C’era una volta, in un regno non troppo lontano chiamato Repubblica Italiana, un manipolo di valorosi ministri impegnati in una missione epica: trovare un miliardo di euro per far quadrare i conti della nuova Legge di Bilancio.
Un miliardo, eh. Non dieci, non cinque, non tre: uno.
Una piccola cifra, roba che se la lasci sul tavolo del bar e te ne vai, forse qualcuno te la riporta. Forse.Eppure quel miliardo ha scatenato il panico a Palazzo: frenetiche riunioni, consultazioni febbrili, sospiri, mani tra i capelli, scenari apocalittici. Un clima da “Armageddon”, ma senza asteroidi: solo Excel.
La soluzione? Ma certo! Nuove tasse!
Che domanda.
Perché mai pensare di mettere mano ai 23 miliardi di euro di costo della politica, un monumento nazionale intoccabile come il Colosseo o il panettone a Natale?
Meglio inventarsi l’ennesimo balzello con nome creativo:
- “Contributo di solidarietà circolare”,
- “Ritocco fiscale responsabile”,
- “Adeguamento eco-equo-progressivo”,
…e via di fantasia. Basta non chiamarla “tassa”, che porta sfortuna.Il grande tabù: i 23 miliardi della macchina politica
Già, perché quei 23 miliardi sono sacri.
Lì dentro c’è di tutto:
- consulenze “strategiche” da 300.000 euro per spiegare che l’acqua è bagnata;
- enti che non ricorda nemmeno chi li ha fondati;
- gettoni di presenza per riunioni che durano meno di un caffè;
- auto blu che, se le sommi tutte, fanno concorrenza alla flotta di Uber.
Insomma: grasso, grassissimo che cola.
Ma guai a toccarlo: “non è questo il momento”, dicono sempre. Curiosamente, non è mai il momento.Le Authority: i templi dell’ovvio
Poi ci sono loro, le Authority indipendenti, quelle che esistono per garantire che tutto funzioni meglio… anche quando non funziona niente.
Ognuna ha il suo palazzo, la sua liturgia, il suo bilancio monastico da decine di milioni, e i suoi sacerdoti regolatori. Che regolano, e regolano, e regolano ancora.
Risultato: spesso più carte che soluzioni.C’è l’Authority che decide quante pubblicità puoi vedere prima di cambiare canale, quella che controlla la concorrenza (e intanto si autoconcorre), quella che stabilisce se la tua bolletta deve essere incomprensibile in Arial 10 o in Helvetica 9.
Il tutto mentre sommando budget e contributi obbligatori arrivi tranquillamente vicino al miliardo l’anno.Ma ehi, guai a fare domande: “senza le Authority il Paese si fermerebbe”.
Tranquilli: anche con le Authority il Paese non è che vada proprio a razzo.Il miliardo che non esiste (ma esiste)
E così eccoci qui: un governo intero in cerca del sacro graal da un miliardo, mentre affoga in un oceano di sprechi, duplicazioni, uffici-fantasma e organismi dal nome lunghissimo e dalla funzione cortissima.
È come vedere qualcuno rovistare disperato sotto il divano per trovare un euro, ignorando una cassaforte aperta in salotto piena di contanti che “non si può toccare perché è per le emergenze” — e l’emergenza non è mai quella giusta.
Il miliardo, alla fine, lo troveranno: in una nuova tassa, un nuovo contributo, un “adeguamento”, una accisa che torna “temporanea” per i prossimi vent’anni.
Perché tagliare sprechi e costi politici richiede coraggio, visione, responsabilità.
E noi, modestamente, preferiamo la fantasia: quella fiscale.D’altra parte, in Italia ci sono due cose infinite:
l’ingegno creativo per inventare tasse,
e la capacità delle istituzioni di convincersi che siano gli altri a dover stringere la cinghia.
Il miliardo perduto: odissea tragicomica della Legge di Bilancio italiana
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