterstock / Framalicious

L'ottanta per cento della plastica, prodotta con combustibili fossili, viene gettata via piuttosto che riciclata. Gli impianti di riciclaggio non dispongono degli strumenti per identificare e smistare la miriade di tipi di plastica. Anche quando i prodotti in plastica vengono riciclati, il prodotto di qualità inferiore che ne risulta alla fine marcisce in una discarica.

r/lituania - Meno di un terzo dei rifiuti di plastica in Europa viene riciclato, mentre la produzione di plastica è cresciuta in modo esponenziale in pochi decenni, passando da 1,5 milioni di tonnellate nel 1950 a 322 milioni di tonnellate nel 2015 in tutto il mondo.

La segreta skunkworks di Alphabet sta gettando il suo peso nei data center e le astuzie informatiche dietro questi problemi. Il suo X Moonshot for Circularity, lanciato il 15 novembre, mira ad accelerare un'economia circolare per la plastica. Ma non si ferma qui. Il team ritiene che il suo lavoro possa essere applicato ad altri materiali difficili da decarbonizzare, come l'acciaio, il cemento, le batterie, l'elettronica e i tessuti.

La visione è quella di "realizzare un mondo senza sprechi, costruendo quella che chiamiamo una piattaforma di gestione dell'inventario molecolare", ha detto il direttore di X e responsabile del progetto Rey Banatao, in un video aziendale che annuncia il "moonshot".

Precedentemente chiamata Google X, la divisione di ricerca e sviluppo di Alphabet, di Mountain View, in California, sta utilizzando la sua potenza informatica, le sue competenze in materia di dati e l'intelligenza artificiale per risolvere una delle sfide più difficili al mondo in termini di materiali. X, la Moonshot Factory, ha costruito un sistema per identificare i tipi di plastica in base alle loro molecole in tempo reale, in grado di sfrecciare attraverso migliaia di pezzi al minuto sui nastri trasportatori degli impianti di riciclaggio.

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In un rapporto del 2021, Google ha previsto che il "divario di circolarità" della plastica crescerà in uno scenario di "business as usual" (BAU). Il divario descrive una discrepanza tra la quantità di rifiuti prodotti e la quantità riciclata o riutilizzata.

X sta anche creando un database per archiviare ciò che apprende e assistere i riciclatori con la futura identificazione della plastica. Sta esplorando il riciclo sia meccanico che chimico.

Nel frattempo, la produzione di plastica è raddoppiata negli ultimi due decenni e solo il 9% della plastica viene riciclata, secondo il Global Plastics Outlook 2022 dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). Solo il 21% degli articoli riciclabili entra nel sistema di riciclaggio, secondo The Recycling Partnership.

"Assolutamente risolvibile"

"Può assolutamente essere risolto", ha detto il CEO di X Eric "Astro" Teller, nel podcast "Where the Internet Lives" di Google, andato in onda il 6 novembre. "E questo è un altro di questi problemi di sistema. Ci sono le persone che producono la plastica, le persone che producono le materie prime per la plastica, le persone, come i singoli cittadini, come noi, che possono o non possono aver perso la loro fiducia in quei bidoni blu in primo luogo, i centri di riciclaggio e quali sono le loro abitudini attuali. L'intero sistema deve essere ricablato. Si può fare? Al cento per cento. Non abbiamo finito, ma siamo molto avanti".

Il team di X ha lavorato per almeno diversi anni su progetti segreti. Hanno persino misurato i propri rifiuti domestici con scanner a infrarossi. Nel 2021, Google ha collaborato con Recology, con sede a Brisbane, in California. La società di gestione dei rifiuti ha inviato contenitori per alimenti, Tupperware e altri materiali difficili da riciclare al gruppo X per i test.

Anche solo pochi anni fa non era possibile elaborare i dati ad alta velocità dall'imaging iperspettrale, che raccoglie dati da tutto lo spettro elettromagnetico, secondo Banatao. Tali immagini di materiali possono raggiungere le migliaia di megabyte. "E ora immagina di analizzare migliaia di oggetti in un minuto", ha detto. "Si tratta di una grande quantità di dati che è necessario essere in grado di archiviare, elaborare e applicare l'apprendimento automatico".

In genere ci vogliono due decenni prima che le tecnologie passino da un laboratorio a una scala industriale. Alcune delle tecnologie su cui X sta lavorando sono forse tra i cinque e i 10 anni, mentre il riciclaggio enzimatico ha appena iniziato il suo viaggio, secondo Banatao.

"Non abbiamo 20 anni da aspettare", ha detto Banatao nel podcast di Google. "Quindi, per noi, la grande svolta è, come possiamo accelerare quella scala temporale, utilizzando tecnologie come l'apprendimento automatico e i dati che stiamo raccogliendo a questo livello molecolare più granulare, e tutti stanno cercando di correre molto velocemente verso questi grandi obiettivi".

Banatao, che ha inventato prodotti sportivi riciclabili e a base biologica, tra cui le tavole da surf, è stato attratto da Google X per la possibilità di applicare la sua impareggiabile potenza di calcolo ai problemi di sostenibilità dei materiali.

Moonshots dal 2010

Dal 2010, la "fabbrica moonshot" di X affronta soluzioni straordinarie per le mega sfide. Quanti ci lavorano e su quanti progetti è nascosto, ma X ha condiviso che la metà dei suoi progetti ora riguarda il cambiamento climatico. Tra queste tecnologie ci sono la cattura diretta del carbonio nell'aria 280 sulla Terrale telecamere subacquee Tidal e il rilevamento degli incendi boschivi Bellwether. Le auto a guida autonoma, che hanno portato a Waymo, sono un'altra delle tante. Alphabet sta trasformando sempre più le creazioni di X in aziende per amplificarne l'impatto, secondo il laboratorio.

Software che rileva gli articoli mentre volano lungo il nastro trasportatore di un impianto di riciclaggio. Fonte: Fotogramma da un video di Google X

"Quando si tratta di plastica, abbiamo un disperato bisogno di innovazione per far ripartire l'economia circolare", ha dichiarato Joy Rifkin, responsabile della sostenibilità presso Lakeshore Recycling Systems a Chicago. L'azienda di gestione dei rifiuti ha adottato i sistemi di smistamento abilitati all'intelligenza artificiale di EverestLabs circa un anno fa. "Sono incuriosito dalla comparsa dell'intelligenza artificiale nel settore dei rifiuti e del riciclaggio".

Google nel 2019 ha lanciato un'iniziativa di circolarità per concentrarsi sulla progettazione dei rifiuti dei prodotti, prolungando la vita dei prodotti. Nel luglio 2021, il suo rapporto su "Closing the Plastics Circularity Gap" ha prefigurato il lavoro del nuovo X Moonshot.

"Dopo la pubblicazione del rapporto, i nostri partner industriali hanno ribadito quanto sia complesso", ha detto Banatao a Trellis. "La tecnologia svolge un ruolo fondamentale nell'informare e collegare tutti i diversi attori della catena del valore. Il settore ha bisogno di dati e piattaforme migliori per gestire tali dati. Questo è ciò che miriamo a fare".

La startup di intelligenza artificiale EverestLabs, con sede a Fremont, in California, cerca di automatizzare il processo di smistamento negli impianti di riciclaggio e aiutare i riciclatori a recuperare più materiali. Google può essere influente attraverso la sua relazione "nel front-end del processo di riciclaggio, in cui gli imballaggi vengono generati più che nel back-end, dove gli imballaggi vengono recuperati", ha affermato Apurba Pradhan, responsabile del prodotto e del marketing di EverestLabs. Ad esempio, cosa succederebbe se Google potesse aiutare a catalogare e controllare i milioni di unità di imballaggi di consumo che arrivano sul mercato? Ciò porterebbe "una sorta di coerenza nel modo in cui i marchi introducono nuovi imballaggi che si allineano con i processi di riciclaggio", ha affermato.

Non tutti, tuttavia, sono convinti della visione di Alphabet. "La conversazione sulla circolarità è solo una continuazione di altre azioni volontarie che consentono l'uso continuato di combustibili fossili, in questo caso, nella plastica", ha detto Auden Schendler, autore del libro di prossima uscita "Terrible Beauty: Reckoning with Climate Complicity and Rediscovering our Soul".

"Pensate alle aziende produttrici di bevande che affermano di amare il riciclaggio ma odiano (e si oppongono) alle bollette delle bottiglie", ha detto, paragonandolo al sostegno di Alphabet alla Camera di Commercio degli Stati Uniti, che spesso si oppone all'azione per il clima.

Personalmente credo che volendo attivare un’economia circolare occorre coinvolgere anche i produttori affinchè i componenti che devono essere oggetto di riciclo siano facilmente identificabili (un tracking verificabile o un’etichetta sul prodotto) ed è chiaro che anche i prodotti importati devono avere le caratteristiche richieste. Ciò significa che tutta la filiera deve essere cointeressata da una soluzione di riciclo. Dall’azienda produttrice al negozio che ritira l’usato al gestore rifiuti, per poter fare i dovuti controlli agli importatori.

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