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Esistono diversi studi recenti e autorevoli sull'impatto dell'intelligenza artificiale sull'occupazione in Europa, condotti tra gli altri dalla Banca Centrale Europea, da Eurostat e dal McKinsey Global Institute. I dati che emergono restituiscono un quadro più sfumato rispetto ai timori di sostituzione di massa dei lavoratori, ma evidenziano comunque forti divari tra Paesi, settori e fasce d'età.

Cosa dice la Banca Centrale Europea

Un'analisi basata sull'indagine SAFE della BCE, condotta su circa 5.000 imprese dell'area euro nel corso del 2025, indica che l'intelligenza artificiale, almeno per il momento, non sta sostituendo i lavoratori su larga scala. Al contrario, le aziende che investono maggiormente in AI mostrano una probabilità più alta di assumere nuovo personale, un effetto particolarmente marcato tra le piccole imprese più innovative. Questo risultato si affianca al dibattito acceso a livello globale, alimentato anche dai tagli occupazionali annunciati negli Stati Uniti da grandi gruppi come Amazon e Target, dove l'automazione tramite AI è stata indicata tra i fattori delle ristrutturazioni.

Uno studio collegato, basato su dati Stanford, segnala però un campanello d'allarme: l'AI avrebbe già iniziato a penalizzare in modo sproporzionato i lavoratori più giovani, tipicamente impiegati in mansioni entry-level più facilmente automatizzabili rispetto a ruoli senior che richiedono esperienza e giudizio.

L'adozione dell'AI nelle imprese europee: i dati Eurostat

Secondo i dati più recenti di Eurostat, nel 2025 il 19,95% delle imprese europee con almeno 10 dipendenti ha utilizzato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale nei propri processi. Si tratta di una crescita significativa rispetto al 13,5% del 2024, e di un balzo ancora più marcato rispetto al 7,7% del 2021. Tra le grandi aziende (oltre 250 dipendenti) la quota sale invece al 55%.

La distribuzione geografica evidenzia però un'Europa a più velocità. I Paesi nordici guidano nettamente la classifica: la Danimarca è prima con il 42% delle imprese che utilizzano AI, seguita dalla Finlandia (37,8%) e dalla Svezia (35%). L'Italia si colloca invece più indietro, con una quota del 19%, in crescita dal 15% del 2024 ma ancora al di sotto della media UE del 20%.

Sul fronte settoriale, il comparto dell'informazione e della comunicazione registra la quota più alta di adozione, con un uso diffuso di strumenti di generazione del linguaggio naturale e sintesi vocale (42,23% delle imprese del settore) e di estrazione di testo (42,22%). Seguono i servizi professionali, scientifici e tecnici, dove predominano le tecnologie di analisi ed estrazione testuale.

La domanda di competenze AI secondo McKinsey

Un rapporto del McKinsey Global Institute, basato su dati Eurostat, Istat, Lightcast e O*NET, osserva un aumento marcato della domanda di competenze legate all'intelligenza artificiale nel mercato del lavoro europeo: tra il quarto trimestre 2023 e il quarto trimestre 2025 la richiesta di "AI fluency" è quintuplicata. L'AI, secondo lo studio, sta diventando una competenza trasversale paragonabile a quella che un tempo era la padronanza dei fogli di calcolo, ma con un impatto più profondo sui processi decisionali all'interno delle aziende.

Anche qui la diffusione procede a velocità molto diverse da Paese a Paese. Polonia e Regno Unito mostrano la crescita più rapida nella domanda di competenze AI, mentre la Svezia si conferma il Paese con la quota più alta di occupazioni che richiedono competenze di intelligenza artificiale: oltre un quarto del totale delle posizioni lavorative nel 2025.

Il caso dei call center: una sostituzione già in corso

Se i dati di sistema descrivono un quadro complessivamente equilibrato, esiste però un settore in cui la sostituzione diretta dei lavoratori umani è già documentata e non più solo ipotetica: quello dei call center e del customer care. In Italia, un comparto che conta circa 80.000 addetti, secondo il rapporto Ebincall sono già andati persi circa 5.000 posti di lavoro nell'ultimo anno, con stime sindacali che parlano di altri 6.500 posti a rischio nell'intero settore CRM/BPO. Vertenze aziendali che hanno coinvolto realtà come Accenture, Konecta, Callmat e Network Contacts hanno reso visibile una crisi ormai strutturale: a gennaio 2026 circa il 10% dei tavoli di crisi ministeriali riguardava proprio questo comparto.

Il meccanismo è duplice: da un lato, chatbot e assistenti vocali basati su AI generativa gestiscono ormai in autonomia richieste standard (attivazioni, disdette, informazioni su bollette); dall'altro, molte aziende committenti — banche, operatori telefonici, utility — stanno riducendo i volumi affidati in appalto ai centri di assistenza esterni. I sindacati denunciano che l'AI viene spesso usata "come scorciatoia per tagliare il personale", più che come strumento di supporto agli operatori.

Un dato più ampio, diffuso da Consumers' Forum, conferma che le professioni più esposte sono proprio quelle a forte componente ripetitiva e testuale: customer care, call center, assistenza amministrativa, impiegati bancari e postali, cassieri, traduttori. Su scala globale, circa il 25% dell'occupazione rientrerebbe in mansioni potenzialmente esposte all'automazione AI, quota che sale al 34% nei Paesi ad alto reddito.

Non tutte le fonti concordano sulla portata dell'effetto: alcune aziende del settore sostengono che l'AI non stia sostituendo integralmente il personale, ma stia spostando gli operatori umani verso le richieste più complesse, quelle che richiedono empatia e capacità relazionali, mentre l'automazione assorbe le attività più semplici. Nella pratica, però, il confine tra "supporto" e "sostituzione" resta il punto più controverso: quando un software riesce a coprire il lavoro che prima richiedeva decine o centinaia di operatori, la domanda sul futuro occupazionale del settore diventa inevitabile.

Un quadro ancora in evoluzione

Nel complesso, i dati disponibili suggeriscono che nel breve periodo l'intelligenza artificiale si stia comportando più come un alleato che come un nemico dell'occupazione in Europa nel suo insieme, in controtendenza rispetto ad alcune previsioni più pessimistiche che ipotizzavano una riduzione netta dei posti di lavoro. Il caso dei call center dimostra però che questo equilibrio non è uniforme: in settori a forte componente ripetitiva la sostituzione è già misurabile oggi, non solo in proiezione. Restano quindi aperte tre questioni strutturali: il divario crescente tra Paesi e settori più o meno digitalizzati, il rischio specifico per i lavoratori più giovani, e la necessità di piani di riqualificazione concreti per chi lavora nei comparti più esposti. La stessa BCE raccomanda politiche di formazione continua e di transizione professionale per accompagnare la trasformazione in corso, il cui impatto di lungo periodo resta, ad oggi, un'incognita aperta.

Fonti: Banca Centrale Europea (indagine SAFE), Eurostat, McKinsey Global Institute, rapporto Ebincall, Consumers' Forum