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L’ultima mossa di Donald Trump — l’annuncio di un dazio antidumping fino al 91,74% sulla pasta italiana, che si aggiunge al 15% già in vigore — rischia di trasformarsi in un boomerang politico ed economico.
Dietro la retorica del “proteggere i produttori americani”, si nasconde una realtà molto meno patriottica: una crisi crescente dell’agricoltura statunitense, aggravata proprio dalle scelte protezioniste che dovevano salvarla.

L'America rurale, un tempo pilastro dell’elettorato repubblicano, oggi è inquieta.
Dalla soia all’allevamento, dal mais al cotone, gli agricoltori statunitensi sono tra le prime vittime della guerra commerciale avviata da Trump contro Cina ed Europa.
Le ritorsioni estere, i costi crescenti per fertilizzanti e macchinari importati, e l’instabilità normativa hanno eroso i margini di profitto.

Secondo dati del Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), dal 2018 gli agricoltori americani hanno perso oltre 25 miliardi di dollari in esportazioni.
Molti sono sopravvissuti solo grazie a sussidi e piani di “bailout” federali, che però non compensano perdite strutturali né risolvono la perdita di mercati permanenti — come quello cinese per la soia, ormai conquistato dal Brasile.

In questo contesto, il dazio sulla pasta italiana serve a due obiettivi: mostrare forza politica e guadagnare consenso interno.
Trump vuole dimostrare agli agricoltori del Midwest che continua a “difendere i prodotti americani” dai presunti concorrenti sleali.
Ma la pasta non è il nemico giusto: gli Stati Uniti non sono grandi produttori di pasta di qualità, né il grano duro americano può competere con quello mediterraneo sul piano tecnico.

L’effetto reale sarà dunque minimo sull’agricoltura, ma forte sul piano diplomatico e mediatico.
La misura colpisce un simbolo dell’eccellenza alimentare europea — la pasta — mandando un messaggio a Bruxelles: “gli Stati Uniti non hanno paura di tassare anche i prodotti iconici dell’UE”.

Dietro la facciata patriottica, il dazio sulla pasta rivela la disperazione di una politica agricola senza strategia.
Trump usa i dazi come arma universale: li presenta come strumenti di difesa, ma li applica spesso per fini politici o fiscali, senza una visione di lungo periodo.

Le scelte sbagliate sono almeno cinque:

  1. Affidarsi ai dazi come panacea.
    Le tariffe proteggono nel breve termine, ma nel lungo isolano il mercato americano e riducono la competitività globale.
  2. Ignorare i costi di produzione.
    I dazi sugli input agricoli (fertilizzanti, macchinari) colpiscono gli stessi agricoltori che si vogliono aiutare.
  3. Sottovalutare le ritorsioni.
    Cina, UE e Sud America hanno reagito tassando i prodotti agricoli USA: un colpo diretto ai contadini americani.
  4. Dipendere dagli aiuti federali.
    Gli agricoltori vivono oggi di sussidi e risarcimenti, non di mercato: un modello fragile, non sostenibile.
  5. Trasformare la politica agricola in propaganda.
    Ogni tariffa diventa un trofeo elettorale, non una misura economica coerente.

L’Unione Europea ha reagito con fermezza, sostenendo l’Italia e annunciando che valuterà misure di ritorsione proporzionate.
Ma oltre alla difesa commerciale, Bruxelles dovrà anche interrogarsi su come gestire una relazione economica con un partner che usa la politica alimentare come leva geopolitica.

L’episodio della “pasta-war” non è isolato: è parte di una strategia più ampia in cui Trump usa i dazi come arma negoziale contro l’Europa, mentre cerca di rassicurare un settore agricolo che le sue stesse politiche hanno messo in crisi.

Il paradosso è evidente: Trump tassa la pasta italiana per aiutare un’agricoltura americana che soffre proprio a causa dei dazi.
È una spirale autolesionista — più tasse, meno commercio, più sussidi, meno fiducia — che rischia di indebolire ulteriormente il tessuto rurale statunitense.

Dietro lo slogan “America First” si nasconde una realtà ben diversa: un’America agricola sempre più dipendente dallo Stato, sempre meno competitiva, e sempre più arrabbiata.